Dopo le disavventure dell’ultima volta, patite solo ed esclusivamente per causa della mia distrazione, abbiamo rifatto la pace con le trattorie di Siena.
Ma torniamo un attimo indietro; l’ultima volta a Siena c’era anche il Sciur Peppino. Nella fretta di partire avevo dimenticato la fidata guida Slow Food.
Avevo vicariato temerariamente con una guida Routard da Feltrinelli e mal me ne incolse. In tre successivi locali avevo rimediato due fregature e un battibecco.
Quindi questa volta, buttata al macero la guida Routard con la speranza che nel riciclo si salvino almeno due pioppi, sono tornato alla gialla e fidata guida Slow Food.
Così siamo finiti nella Grotta di S. Caterina a Siena, da “Bagoga”, al secolo Pierino Fagnani, che era un fantino del Palio.
La cena è simpatica e di ottimo livello. Il collo ripieno e il “tonno” dei colli senesi sono un antipasto superbo. La qualità scende un po’ con la ribollita, un po’ troppo classica, come di chi è troppo sicuro di sé, ma la bandiera viene tenuta alta dai tortelli di patate in salsa rosa. Onesti secondi di carne, come ci si attende dovunque in Toscana e dolci da manuale.
Dovendo guidare al ritorno nessuno ha esagerato sui vini, eccellenti e a prezzi onesti, a patto di non chiedere la luna, che c’è pure quella, come il Brunello, e viene fatta giustamente pagare.
Bagoga sta in cucina; a metà della cena fa capolino in sala e saluta; dopo il secondo fa un altro giro e passa a salutare tavolo per tavolo, evitando con sapiente tatto le coppiette in trattativa per il dopocena.
Ce lo ritroviamo sulla porta che saluta cordialmente e a testa alta perché il conto è stato onestissimo in rapporto alla qualità e all’atmosfera.
Voto: Cucina 8, ambiente 9, vini 9. Media 9/10 circa.
Immagini catturate con lo scanner, con la fotocamera, con la sonda dell'ecografo, con il pensiero. Immagini che quasi sempre sono frutto della casualità e dell'intuizione.
18 febbraio 2010
16 febbraio 2010
Toscana, come sempre a carnevale
Complice un corso dell’Università di Firenze, iniziato ieri e che proseguirà sino a domani, da qualche giorno sono in Toscana.
All’inizio è stata Siena, dopo un sonno ristoratore al Ceppo. Ma non è il caso di dire dove si trova.
Non so come definirla, forse locanda con alloggio sui colli a pochi chilometri da Siena; mi sembra che a parlarne e a farla conoscere meglio possa rovinarsi la sua atmosfera fuori dal tempo.
Le sue ore sono quelle del secolo scorso; apre presto al mattino e chiude presto alla sera.
A guardia di un bivio, dalle prime ore del mattino è tappa e sosta per caffè, panini robusti, brioches calde e tabacco per postini, autisti, soldati, fattorini, cacciatori e perditempo.
Le segretarie e le impiegate che ti guarderanno impassibili e lo sguardo ostentatamente fisso per tutto il giorno per le strade di Siena qui incrociano gli occhi con gli altri avventori e con gli ospiti occasionali.
Dalla prima volta mi sono sentito a casa e la prima notte in Toscana la passo qui.
La domenica il tempo è grigio; vaghiamo inquieti fra Duccio e Lorenzetti; poi ci avviamo verso Firenze attraversando il Chianti.
Ci si ferma allo spoglio monastero di S. Lucchese e poi alla volta di S. Gimignano alla ricerca del Giudizio Universale di Taddeo di Bartolo.
Ma è inutile; c’è la sfilata di carnevale ed è l’unico giorno dell’anno che il duomo chiude inesorabilmente i battenti.
Nelle strade a raggiera che salgono al centro del borgo i carri hanno iniziato a diffondere musica riprodotta e amplificata da impianti nutriti con gruppi elettrogeni a rimorchio dei trattori. Aspettarsi invano le bande musicali dei paesi è come distillare nostalgia nell’indifferenza.
Ci attardiamo per i vicoli in attesa che carri di cartapesta sciamino rumorosamente verso il centro, con il loro corteo di genitori in maschera e nonni ringalluzziti che trascinano bambini tristi, capricciosi e stralunati in costumi improbabili.
All’uscita dal paese è rimasto un caldarrostaio che mi sconta due sacchetti di caldarroste profumate in attesa che ritorni la folla dal centro.
All’inizio è stata Siena, dopo un sonno ristoratore al Ceppo. Ma non è il caso di dire dove si trova.
Non so come definirla, forse locanda con alloggio sui colli a pochi chilometri da Siena; mi sembra che a parlarne e a farla conoscere meglio possa rovinarsi la sua atmosfera fuori dal tempo.
Le sue ore sono quelle del secolo scorso; apre presto al mattino e chiude presto alla sera.
A guardia di un bivio, dalle prime ore del mattino è tappa e sosta per caffè, panini robusti, brioches calde e tabacco per postini, autisti, soldati, fattorini, cacciatori e perditempo.
Le segretarie e le impiegate che ti guarderanno impassibili e lo sguardo ostentatamente fisso per tutto il giorno per le strade di Siena qui incrociano gli occhi con gli altri avventori e con gli ospiti occasionali.
Dalla prima volta mi sono sentito a casa e la prima notte in Toscana la passo qui.
La domenica il tempo è grigio; vaghiamo inquieti fra Duccio e Lorenzetti; poi ci avviamo verso Firenze attraversando il Chianti.
Ci si ferma allo spoglio monastero di S. Lucchese e poi alla volta di S. Gimignano alla ricerca del Giudizio Universale di Taddeo di Bartolo.
Ma è inutile; c’è la sfilata di carnevale ed è l’unico giorno dell’anno che il duomo chiude inesorabilmente i battenti.
Nelle strade a raggiera che salgono al centro del borgo i carri hanno iniziato a diffondere musica riprodotta e amplificata da impianti nutriti con gruppi elettrogeni a rimorchio dei trattori. Aspettarsi invano le bande musicali dei paesi è come distillare nostalgia nell’indifferenza.
Ci attardiamo per i vicoli in attesa che carri di cartapesta sciamino rumorosamente verso il centro, con il loro corteo di genitori in maschera e nonni ringalluzziti che trascinano bambini tristi, capricciosi e stralunati in costumi improbabili.
All’uscita dal paese è rimasto un caldarrostaio che mi sconta due sacchetti di caldarroste profumate in attesa che ritorni la folla dal centro.
17 gennaio 2010
08 gennaio 2010
Trattoria Ruffino a Domaso
E’ la seconda volta che torno a parlare di questo locale e un motivo ci sarà. E’ stato uno dei primi ristoranti che ho conosciuto dopo il mio ritorno sul lago.
Sono passati sei anni e il Ruffino è sempre un punto di riferimento.
Dentro la trattoria e sotto il pergolato d’estate il tempo si è fermato agli anni ’50 del secolo scorso.
All’ingresso c’è il camino sempre acceso che accoglie sulla griglia lavarelli, qualche agone spinoso e tanti missoltini da magiare con la polenta abbrustolita.
Il profumo delle griglie arriva sino al vicolo su cui si apre il portone, ma è il riso con filetti di pesce persico a farla da padrone.
Per questo piatto, condito con il burro come si usava qualche decennio fa senza badare a colesterolo e trigliceridi, sono in molti a traversare il lago e ad arrivare anche da qualche provincia vicina.
Per completare l’ambientazione sul tardi arriva a cenare l’equipaggio dell’ultimo aliscafo della sera dopo aver ormeggiato per la notte il battello all’imbarcadero.
Che dire? Quando voglio respirare l’atmosfera del lago mi concedo una pausa nella saletta interna di questo locale tipico, dove il cellulare non ha più campo. E con giusta ragione.
La padrona, che occhieggia fra il banco di mescita e la cucine è dolce, simpatica e cordiale; la ragazza serve con un sorriso enigmatico.
Se il signor Serano decidesse di curare un po’ di più l’offerta dei vini il locale entrerebbe di diritto nella guida Slow Food.
Voto: Cucina 8, ambiente 9, vini 6. Media 7.5/10 circa.
Sono passati sei anni e il Ruffino è sempre un punto di riferimento.
Dentro la trattoria e sotto il pergolato d’estate il tempo si è fermato agli anni ’50 del secolo scorso.
All’ingresso c’è il camino sempre acceso che accoglie sulla griglia lavarelli, qualche agone spinoso e tanti missoltini da magiare con la polenta abbrustolita.
Il profumo delle griglie arriva sino al vicolo su cui si apre il portone, ma è il riso con filetti di pesce persico a farla da padrone.
Per questo piatto, condito con il burro come si usava qualche decennio fa senza badare a colesterolo e trigliceridi, sono in molti a traversare il lago e ad arrivare anche da qualche provincia vicina.
Per completare l’ambientazione sul tardi arriva a cenare l’equipaggio dell’ultimo aliscafo della sera dopo aver ormeggiato per la notte il battello all’imbarcadero.
Che dire? Quando voglio respirare l’atmosfera del lago mi concedo una pausa nella saletta interna di questo locale tipico, dove il cellulare non ha più campo. E con giusta ragione.
La padrona, che occhieggia fra il banco di mescita e la cucine è dolce, simpatica e cordiale; la ragazza serve con un sorriso enigmatico.
Se il signor Serano decidesse di curare un po’ di più l’offerta dei vini il locale entrerebbe di diritto nella guida Slow Food.
Voto: Cucina 8, ambiente 9, vini 6. Media 7.5/10 circa.
05 gennaio 2010
Birrificio Doppio Malto - Erba
Pur essendo a pochi passi sostanzialmente da Lecco, trovare il birrificio è stata un po’ un’avventura.
Cominciamo a dire che si trova sulla strada “Vallassina”, ma la chiamano Via Milano; logico che il fido TomTom mi abbia portato per ben due volte verso la stazione ferroviaria di Erba.
Dopo aver sopperito con il buonsenso, cioè aver percorso Via Milano in senso inverso e ben oltre dove avrebbe cambiato nome, sono approdato al mitico birrificio verso le 14 di alcuni giorni or sono per scoprire che durante le festività natalizie il locale sarebbe stato aperto solo alla sera.

I due tentativi di contattare il locale telefonicamente cercando di superare la barriera di un disco risponditore sono stati premiati. Una voce amica, ancorchè maschile, mi ha richiamato dopo qualche minuto per offrire aiuto, orari e cortesia.
Con questa carta di presentazione siamo tornati la sera successiva.
L'ambiente è giovane, un po’ decentrato, e molto accattivante. Le caldaie di rame, dietro un grande vetrata, tolgono ogni dubbio sulla vocazione del locale.
All’ingresso, gremito di giovani, si è accolti con grande cordialità; un valore aggiunto è la possibilità di far entrare anche gli amici a quattro zampe. C’è qualcosa che ricorda i locali degli “States”, ma qui è tutto molto più luminoso.
Al piano superiore i giovani lasciano il posto anche a famigliole e coppie mature. Al tavolo servono giovani, quasi tutti studenti universitari, molto cordiali, sorridenti, addirittura premurosi.
Menu molto variato; pizze oneste; carni buone anche se non eccelse forse per contenere i prezzi entro una fascia accessibile a tutti.
Anche dalla carta del menu si capisce che gli States non sono molto lontani e infatti occhieggia qualche piatto di cucina Cajun.
La scelta e la qualità delle birre sono entusiasmanti. “I nomi delle birre sono per la maggior parte ispirati ai materiali presenti nel birrificio e nel locale di mescita: il rovere, il mogano, l’ottone, la pietra…”(Guida alle birre d’Italia 2009-2010, Slow Food Editore).

Mi sono limitato ad assaggiarne due per ora: la Old Jack e la Mahogany.
La prima è una English & Scottish Strong Ale nera come il caffè. Le schiuma è fine e persistente, l’aroma di malto e, appunto, di caffè. Al palato il malto tostato cede al caffè, prosegue con note di luppolo per chiudersi su un amaro armonioso.
La Mahogany è la miglior Indian Pale Ale che io abbia assaggiato sin’ora. Schiuma abbondante, beige su un colore di mogano chiaro, come il nome infatti suggerisce. L’aroma è di luppolo e fruttato. In bocca il dolce da' suggestione netta di pompelmo che segue con altri agrumi per chiudersi su un amaro dove persiste ancora il pompelmo e si mescola a sapori di luppolo nobile.
Voti: per le birre 9.5, l'ambiente 9, la cucina 7; media circa 8.5/10; ci sarà da tornare e probabilmente il punteggio sarà più alto.
Cominciamo a dire che si trova sulla strada “Vallassina”, ma la chiamano Via Milano; logico che il fido TomTom mi abbia portato per ben due volte verso la stazione ferroviaria di Erba.
Dopo aver sopperito con il buonsenso, cioè aver percorso Via Milano in senso inverso e ben oltre dove avrebbe cambiato nome, sono approdato al mitico birrificio verso le 14 di alcuni giorni or sono per scoprire che durante le festività natalizie il locale sarebbe stato aperto solo alla sera.

I due tentativi di contattare il locale telefonicamente cercando di superare la barriera di un disco risponditore sono stati premiati. Una voce amica, ancorchè maschile, mi ha richiamato dopo qualche minuto per offrire aiuto, orari e cortesia.
Con questa carta di presentazione siamo tornati la sera successiva.
L'ambiente è giovane, un po’ decentrato, e molto accattivante. Le caldaie di rame, dietro un grande vetrata, tolgono ogni dubbio sulla vocazione del locale.
All’ingresso, gremito di giovani, si è accolti con grande cordialità; un valore aggiunto è la possibilità di far entrare anche gli amici a quattro zampe. C’è qualcosa che ricorda i locali degli “States”, ma qui è tutto molto più luminoso.
Al piano superiore i giovani lasciano il posto anche a famigliole e coppie mature. Al tavolo servono giovani, quasi tutti studenti universitari, molto cordiali, sorridenti, addirittura premurosi.
Menu molto variato; pizze oneste; carni buone anche se non eccelse forse per contenere i prezzi entro una fascia accessibile a tutti.
Anche dalla carta del menu si capisce che gli States non sono molto lontani e infatti occhieggia qualche piatto di cucina Cajun.
La scelta e la qualità delle birre sono entusiasmanti. “I nomi delle birre sono per la maggior parte ispirati ai materiali presenti nel birrificio e nel locale di mescita: il rovere, il mogano, l’ottone, la pietra…”(Guida alle birre d’Italia 2009-2010, Slow Food Editore).

Mi sono limitato ad assaggiarne due per ora: la Old Jack e la Mahogany.
La prima è una English & Scottish Strong Ale nera come il caffè. Le schiuma è fine e persistente, l’aroma di malto e, appunto, di caffè. Al palato il malto tostato cede al caffè, prosegue con note di luppolo per chiudersi su un amaro armonioso.
La Mahogany è la miglior Indian Pale Ale che io abbia assaggiato sin’ora. Schiuma abbondante, beige su un colore di mogano chiaro, come il nome infatti suggerisce. L’aroma è di luppolo e fruttato. In bocca il dolce da' suggestione netta di pompelmo che segue con altri agrumi per chiudersi su un amaro dove persiste ancora il pompelmo e si mescola a sapori di luppolo nobile.
Voti: per le birre 9.5, l'ambiente 9, la cucina 7; media circa 8.5/10; ci sarà da tornare e probabilmente il punteggio sarà più alto.
03 gennaio 2010
Birrificio di Como
Quarta visita in questo locale simpatico ma un po’ asettico.
L’ambientazione in una vecchia filanda, o forse setificio, è molto riuscita e suggestiva.
Luci e riflessi delle caldaie di rame sono sapienti.

Il menu è abbastanza curato con servizio inappuntabile e abbastanza rapido. Le offerte sono molto varie spaziando da carne alla “pioda” di ottima qualità sino all’indulgenza in qualche tentazione di fast food quali le alette di pollo. Il target è comunque giovane e ci si deve adeguare.
Al tavolo servono giovani, in buona parte sudamericani, veloci, garbati e sempre educati. Qualche ragazza è particolarmente sorridente e la cosa non guasta.
Le birre sono buone.
A me piace una scurissima extra-stout, la All Black: schiuma pannosa ma poco persistente; aroma poco speziato con note decise di banana; prosegue con sentore di malto e chiude con luppolo amaro, ma anche una puntina d’acido.
I prezzi sono onesti e vale la pena di portarsi via qualche bottiglia, anche se la birra perde il carattere che presenta alla spina.
Voti: 7 alla birra, 8 al resto; media 7.5/10.
L’ambientazione in una vecchia filanda, o forse setificio, è molto riuscita e suggestiva.
Luci e riflessi delle caldaie di rame sono sapienti.

Il menu è abbastanza curato con servizio inappuntabile e abbastanza rapido. Le offerte sono molto varie spaziando da carne alla “pioda” di ottima qualità sino all’indulgenza in qualche tentazione di fast food quali le alette di pollo. Il target è comunque giovane e ci si deve adeguare.
Al tavolo servono giovani, in buona parte sudamericani, veloci, garbati e sempre educati. Qualche ragazza è particolarmente sorridente e la cosa non guasta.
Le birre sono buone.
A me piace una scurissima extra-stout, la All Black: schiuma pannosa ma poco persistente; aroma poco speziato con note decise di banana; prosegue con sentore di malto e chiude con luppolo amaro, ma anche una puntina d’acido.
I prezzi sono onesti e vale la pena di portarsi via qualche bottiglia, anche se la birra perde il carattere che presenta alla spina.
Voti: 7 alla birra, 8 al resto; media 7.5/10.
01 gennaio 2010
L'è tua, l'è mia, l'è morta a l'umbrìa
Capodanno tempo di bilanci; si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Oggi lo vedo mezzo vuoto. Ieri sera c’è stato il discorso alla Nazione del Presidente della Repubblica, che da sessant’anni ci regala scampoli di rara eloquenza mescolata a esortazioni, fervorini e luoghi comuni scotti e sconditi. La faccia del Presidente cambia ogni tanto, e poco importa che impugni o abbia impugnato piccone, falce o martello. Generalmente il Presidente è più presentabile del Capo del Governo, ma spesso la faccia è la stessa, invecchiata di qualche anno, dopo onorata carriera.
Non so perché mi sono lanciato in questa disquisizione, sarà la tristezza di vedere l’Europa che avanza, basta passare la frontiera, mentre la nostra Italietta, bella, suggestiva e patetica, arranca.
Sarà la tristezza di sentire solo parlare di malasanità. Ho ventisei settimane di ferie arretrate, che non farò mai e vivo nel paese europeo dove i medici e soprattutto gli infermieri sono i meno pagati.
Vivo nel Paese che destina alla sanità la percentuale più bassa del PIL fra tutti i Paesi europei, e sento parlare ogni anno di “tagli” alla Sanità.
Oggi lo vedo mezzo vuoto. Ieri sera c’è stato il discorso alla Nazione del Presidente della Repubblica, che da sessant’anni ci regala scampoli di rara eloquenza mescolata a esortazioni, fervorini e luoghi comuni scotti e sconditi. La faccia del Presidente cambia ogni tanto, e poco importa che impugni o abbia impugnato piccone, falce o martello. Generalmente il Presidente è più presentabile del Capo del Governo, ma spesso la faccia è la stessa, invecchiata di qualche anno, dopo onorata carriera.
Non so perché mi sono lanciato in questa disquisizione, sarà la tristezza di vedere l’Europa che avanza, basta passare la frontiera, mentre la nostra Italietta, bella, suggestiva e patetica, arranca.
Sarà la tristezza di sentire solo parlare di malasanità. Ho ventisei settimane di ferie arretrate, che non farò mai e vivo nel paese europeo dove i medici e soprattutto gli infermieri sono i meno pagati.
Vivo nel Paese che destina alla sanità la percentuale più bassa del PIL fra tutti i Paesi europei, e sento parlare ogni anno di “tagli” alla Sanità.
31 dicembre 2009
Elogio del Lago
Capodanno, tempo di bilanci.
Si può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto; cercherò di vederlo mezzo pieno.
E’ il primo capodanno che trascorro sul lago, a parte i capodanni trascorsi in ospedale, neppure tanti.
C’è la tristezza di non trascorrere il capodanno nella casa dove sono nato, troppo grande e fredda, dove non c’è più nessuno di chi mi aveva fatto crescere.
Ma c’è la grande serenità di trascorrere il capodanno su questo lago da dove la mia famiglia era partita tanti anni or sono e dove sono ritornato.
Sin dai primi mesi non mi sono mai sentito un estraneo.

Nelle strade e nei negozi di questi paesi mi sono sentito accettato, benvoluto e apprezzato come non era mai successo.
Ho cercato di impegnarmi per quanto possibile anche negli altri ospedali, a Verona, a Lecco, a Morbegno, a Sondrio e a Genova.
Qui, in questo; il più piccolo dei miei ospedali, credo di avere dato molto.
Da questa gente del lago, per la prima volta, ho ricevuto molto di più di quello che ho cercato di dare.
Il bilancio è positivo. Nonostante tutto il bicchiere è mezzo pieno.
Speriamo di non deludere questa gente del lago, con l'aiuto di Dio, ancora per qualche anno.
21 dicembre 2009
Freccia Rossa
Interrompo la cronaca del viaggio in Germania per proporre la mia ultima avventura.
Sono stato uno dei tanti viaggiatori intrappolati nel Freccia Rossa n. 9527 del 19 dicembre.
Il nostro convoglio, partito da Milano con 40 minuti di ritardo, si è bloccato poco prima di Parma in aperta campagna.
Dopo circa 4 ore siamo arrivati a Bologna, spinti dal treno che ci seguiva ovvero trainati da una locomotiva di soccorso, le versioni sono discordanti.
Dopo un trasbordo su un altro Freccia Rossa in ritardo siamo ripartiti alla volta di Firenze, dove siamo giunti alle 0.30 circa del 20 dicembre, dopo una sosta imprevista a Rifredi per un “controllo tecnico”.
Il ritardo è stato di oltre 6 ore.
L’unico locale aperto in stazione era sfortunatamente un McDonald dove sono stato trattato con grande simpatia dai ragazzi in servizio, fortunatamente extra-comunitari.
Nulla da eccepire sul guasto, verosimilmente imprevedibile e non certo imputabile, spero, a 5 cm di neve o a qualche grado sotto lo zero.
Nulla da eccepire sul prezzo, 52 euro, moneta in corso legale: in questo caso il bischero son stato io, ma forse mi rimborseranno; comunque, per inciso, avrei dovuto arrivare a Siena in serata e l’ultimo treno era partito da Firenze alle 23.10.
Quello veramente deprecabile e imperdonabile è stato il comportamento del personale viaggiante. Ermetici, evasivi o maleducati, i conduttori in servizio ci hanno negato ogni informazione plausibile e tempestiva su quanto ci andava succedendo..
Nessuno è intervenuto quando alcuni passeggeri della vettura 10, certamente esasperati, si sono messi a fumare in barba ai divieti e alle rimostranze di altri compagni di viaggio.
In conclusione, per dirla come la bonanima di mia nonna toscana: “ma a ‘hi ‘azzo vorrebbero fare ‘oncorrenza ‘sti bischeri?”
Forse vogliono fare concorrenza a Ryanair, che allo stesso prezzo trasporta due persone, andata e ritorno, da Milano a Roma. Però su un Airbus.
Sono stato uno dei tanti viaggiatori intrappolati nel Freccia Rossa n. 9527 del 19 dicembre.
Il nostro convoglio, partito da Milano con 40 minuti di ritardo, si è bloccato poco prima di Parma in aperta campagna.
Dopo circa 4 ore siamo arrivati a Bologna, spinti dal treno che ci seguiva ovvero trainati da una locomotiva di soccorso, le versioni sono discordanti.
Dopo un trasbordo su un altro Freccia Rossa in ritardo siamo ripartiti alla volta di Firenze, dove siamo giunti alle 0.30 circa del 20 dicembre, dopo una sosta imprevista a Rifredi per un “controllo tecnico”.
Il ritardo è stato di oltre 6 ore.
L’unico locale aperto in stazione era sfortunatamente un McDonald dove sono stato trattato con grande simpatia dai ragazzi in servizio, fortunatamente extra-comunitari.
Nulla da eccepire sul guasto, verosimilmente imprevedibile e non certo imputabile, spero, a 5 cm di neve o a qualche grado sotto lo zero.
Nulla da eccepire sul prezzo, 52 euro, moneta in corso legale: in questo caso il bischero son stato io, ma forse mi rimborseranno; comunque, per inciso, avrei dovuto arrivare a Siena in serata e l’ultimo treno era partito da Firenze alle 23.10.
Quello veramente deprecabile e imperdonabile è stato il comportamento del personale viaggiante. Ermetici, evasivi o maleducati, i conduttori in servizio ci hanno negato ogni informazione plausibile e tempestiva su quanto ci andava succedendo..
Nessuno è intervenuto quando alcuni passeggeri della vettura 10, certamente esasperati, si sono messi a fumare in barba ai divieti e alle rimostranze di altri compagni di viaggio.
In conclusione, per dirla come la bonanima di mia nonna toscana: “ma a ‘hi ‘azzo vorrebbero fare ‘oncorrenza ‘sti bischeri?”
Forse vogliono fare concorrenza a Ryanair, che allo stesso prezzo trasporta due persone, andata e ritorno, da Milano a Roma. Però su un Airbus.
15 dicembre 2009
Secondo giorno in Germania
7 dicembre - L’albergo è tranquillo e silenzioso, anche se non è un quattro stelle; la prima colazione è ottima e abbondante.
Come sempre i miei mediterranei compagni di viaggio Laura di Antonio e Antonio si meravigliano o fingono di meravigliarsi per la mia entusiastica adesione alla teutonica colazione con salumi, formaggi, caffè lungo e cereali.
Fanno eccezione Laura, rigorosamente a dieta e il piccolo Marco. Marco non mangia niente secondo sua madre e quindi mangiucchia tutto il santo giorno spronato e istigato dai genitori che si alternano nel compito ingrato incitandosi a vicenda.
Naturalmente durante i pasti canonici preferisce dedicarsi all’intrattenimento degli ospiti bruciacchiando bocconi di prosciutto sulle candele del centro-tavola.
Dedichiamo la mattina alla visita dell’isola di Reichenau. Il mio amico Ulrich aveva caldeggiato già da anni un giro in bicicletta da queste parti.
L’isola infatti è molto romantica; nella frazione di Oberzell ci fermiamo a visitare la chiesa romanica di S. Giorgio.

Di fronte alla chiesa c’è un’invitante pasticceria e Antonio cerca di convincere il piccolo Marco a scegliersi un dolce, anche se il piccolo aveva altre intenzioni. Escono trionfanti con un babbo natale di marzapane che verrà mutilato orrendamente senza essere mangiato.
Proseguiamo sino a Niederzell dove ci aspetta un altro capolavoro dell’architettura romanica: la chiesa dedicata ai Santi Pietro e Paolo, con abside affrescata pregevolmente.

Marco ora è alle prese con pane e nutella.
A mezzogiorno ripieghiamo sulla birreria “Turm” poco distante dal porto di Konstanz.
Menu spartano, servito con lentezza esasperante, e birra eccellente, di marca "Ruppaner".
Il pomeriggio dovrebbe essere dedicato al museo Zeppelin a Friedrichshafen, sull’altra sponda del lago, che raggiungiamo con un grande, moderno, rapido ed economico traghetto. Purtroppo avevamo fatto in conti senza l’oste e anche in Germania i musei sono chiusi al lunedì.
Non ci resta che finire la serata dapprima alle terme e poi in un’altra birreria l’Hafenhalle, dietro la stazione ferroviaria.
12 dicembre 2009
Altri tre giorni in Germania; questo è il primo.
Il ponte dell’Immacolata si presentava sotto i peggiori auspici meteo. Pioggia su tutt’Europa e neve sui duemila metri.
Si era deciso di lasciar perdere i mercatini di Natale e di trascorrere tre giorni al caldo con qualche bel libro.
Ma il diavolo fa la pentole e non i coperchi sicchè Antonio Laura e il piccolo Marco ci hanno trascinato ad uscire dalla tana alla ricerca dei fatidici mercatini.
La decisione, presa poche ore prima dell’inizio del ponte di fine settimana, ci precludeva ogni meta italiana, e in fondo anche il buon senso.
Dopo febbrile consultazione del web abbiamo deciso per Konstanz, in italiano Costanza, sull’omonimo lago che invece Tedeschi, Svizzeri e Austriaci chiamano Bodensee.

Detto e fatto, il TomTom ci suggeriva il passo dello Spluga, chiuso da metri di neve, abbiamo valicato lo spartiacque al passo del Julier e per le 13 di domenica 6 dicembre ci siamo trovati al mercatino che guarda il porto di Costanza, sotto una pioggerellina di stile irlandese.
I mercatini purtroppo seguono le mode anche in Germania e, a parte qualche spunto originale, si nuota nella paccottiglia e nel vin brulè, che qui chiamano gluwein.
Fortunatamente dopo un sonnellino nell’albergo faticosamente guadagnato navigando nel web ci rifugiamo nella Brauhaus Joh. Albrecht.

Il menu non ci sembra entusiasmante, ma non abbiamo camminato molto e non abbiamo pedalato come ci capita d’estate quindi non siamo particolarmente affamati. In compenso l’offerta di birre si dipana su una chiara, che qui si chiama Messing, una doppio malto scura, la Kupfer, e infine una weissen, chiamata solo Weizenbier.
Personalmente decido di annegare la tensione delle ultime settimane di lavoro in due dignitose Kupfer che si accompagnano a un saporito stinco di porco prima di rifugiarmi sotto il piumone ristoratore e anallergico.
05 dicembre 2009
Ristorante Santo Stefano a Lenno
Seguendo la fedele guida alle osterie d’Italia di Slow Food, di cui mi era arrivata nei giorni scorsi l’ultima edizione, il primo dicembre ci siamo spinti fino a Lenno.
Locale suggestivo, vera osteria del secolo scorso, con qualche indulgenza kitsch sullo sfondo ma sostanzialmente autentica.
L’antipasto è superbo, terrina di trota, con sapore del lago.
Primi raffinati, anche se un po’ distanti dalla tradizione: strozzapreti con anguilla affumicata e ravioli di pesce di lago con gamberi d’acqua dolce e radicchio.
Il secondo non è all’altezza: lavarello fritto, ben spinato ma presentato senza contorno; un po’ da trattoria dei pescatori negli anni ’60…
Sul dolce non mi esprimo; per insipienza non ho assaggiato la “miascia” per preferire un”bunet”; che dire? Il Piemonte è lontano, avrei dovuto restare con i piedi nel mio lago.
Voto complessivo per me: 75/100.
15 novembre 2009
Ritorno dalla Germania
Basta e basta… ho ironizzato sui costumi dei giovani e mi sono trovato contro già due delle mia lettrici.
Sono giusto tornato da qualche giorno di ferie a Baden-Baden e dovrei ricominciare a lavorare. In realtà non ho mai smesso in quanto esiste un attrezzo infernale che si chiama “cellulare”. Un tempo con questo termine si intendeva un automezzo che consentiva ai carcerati di viaggiare.
Ora, in tempi di miniaturizzazione, si intende un telefono che consente ai carcerati di lavorare… anche viaggiando.
Cos’ho fatto di bello durante questi cinque spensierati giorni? Ho rivisitato Strasburgo, ho rivisitato Stoccarda e sono stato trascinato a un mercatino a Rastatt, piccolo borgo poco distante da Baden-Baden.
Mercatino di ciarpame e cazzabubole, ho pensato con superiorità. Poi comunque mi sono messo a cercare fra questi poveri banchetti che esponevano quanto trovato in soffitta o quanto serviva a sbarcare il lunario di poveri pensionati.
E naturalmente ho trovato. Ho trovato un vecchio giocattolo di latta, di quelli che mi portava mio padre dalle sue scorribande in Germania poco dopo l’inizio degli anni ’50.
Ho trovato un album di fotografie in bianco e nero e di cartoline in ricordo di un viaggio del ’59 attraverso Venezia, Loreto, Modena, Mantova e Verona.
Una testimonianza di come si viaggiava e di com’era quest’Italia che si affacciava al “miracolo economico” e che usciva dal “Piano Marshall” con tanta voglia di vivere.
Ora passerò un po’ di foto allo scanner per testimoniare questo scorcio insperato sul secolo scorso che mi è costato solo 5 euro.
Sono giusto tornato da qualche giorno di ferie a Baden-Baden e dovrei ricominciare a lavorare. In realtà non ho mai smesso in quanto esiste un attrezzo infernale che si chiama “cellulare”. Un tempo con questo termine si intendeva un automezzo che consentiva ai carcerati di viaggiare.
Ora, in tempi di miniaturizzazione, si intende un telefono che consente ai carcerati di lavorare… anche viaggiando.
Cos’ho fatto di bello durante questi cinque spensierati giorni? Ho rivisitato Strasburgo, ho rivisitato Stoccarda e sono stato trascinato a un mercatino a Rastatt, piccolo borgo poco distante da Baden-Baden.
Mercatino di ciarpame e cazzabubole, ho pensato con superiorità. Poi comunque mi sono messo a cercare fra questi poveri banchetti che esponevano quanto trovato in soffitta o quanto serviva a sbarcare il lunario di poveri pensionati.
E naturalmente ho trovato. Ho trovato un vecchio giocattolo di latta, di quelli che mi portava mio padre dalle sue scorribande in Germania poco dopo l’inizio degli anni ’50.
Ho trovato un album di fotografie in bianco e nero e di cartoline in ricordo di un viaggio del ’59 attraverso Venezia, Loreto, Modena, Mantova e Verona.
Una testimonianza di come si viaggiava e di com’era quest’Italia che si affacciava al “miracolo economico” e che usciva dal “Piano Marshall” con tanta voglia di vivere.
Ora passerò un po’ di foto allo scanner per testimoniare questo scorcio insperato sul secolo scorso che mi è costato solo 5 euro.
Il bacchettone a Baden-Baden
Bene bene, mi sono preso del bacchettone perché ho deriso qualche adolescente e anche qualche giovane dedito a pomiciare o a “limonare” alle terme.
Oggi, forse poco “bacchettone” in senso figurato a causa dell’età, mi sono avventurato nella terra sconosciuta del terzo piano delle terme di Caracalla.
L’ingresso è solo da nudi; viene suggerito un asciugamano ma solo per proteggere le panche in legno delle saune.
Così ho trascorso quasi due ore fra saune ad ogni temperatura superiore agli 85 centigradi, bagni turchi, idromassaggi, vasche fredde e docce scozzesi, percorsi all’aperto fra aceri e betulle, rigorosamente in costume adamitico.
C’erano giovani coppie, forse un po’ vergognose, disinvolti quarantenni di entrambi i sessi e qualche coppia anziana, per intenderci della mia età.
Nonostante la nudità integrale c’era molto rispetto, un po’ di ironia, nessuna smanceria; nulla in confronto a quanto si vedeva al piano inferiore, più o meno coperti da costumi da bagno.
Fa niente; domani si ritorna; ovviamente il tempo sta rapidamente migliorando... Speriamo di fare qualche bella foto sulla strada del ritorno.
Oggi, forse poco “bacchettone” in senso figurato a causa dell’età, mi sono avventurato nella terra sconosciuta del terzo piano delle terme di Caracalla.
L’ingresso è solo da nudi; viene suggerito un asciugamano ma solo per proteggere le panche in legno delle saune.
Così ho trascorso quasi due ore fra saune ad ogni temperatura superiore agli 85 centigradi, bagni turchi, idromassaggi, vasche fredde e docce scozzesi, percorsi all’aperto fra aceri e betulle, rigorosamente in costume adamitico.
C’erano giovani coppie, forse un po’ vergognose, disinvolti quarantenni di entrambi i sessi e qualche coppia anziana, per intenderci della mia età.
Nonostante la nudità integrale c’era molto rispetto, un po’ di ironia, nessuna smanceria; nulla in confronto a quanto si vedeva al piano inferiore, più o meno coperti da costumi da bagno.
Fa niente; domani si ritorna; ovviamente il tempo sta rapidamente migliorando... Speriamo di fare qualche bella foto sulla strada del ritorno.
13 novembre 2009
Baden-Baden, usi e costumi delle terme nella vecchia Europa
Leggendo la guida e le presentazioni entusiastiche di questa cittadina termale si potrebbe pensare di respirare un po’ la storia della vecchia Europa della Belle Epoque.
In effetti per i viali alberati e lungo i vialetti del parco che costeggia il fiume devono aver passeggiato politici e personaggi storici della fine del 19° e dell’inizio del 20° secolo.
I loro discendenti mantengono l’aspetto di classe quando scendono dalle Mercedes scure, sbucando dalle portiere che rari autisti, e più numerosi taxisti in tenuta di autisti, tengono aperte con elegante negligenza.
Le terme, dove uomini e donne passavano le acqua rigorosamente separati e altrettanto rigorosamente nudi, non usano più e comunque hanno un costo che non è per tutte le tasche.
Ora ci sono le terme di Caracalla, e il nome è già un programma.
Qui uomini e donne si mescolano anche se le nudità fanno capolino solo nelle docce separate. I giovani sono molto numerosi, anzi al pomeriggio sono la maggioranza, e passano il tempo a pomiciare nelle piscine calde, nei bagni turchi e nelle generose vasche da idromassaggio. Si comportano in modo più castigato solo nella piccola vasca di acqua gelida dove gli ardori si stemperano in gridolini e si arrestano sui primi gradini che scendono inesorabili verso i corroboranti diciotto gradi.
Dopo i fienili, dopo il cinema parrocchiale, dopo i sedili ribaltabili delle 500 e delle Panda, ora l’arte del pomiciare e i preliminari della “camporella” hanno trovato nelle terme dell’Europa centrale un nuovo terreno ideale.
09 novembre 2009
Hotel Krone, Neunenburg am Rhein
Acqua, acqua e ancora acqua da quando abbiamo valicato, o meglio traforato, le Alpi nel viaggio verso Baden Baden.
Mi rallegra un po’ il fatto che domani, statisticamente, dovrebbe piovere di meno. Ora siamo a Neunenburg, al caldo dentro l’Hotel-Gasthof Krone, dove abbiamo già fatto tappa altre volte.
In riva al Reno, questo paesino vivace mi ha sempre messo allegria, soprattutto quando ci sono arrivato la prima volta in occasione di una festa della birra.
Ora piove a dirotto e fa freddo, ma ritrovare un luogo noto è un po’ come ritrovare un pezzo di casa in questa Europa sempre un po’ più unita.
Mi rallegra un po’ il fatto che domani, statisticamente, dovrebbe piovere di meno. Ora siamo a Neunenburg, al caldo dentro l’Hotel-Gasthof Krone, dove abbiamo già fatto tappa altre volte.
In riva al Reno, questo paesino vivace mi ha sempre messo allegria, soprattutto quando ci sono arrivato la prima volta in occasione di una festa della birra.
Ora piove a dirotto e fa freddo, ma ritrovare un luogo noto è un po’ come ritrovare un pezzo di casa in questa Europa sempre un po’ più unita.
08 novembre 2009
Da influenza del porco a influenza mediatica.
Negli Ospedali e nelle ASL, fra polmoniti e appendiciti, abbiamo iniziato a vaccinare per l’influenza A H1N1 come indicato e disposto dal Ministero della Salute e via discendendo verso i governatorati regionali.
In realtà stiamo vaccinando i soggetti a rischio che avremmo vaccinato e che l’anno passato abbiamo vaccinato per l’influenza stagionale.
Il bombardamento mediatico è riuscito a trasformare la vaccinazione anti-influenzale in una messa cantata.
E così per tre giorni alla settimana officiamo la vaccinazione con il corredo di due/tre infermiere e un’impiegata amministrativa che ha il compito di vegliare e vigilare che vacciniamo chi e solo chi ne ha il sacrosanto diritto e ne sente il dovere.
Naturalmente in reparto nel frattempo la gente continua ad arrivare dal Pronto Soccorso per ogni raffreddore e c’è qualche infermiera in meno: quelle che stanno a officiare le vaccinazioni.
La colpa è dei preti: se la pillola avesse potuto circolare più liberamente forse sarebbe nato qualche imbecille in meno.
In realtà stiamo vaccinando i soggetti a rischio che avremmo vaccinato e che l’anno passato abbiamo vaccinato per l’influenza stagionale.
Il bombardamento mediatico è riuscito a trasformare la vaccinazione anti-influenzale in una messa cantata.
E così per tre giorni alla settimana officiamo la vaccinazione con il corredo di due/tre infermiere e un’impiegata amministrativa che ha il compito di vegliare e vigilare che vacciniamo chi e solo chi ne ha il sacrosanto diritto e ne sente il dovere.
Naturalmente in reparto nel frattempo la gente continua ad arrivare dal Pronto Soccorso per ogni raffreddore e c’è qualche infermiera in meno: quelle che stanno a officiare le vaccinazioni.
La colpa è dei preti: se la pillola avesse potuto circolare più liberamente forse sarebbe nato qualche imbecille in meno.
27 ottobre 2009
Come si voleva dimostrare (manus in manu).
Ecco, la fase pandemica della temibile influenza suina è arrivata. Naturalmente è arrivata presto e prima che il nostro Ministero della Salute riuscisse ad organizzare l’unica cosa sensata: un programma vaccinale e tmepestivo che si opponesse efficacemente alla circolazione del virus.
Nel frattempo gli altri non sono rimasti con le “mani in mano”.
Sull’ultima scansìa prima e davanti delle casse in ogni supermercato sono scomparsi gomme da masticare, rasoi “usa e getta” e preservativi per fare luogo a dispenser di gel disinfettante per le mani.
I Ministeri, sia quello della Salute che quello dell’Istruzione, hanno scoperto che il lavaggio sociale delle mani può limitare il diffondersi dell’influenza, anche di quella suina, e questa è veramente la scoperta dell’acqua calda. Giusto cinque secoli dopo la scoperta dell’America tanto che potremmo chiamarla la scoperta dell’uovo di Colombo.
Nel frattempo spero che i 25-26 lettori abbiano letto i commenti al precedente post sull’omeopatia.
In soldoni si è detto, e a piena ragione, che, sulla base “dell’esperienza personale”, l’Omeopatia ha la stessa efficacia della “medicina tradizionale”.
Purtroppo per la salute pubblica servono dati certi, deduttivi, confrontabili, parametrabili e non distorti dai mass media.
L’European Center for Disease Prevention and Control di Stoccolma (http://ecdc.europa.eu/en/Pages/home.aspx) di dati ne fornisce, ma si preferisce lasciarli agli addetti ai lavori.
Con "l’esperienza personale" possiamo giusto farci la birra, e naturalmente restare in Pronto Soccorso mentre gli omeopati dormono il sonno dei Giusti.
Nel frattempo gli altri non sono rimasti con le “mani in mano”.
Sull’ultima scansìa prima e davanti delle casse in ogni supermercato sono scomparsi gomme da masticare, rasoi “usa e getta” e preservativi per fare luogo a dispenser di gel disinfettante per le mani.
I Ministeri, sia quello della Salute che quello dell’Istruzione, hanno scoperto che il lavaggio sociale delle mani può limitare il diffondersi dell’influenza, anche di quella suina, e questa è veramente la scoperta dell’acqua calda. Giusto cinque secoli dopo la scoperta dell’America tanto che potremmo chiamarla la scoperta dell’uovo di Colombo.
Nel frattempo spero che i 25-26 lettori abbiano letto i commenti al precedente post sull’omeopatia.
In soldoni si è detto, e a piena ragione, che, sulla base “dell’esperienza personale”, l’Omeopatia ha la stessa efficacia della “medicina tradizionale”.
Purtroppo per la salute pubblica servono dati certi, deduttivi, confrontabili, parametrabili e non distorti dai mass media.
L’European Center for Disease Prevention and Control di Stoccolma (http://ecdc.europa.eu/en/Pages/home.aspx) di dati ne fornisce, ma si preferisce lasciarli agli addetti ai lavori.
Con "l’esperienza personale" possiamo giusto farci la birra, e naturalmente restare in Pronto Soccorso mentre gli omeopati dormono il sonno dei Giusti.
11 ottobre 2009
L’omeopatia: scienza e coscienza.
Cara Chiara, non ho ben capito cosa tu voglia chiedermi sull’omeopatia.
Però l'argomento è intrigante e lo propongo al dibattito dei 15 lettori.
Se la domanda fosse stata se si può curare l’influenza mediante l’omeopatia la risposta sarebbe stata: non credo.
Non mi occupo personalmente di omeopatia ma da qual poco che ne so non mi sembra che questa “disciplina” si sia mai posta il problema di curare le malattie infettive in fase acuta.
Per quanto riguarda la possibilità di una prevenzione dell’influenza non posso esprimermi, per il fatto stesso di non conoscere l’omeopatia.
Alcune medicine vengono definite “alternative” in quanto partono da presupposti diversi da quelli della medicina “ufficiale” che sarebbe meglio definire medicina “occidentale”.
In realtà il problema non sono i presupposti ma il metodo.
Se il metodo è deduttivo, ovvero scientifico, ovvero si avvicina la modello di Claude Bernard, non ho alcuna difficoltà a credere in quanto si asserisce.
E’ questo il caso della medicina cinese, dall’agopuntura alla sua riflessiva cugina.
Per quanto riguarda l’omeopatia invece i presupposti non sono deduttivi ma assiomatici. I sostenitori di questo metodo induttivo rifiutano il confronto con le leggi della fisica riconosciute, avvicinandosi quindi più alla fede che alla scienza.
A me personalmente riesce un po’ difficile credere a leggi che non siano previste dalla fisica relativistica quindi non dico “impossibile”, ma mi limito, rispettosamente, a giudicare l’omeopatia “improbabile”.
Alla fine ritengo che il medico debba sempre curare secondo scienza e coscienza, che non sono cose parametrabili.
Possiamo comunque tornare sull’argomento discutendo di etica, estetica, deontologia ed epistemologia del medico: scopriremmo cose molto interessanti, e forse non edificanti, sulla storia della medicina.

Esercitazione di pBLSD a Gravedona
Però l'argomento è intrigante e lo propongo al dibattito dei 15 lettori.
Se la domanda fosse stata se si può curare l’influenza mediante l’omeopatia la risposta sarebbe stata: non credo.
Non mi occupo personalmente di omeopatia ma da qual poco che ne so non mi sembra che questa “disciplina” si sia mai posta il problema di curare le malattie infettive in fase acuta.
Per quanto riguarda la possibilità di una prevenzione dell’influenza non posso esprimermi, per il fatto stesso di non conoscere l’omeopatia.
Alcune medicine vengono definite “alternative” in quanto partono da presupposti diversi da quelli della medicina “ufficiale” che sarebbe meglio definire medicina “occidentale”.
In realtà il problema non sono i presupposti ma il metodo.
Se il metodo è deduttivo, ovvero scientifico, ovvero si avvicina la modello di Claude Bernard, non ho alcuna difficoltà a credere in quanto si asserisce.
E’ questo il caso della medicina cinese, dall’agopuntura alla sua riflessiva cugina.
Per quanto riguarda l’omeopatia invece i presupposti non sono deduttivi ma assiomatici. I sostenitori di questo metodo induttivo rifiutano il confronto con le leggi della fisica riconosciute, avvicinandosi quindi più alla fede che alla scienza.
A me personalmente riesce un po’ difficile credere a leggi che non siano previste dalla fisica relativistica quindi non dico “impossibile”, ma mi limito, rispettosamente, a giudicare l’omeopatia “improbabile”.
Alla fine ritengo che il medico debba sempre curare secondo scienza e coscienza, che non sono cose parametrabili.
Possiamo comunque tornare sull’argomento discutendo di etica, estetica, deontologia ed epistemologia del medico: scopriremmo cose molto interessanti, e forse non edificanti, sulla storia della medicina.

Esercitazione di pBLSD a Gravedona
03 ottobre 2009
L'influenza del porco
Sull'ultimo numero del "Puncet", rivista periodica di Dongo, è comparso un articolo sull'influenza che da qualche mese ci tormenta e affascina.
A gentile richiesta lo trascrivo per i 25 lettori.
Per questa influenza di tipo A H1N1 o “influenza suina” si sono già sprecati fiumi di inchiostro.
Dalle prime ingenue e isteriche reazioni che inducevano ad astenersi dal consumare carne suina si è arrivati al terrore della pandemia, passando per la rievocazione dell’”asiatica” di infausta memoria.
Nel marasma multimediale e nella tempesta mediatica non è difficile vedere comunque qualche interesse privato, commerciale o di parte.
Ma facciamo ordine ed esaminiamo razionalmente quanto “si sa” (abbastanza) per difenderci meglio dai “si dice” (troppi) ed evitare inutile panico.
L’influenza A H1N1 – E’ una classica influenza che causa malessere, febbre e sintomi respiratori. Il termine “pandemia” non connota un’epidemia più grave, ma solo una diffusione su tutto il pianeta.
Molto spesso le influenze stagionali hanno assunto carattere pandemico, senza che la cosa suscitasse particolare sensazione come avviene in questi ultimi mesi.
Usualmente decorre in modo non grave. Può colpire i polmoni o causare sovra infezioni batteriche, che costituiscono le complicanze più gravi e temibili.
Questa evoluzione, comune anche a tutte le passate e future influenze, colpisce prevalentemente soggetti defedati, indeboliti e immuno-depressi.
La maggiore rapidità di contagio non è una caratteristica nuova o peculiare del virus di cui parliamo, ma sembra essere legata alla presenza di un’alta percentuale di individui non immunizzati e quindi suscettibili.
Infatti questo ceppo è una variante della “spagnola” che non si presenta sulla scena da parecchie decine di anni. Per questo motivo risulterebbero scarsamente suscettibili i soggetti nati prima del 1950, che avrebbero già incontrato un ceppo simile, immunizzandosi, mentre sembrano essere particolarmente indifesi tutti i soggetti nati dopo il 1970, che non hanno conosciuto ceppi simili.
L’epidemia quindi colpirà prevalentemente i giovani e i bambini.
A causa della diffusione prevalente in soggetti giovani l’indice di letalità è piuttosto basso, ad onta di quanto diffuso sinora dai mass media.
Trasmissione e misure di prevenzione passiva – La trasmissione, come per tutte le malattie virali, è per contiguità.
Il virus non vive da solo, ma dentro le cellule; la tosse, lo starnuto, la stretta di mano sono i sistemi più comuni con cui ci si infetta fra persone vicine.
Nella vicina Svizzera sono uscite delle regole che proibiscono la stretta di mano e scoraggiano il bacio, quantomeno sui luoghi di lavoro. Senza ricorrere all’elvetica intransigenza sarebbe sufficiente applicare le più semplici norme igieniche.
La misura più semplice è il lavaggio delle mani più volte al giorno e dopo ogni contatto per il personale sanitario. Un sistema molto semplice per far lavare le mani ai bambini è quello di farli contare fino a 20con le mani sotto il rubinetto dell’acqua.
In presenza di febbre di durata superiore ai tre giorni, soprattutto se il soggetto ha soggiornato da poco all’estero, sarebbe sconsigliabile intraprendere viaggi.
Questa tuttavia è una norma di buon senso comune che dovrebbe valere sempre, indipendentemente dalle epidemie.
Inutile ricorrere a mascherine che servono solo a isolare i malati, ma non proteggono le persone sane dal contagio.
I soggetti a rischio sono ovviamente le persone più deboli e segnatamente i cardiopatici, i pazienti con scarse difese immunitarie come chi ha recentemente eseguito chemioterapia anti-tumorale, i soggetti affetti da AIDS, da tubercolosi e da insufficienza renale, oltre atutti i soggeti che presentano patologia respiratoria cronica, dall'asma alla bronchite cronica.
Terapia – Il trattamento, come per le altre influenze, dovrebbe essere limitato all’impiego di anti-febbrili come il paracetamolo o, secondo l’ultima tendenza, l’ibuprofene.
Rigorosamente bandita l’aspirina, assolutamente nei bambini, ma meglio anche negli adulti, per il rischio di tossicità al fegato.
L’influenza di tipo A è sensibile ai farmaci antivirali, segnatamente al Valaciclovir (Zelitrex ©) e all’Oseltamivir (Tamiflu ©). Gli antibiotici, notoriamente antibatterici, non sono utili nelle infezioni virali se non nelle sovra-infezioni.
La terapia con antivirali non è priva di effetti collaterali per cui andrebbe riservata solo ai soggetti che presentano complicazioni polmonari o sistemiche.
Da quanto detto rampolla l’inutilità di acquistare e fare scorta di farmaci antivirali.
Prevenzione attiva – L’unica arma di prevenzione a breve e medio termine è un vaccino efficace.
Nel nostro caso per l’influenza A H1N1 un vaccino efficace è in fase di distribuzione durante le prime due settimane di ottobre.
Anche il vaccino più performante può rivelarsi un’arma spuntata se non è sostenuto da una campagna vaccinale ragionata e da una distribuzione mirata.
Il programma del Ministero della Salute prevede una vaccinazione di massa in tre tempi. Durante la prima fase, verosimilmente entro il mese di ottobre, verranno vaccinati gli operatori sanitari, medici, infermieri, addetti ai servizi essenziali, forze armate e donne gravide.
Subito dopo sarà il turno dei soggetti affetti da malattie respiratorie di età compresa fra i sei mesi e i sessantacinque anni; in questa fascia ci saranno anche i bambini con asma.
Durante la terza fase vaccinativa le dosi di verranno distribuite ai giovani fra i 6 mesi e i 27 anni.
Sembrerebbe deciso di non vaccinare i bambini l di sotto dei sei mesi in quanto in genere questa fascia non è inserita in comunità e comunque appare più vantaggioso immunizzare le donne gravide proteggendo in questo modo anche il nascituro sino almeno al sesto mese.
Al momento questo appare un programma di massima ed è verosimile che il Ministero della Salute apporti qualche modifica in itinere.
Il consiglio del pediatra - Non è ancora certo quando il vaccino contro l’ H1N1 sarà in vendita liberamente in farmacia. Alla luce di questa considerazione sarebbe opportuno iniziare a vaccinare con il vaccino contro l’influenza stagionale (il normale vaccino anti-influenzale) quanto prima almeno i bambini con asma allergico.
Devono essere considerati ad alto rischio anche altri gruppi di bambini, fortunatamente meno numerosi, ad esempio quelli affetti da sindrome di Down e quelli che nell’inverno precedente si sono ammalati di bronchiolite.
A gentile richiesta lo trascrivo per i 25 lettori.
Per questa influenza di tipo A H1N1 o “influenza suina” si sono già sprecati fiumi di inchiostro.
Dalle prime ingenue e isteriche reazioni che inducevano ad astenersi dal consumare carne suina si è arrivati al terrore della pandemia, passando per la rievocazione dell’”asiatica” di infausta memoria.
Nel marasma multimediale e nella tempesta mediatica non è difficile vedere comunque qualche interesse privato, commerciale o di parte.
Ma facciamo ordine ed esaminiamo razionalmente quanto “si sa” (abbastanza) per difenderci meglio dai “si dice” (troppi) ed evitare inutile panico.
L’influenza A H1N1 – E’ una classica influenza che causa malessere, febbre e sintomi respiratori. Il termine “pandemia” non connota un’epidemia più grave, ma solo una diffusione su tutto il pianeta.
Molto spesso le influenze stagionali hanno assunto carattere pandemico, senza che la cosa suscitasse particolare sensazione come avviene in questi ultimi mesi.
Usualmente decorre in modo non grave. Può colpire i polmoni o causare sovra infezioni batteriche, che costituiscono le complicanze più gravi e temibili.
Questa evoluzione, comune anche a tutte le passate e future influenze, colpisce prevalentemente soggetti defedati, indeboliti e immuno-depressi.
La maggiore rapidità di contagio non è una caratteristica nuova o peculiare del virus di cui parliamo, ma sembra essere legata alla presenza di un’alta percentuale di individui non immunizzati e quindi suscettibili.
Infatti questo ceppo è una variante della “spagnola” che non si presenta sulla scena da parecchie decine di anni. Per questo motivo risulterebbero scarsamente suscettibili i soggetti nati prima del 1950, che avrebbero già incontrato un ceppo simile, immunizzandosi, mentre sembrano essere particolarmente indifesi tutti i soggetti nati dopo il 1970, che non hanno conosciuto ceppi simili.
L’epidemia quindi colpirà prevalentemente i giovani e i bambini.
A causa della diffusione prevalente in soggetti giovani l’indice di letalità è piuttosto basso, ad onta di quanto diffuso sinora dai mass media.
Trasmissione e misure di prevenzione passiva – La trasmissione, come per tutte le malattie virali, è per contiguità.
Il virus non vive da solo, ma dentro le cellule; la tosse, lo starnuto, la stretta di mano sono i sistemi più comuni con cui ci si infetta fra persone vicine.
Nella vicina Svizzera sono uscite delle regole che proibiscono la stretta di mano e scoraggiano il bacio, quantomeno sui luoghi di lavoro. Senza ricorrere all’elvetica intransigenza sarebbe sufficiente applicare le più semplici norme igieniche.
La misura più semplice è il lavaggio delle mani più volte al giorno e dopo ogni contatto per il personale sanitario. Un sistema molto semplice per far lavare le mani ai bambini è quello di farli contare fino a 20con le mani sotto il rubinetto dell’acqua.
In presenza di febbre di durata superiore ai tre giorni, soprattutto se il soggetto ha soggiornato da poco all’estero, sarebbe sconsigliabile intraprendere viaggi.
Questa tuttavia è una norma di buon senso comune che dovrebbe valere sempre, indipendentemente dalle epidemie.
Inutile ricorrere a mascherine che servono solo a isolare i malati, ma non proteggono le persone sane dal contagio.
I soggetti a rischio sono ovviamente le persone più deboli e segnatamente i cardiopatici, i pazienti con scarse difese immunitarie come chi ha recentemente eseguito chemioterapia anti-tumorale, i soggetti affetti da AIDS, da tubercolosi e da insufficienza renale, oltre atutti i soggeti che presentano patologia respiratoria cronica, dall'asma alla bronchite cronica.
Terapia – Il trattamento, come per le altre influenze, dovrebbe essere limitato all’impiego di anti-febbrili come il paracetamolo o, secondo l’ultima tendenza, l’ibuprofene.
Rigorosamente bandita l’aspirina, assolutamente nei bambini, ma meglio anche negli adulti, per il rischio di tossicità al fegato.
L’influenza di tipo A è sensibile ai farmaci antivirali, segnatamente al Valaciclovir (Zelitrex ©) e all’Oseltamivir (Tamiflu ©). Gli antibiotici, notoriamente antibatterici, non sono utili nelle infezioni virali se non nelle sovra-infezioni.
La terapia con antivirali non è priva di effetti collaterali per cui andrebbe riservata solo ai soggetti che presentano complicazioni polmonari o sistemiche.
Da quanto detto rampolla l’inutilità di acquistare e fare scorta di farmaci antivirali.
Prevenzione attiva – L’unica arma di prevenzione a breve e medio termine è un vaccino efficace.
Nel nostro caso per l’influenza A H1N1 un vaccino efficace è in fase di distribuzione durante le prime due settimane di ottobre.
Anche il vaccino più performante può rivelarsi un’arma spuntata se non è sostenuto da una campagna vaccinale ragionata e da una distribuzione mirata.
Il programma del Ministero della Salute prevede una vaccinazione di massa in tre tempi. Durante la prima fase, verosimilmente entro il mese di ottobre, verranno vaccinati gli operatori sanitari, medici, infermieri, addetti ai servizi essenziali, forze armate e donne gravide.
Subito dopo sarà il turno dei soggetti affetti da malattie respiratorie di età compresa fra i sei mesi e i sessantacinque anni; in questa fascia ci saranno anche i bambini con asma.
Durante la terza fase vaccinativa le dosi di verranno distribuite ai giovani fra i 6 mesi e i 27 anni.
Sembrerebbe deciso di non vaccinare i bambini l di sotto dei sei mesi in quanto in genere questa fascia non è inserita in comunità e comunque appare più vantaggioso immunizzare le donne gravide proteggendo in questo modo anche il nascituro sino almeno al sesto mese.
Al momento questo appare un programma di massima ed è verosimile che il Ministero della Salute apporti qualche modifica in itinere.
Il consiglio del pediatra - Non è ancora certo quando il vaccino contro l’ H1N1 sarà in vendita liberamente in farmacia. Alla luce di questa considerazione sarebbe opportuno iniziare a vaccinare con il vaccino contro l’influenza stagionale (il normale vaccino anti-influenzale) quanto prima almeno i bambini con asma allergico.
Devono essere considerati ad alto rischio anche altri gruppi di bambini, fortunatamente meno numerosi, ad esempio quelli affetti da sindrome di Down e quelli che nell’inverno precedente si sono ammalati di bronchiolite.
Iscriviti a:
Post (Atom)

