Vivo da più di trent’anni in ospedale. Non sempre lo stesso, anzi.
Mi sono fermato quasi 11 anni a Sondrio e sono ancora qui a chiedermi perché. Ora in questo piccolo ospedale di fronte al mio Lago ho trascorso sette anni.
Non so se sono stati i più belli, ma certo i più intensi della mia vita.
Questa mattina sono davanti al distributore delle bevande calde.
Che tristezza!
La solitudine interiore ci porta a momenti di meschinità suprema. Prendere la prima colazione davanti a un distributore elettrico è mortificante dopo più di un quarto di secolo di lavoro.
Continuo a chiedermi cosa ci faccio in questo mondo a cui non so più prendere le misure.
Evadere verso l’Africa come Giovanni? Ricominciare daccapo da un’altra parte dove fare il medico sembri almeno più utile di qui?
Gettare la spugna e aspettare la pensione che non è più tanto lontana?
Ripartire, questa volta da solo, in bicicletta cercando ispirazione lungo un vecchio fiume d’Europa?
Mah… sentiamo i venticinque lettori.
Immagini catturate con lo scanner, con la fotocamera, con la sonda dell'ecografo, con il pensiero. Immagini che quasi sempre sono frutto della casualità e dell'intuizione.
25 agosto 2010
21 agosto 2010
Asia
Asia sta in camera 2; questa mattina c’è anche la sorellina che sia chiama Gaja. Come altri tre bambini ha una malattia abbastanza seria; è in via di guarigione e che sta ricoverata tranquilla, in attesa della lettera di dimissione con le indicazioni per il futuro.
Ma il Pronto Soccorso non demorde.
In rapida successione arrivano bambini con punture d’insetto, febbricola, dermatite da pannolino, farfallina rossa e coliche del lattante.
Fermo restando che il Pronto Soccorso è il posto giusto per curare la farfallite a un certo punto del pomeriggio arriva anche il bambino che ha un corpo estraneo nell’orecchio, non dà fastidio, è già due mesi che è lì, ma il destino evidentemente vuole che il venti agosto sia il giorno giusto per farselo togliere.
Asia aspetta pazientemente la sua lettera di dimissione; la mamma è sorridente.
Chi telefona per un consiglio, chi telefona per un appuntamento, chi telefona per lamentarsi.
Finalmente telefona un papà. Al mattino abbiamo visto suo figlio che ha una broncopolmonite e vorrebbe avere notizie. Ma non siamo stati esaustivi e chiari? Mi dispiace, se vuole le spiego daccapo. Non è quello il problema.
L’uomo che era con la mamma, anzi che sta con la mamma non è lui; lui è rimasto a lavorare in città, in pagamento che si sta separando.
Oddìo, spieghiamo tutto di nuovo, ma il problema è un altro: la mamma l’ha trascurato quel figlio e se l’avesse portato prima non si sarebbe ammalato e adesso lui non potrà portarselo al mare perché gli abbiamo dato un antibiotico e un suo amico medico gli ha detto che con l’antibiotico il bambino non può prendere il sole e allora lui si trova il bambino ammalato quando avrebbe dovuto portarlo al mare.
Ma scusi, dico, qui saremo pure al lago, ma il sole c’è anche qui! Se prende il sole al lago lo prenderà anche al mare; il suo amico medico non sa che antibiotico gli abbiamo dato…
E’ vero, dottore, dice a questo punto; poi mi racconta altre tre volte che la mamma trascura il figlio e finalmente mette giù la cornetta.
Asia aspetta pazientemente la sua lettera di dimissione; la mamma è sorridente.
Ma il Pronto Soccorso non demorde.
In rapida successione arrivano bambini con punture d’insetto, febbricola, dermatite da pannolino, farfallina rossa e coliche del lattante.
Fermo restando che il Pronto Soccorso è il posto giusto per curare la farfallite a un certo punto del pomeriggio arriva anche il bambino che ha un corpo estraneo nell’orecchio, non dà fastidio, è già due mesi che è lì, ma il destino evidentemente vuole che il venti agosto sia il giorno giusto per farselo togliere.
Asia aspetta pazientemente la sua lettera di dimissione; la mamma è sorridente.
Chi telefona per un consiglio, chi telefona per un appuntamento, chi telefona per lamentarsi.
Finalmente telefona un papà. Al mattino abbiamo visto suo figlio che ha una broncopolmonite e vorrebbe avere notizie. Ma non siamo stati esaustivi e chiari? Mi dispiace, se vuole le spiego daccapo. Non è quello il problema.
L’uomo che era con la mamma, anzi che sta con la mamma non è lui; lui è rimasto a lavorare in città, in pagamento che si sta separando.
Oddìo, spieghiamo tutto di nuovo, ma il problema è un altro: la mamma l’ha trascurato quel figlio e se l’avesse portato prima non si sarebbe ammalato e adesso lui non potrà portarselo al mare perché gli abbiamo dato un antibiotico e un suo amico medico gli ha detto che con l’antibiotico il bambino non può prendere il sole e allora lui si trova il bambino ammalato quando avrebbe dovuto portarlo al mare.
Ma scusi, dico, qui saremo pure al lago, ma il sole c’è anche qui! Se prende il sole al lago lo prenderà anche al mare; il suo amico medico non sa che antibiotico gli abbiamo dato…
E’ vero, dottore, dice a questo punto; poi mi racconta altre tre volte che la mamma trascura il figlio e finalmente mette giù la cornetta.
Asia aspetta pazientemente la sua lettera di dimissione; la mamma è sorridente.
20 agosto 2010
Sono un tipo antisociale
Sto invecchiando. E' un'amara riflessione; non è un luogo comune.
Ci sono segni inequivocabili: alcuni colleghi cominciano a darmi del “Lei”; non riesco a star dietro a tutte le innovazioni informatiche; mi cedono il posto sul tram (all’estero; in Italia l’educazione è tramontata inesorabilmente).Poi comincio a perdere la memoria; mi infastidisce la maleducazione dei maleducati; non sopporto più le motociclette rumorose e vorrei mettere le marmitte manomesse “in quel posto” ai genitori dei quattordicenni.
Detesto le mamme permissive e i padri senza palle.
Non sopporto gli scortesi e gli arroganti al volante, che sfogano sull’accelleratore le frustrazioni e l’impotenza.
Mi offendono l’incomprensione e l’ignoranza, il dogmatismo e la sicumera. Detesto la televisione.
Amo ancora il mio lavoro come il primo giorno e inizio la settimana con entusiasmo e buon umore. Amo le donne.
Sto veramente invecchiando o sono solo un asociale?
__________________________________________________
Gravedona; mb 1014 -1020, tempo sereno, temperatura 17.7° C - 24.7° C; umidità 36 - 48%
18 agosto 2010
17 agosto 2010
16 agosto 2010
Chiara e Andrea sulla Via Claudia Augusta
Chiara e Andrea, giovani ed entusiasti, erano passati anche da casa mia, dalla vecchia casa di Morbegno, qualche anno fa.
Ogni tanto tornavano sul blog per seguire qualche mio viaggio in bicicletta o qualche avventura di navigazione sul “Lusitania”, magari pregustando un tragicomico naufragio fra Breva e Tivano o fra Pescallo e Bellagio.
Qualche settimana fa Chiara mi aveva avvisato su Facebook che sarebbero partiti per un viaggio in bicicletta lungo la Via Claudia Augusta.
Poi mi ero tolto finalmente e sempre troppo tardi da Facebook e non ci avevo più pensato.
Quale sorpresa, e quanto piacevole sorpresa è stato scoprire il loro blog di viaggio "Camminfacendo" che racconta la preparazione, l’aspettativa, gli stati d’animo prima della partenza, durante il viaggio di avvicinamento, le emozioni durante il viaggio e la soddisfazione mista alla malinconia dell’arrivo.
Mi spiace di non averli seguiti dall’inizio di questo entusiasmante viaggio dal Danubio alle rive dell’Adriatico.
Ma avrei chiuso ogni messaggio con un’esclamazione di invidia.
Oggi sono arrivati a Venezia; sono tornati a casa. Vedremo come continuerà il blog.
Per intanto complimenti conditi, naturalmente, con molta invidia.
Gravedona - h 22.30; pressione 1016 mb stabile dopo una giornata con tempo variabile; temperatura 16 °C; umidità 45%.
Ogni tanto tornavano sul blog per seguire qualche mio viaggio in bicicletta o qualche avventura di navigazione sul “Lusitania”, magari pregustando un tragicomico naufragio fra Breva e Tivano o fra Pescallo e Bellagio.
Qualche settimana fa Chiara mi aveva avvisato su Facebook che sarebbero partiti per un viaggio in bicicletta lungo la Via Claudia Augusta.
Poi mi ero tolto finalmente e sempre troppo tardi da Facebook e non ci avevo più pensato.
Quale sorpresa, e quanto piacevole sorpresa è stato scoprire il loro blog di viaggio "Camminfacendo" che racconta la preparazione, l’aspettativa, gli stati d’animo prima della partenza, durante il viaggio di avvicinamento, le emozioni durante il viaggio e la soddisfazione mista alla malinconia dell’arrivo.
Mi spiace di non averli seguiti dall’inizio di questo entusiasmante viaggio dal Danubio alle rive dell’Adriatico.
Ma avrei chiuso ogni messaggio con un’esclamazione di invidia.
Oggi sono arrivati a Venezia; sono tornati a casa. Vedremo come continuerà il blog.
Per intanto complimenti conditi, naturalmente, con molta invidia.
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Gravedona - h 22.30; pressione 1016 mb stabile dopo una giornata con tempo variabile; temperatura 16 °C; umidità 45%.
15 agosto 2010
Ferragosto a Gravedona
Ore 20.30; pressione 1017 mb in aumento dopo una giornata di pioggia; temperatura 16.5 °C; umidità 51%.
Domani sarà una bella giornata.
Ferragosto 2010 in Pediatria
Medici e infermiere della Pediatria di Gravedona cosa'avranno da essere così contenti a ferragosto?
Sem tucc fieui de questa scalinada
che urmai cugnùsum
basèl per basèl
Sem tucc fieui de questa scalinada
che urmai cugnùsum
basèl per basèl
09 agosto 2010
Alberto Davanzo ha scritto "Compagni a quadrivio Zappata"
Un libro scritto nell’italiano smagliante e nitido di chi ha studiato. E di chi ha iniziato a studiare anche prima del ’68, prima della bufera che ha travolto scuola e società abbattendo miti stantii preconfezionati e catacombe di nozionismo.
Con questo italiano un po’ ricercato e un po’ desueto Alberto Davanzo dipinge e a volte addirittura scolpisce la Torino e l’Italia degli anni ’60 e quelli del successivo decennio.
La storia è credibile, è plausibile e, in fondo, sicuramente credo, un po’ autobiografica.
Sono anni che ho attraversato a mia volta, spesso condividendo, spesso criticando nuovi miti e idee, senza perdere di vista le mie radici.
Il viaggio nell’Italia di quegli anni, i luoghi e le atmosfere sono quelli in cui ho studiato e attraversato l’università, i suoi riti, i suoi ideali poi in parte traditi.
I miei viaggi interminabili in treno mi portavano a fare conoscenza con occasionali compagni, a volte anche compagne di viaggio.
I compagni, quelli che seguivano ideali che garrivano come bandiere, quelli che sono partiti per la Romania o per la lotta armata, li ho sempre e solo considerati compagni di viaggio e non mi è accaduto di rincontrarli al quadrivio di Rogoredo, dove spesso il mio treno si arenava prima di entrare a Milano Centrale.
E poi non sono mai stato un “compagno”; sono sempre stato allergico a dogmi e liturgìe che sventolassero bandiere di ogni colore.
Quello che non ho trovato nel libro, e forse non dovevo cercare, è stato il bilancio critico quest’epoca che ha abbattuto dei miti ma che non li ha più, o forse non ancora, sostituiti.
Gli anni sessanta, o meglio, i miei sessant’anni, sono occasione di bilanci, e non li trovo molto positivi.
Non parlo del mio bilancio personale, che sino ad oggi e per me è attivo, anzi ho raggiunto una posizione che non merito senza aiuti esterni, credendo solo ciecamente nei miei modesti ideali.
Ma il bilancio della nostra generazione, questo no, non è attivo.
Cosa è rimasto delle vostre e nostre lotte? Questo mondo che rifiuta i flussi migratori, che teme i diversi e si fa beffe del senso di cittadinanza, è quello che volevamo?
E avrei altre riflessioni amare.
Con questo italiano un po’ ricercato e un po’ desueto Alberto Davanzo dipinge e a volte addirittura scolpisce la Torino e l’Italia degli anni ’60 e quelli del successivo decennio.
La storia è credibile, è plausibile e, in fondo, sicuramente credo, un po’ autobiografica.
Sono anni che ho attraversato a mia volta, spesso condividendo, spesso criticando nuovi miti e idee, senza perdere di vista le mie radici.
Il viaggio nell’Italia di quegli anni, i luoghi e le atmosfere sono quelli in cui ho studiato e attraversato l’università, i suoi riti, i suoi ideali poi in parte traditi.I miei viaggi interminabili in treno mi portavano a fare conoscenza con occasionali compagni, a volte anche compagne di viaggio.
I compagni, quelli che seguivano ideali che garrivano come bandiere, quelli che sono partiti per la Romania o per la lotta armata, li ho sempre e solo considerati compagni di viaggio e non mi è accaduto di rincontrarli al quadrivio di Rogoredo, dove spesso il mio treno si arenava prima di entrare a Milano Centrale.
E poi non sono mai stato un “compagno”; sono sempre stato allergico a dogmi e liturgìe che sventolassero bandiere di ogni colore.
Quello che non ho trovato nel libro, e forse non dovevo cercare, è stato il bilancio critico quest’epoca che ha abbattuto dei miti ma che non li ha più, o forse non ancora, sostituiti.
Gli anni sessanta, o meglio, i miei sessant’anni, sono occasione di bilanci, e non li trovo molto positivi.
Non parlo del mio bilancio personale, che sino ad oggi e per me è attivo, anzi ho raggiunto una posizione che non merito senza aiuti esterni, credendo solo ciecamente nei miei modesti ideali.
Ma il bilancio della nostra generazione, questo no, non è attivo.
Cosa è rimasto delle vostre e nostre lotte? Questo mondo che rifiuta i flussi migratori, che teme i diversi e si fa beffe del senso di cittadinanza, è quello che volevamo?
E avrei altre riflessioni amare.
04 agosto 2010
Francesco Guccini
Una delle mie pazienti più simpatiche, la piccola Maddy, mi ha regalato l’ultimo libro di Guccini.
Certamente l’ha scelto la sua mamma, che con questa scelta ha dimostrato una rara sensibilità e, sapendo che ogni tanto legge queste righe, la ringrazio con il cuore.
Francesco Guccini è un amico che ho visto anche da vicino e che periodicamente ritorna a consolarmi della solitudine.
Il 14 giugno, data dolorosamente infausta per me, Francesco ha compiuto settant’anni. Avrei voluto scrivere qualcosa, ma di luoghi comuni si sono riempiti i blog quel giorno.

Forse non sempre l’ho seguito e avevo perso qualche sua canzone, così come ho perso qualche suo libro, ma non sempre sono stato solo, oppure non sempre ho sofferto della solitudine ovvero non sempre mi sono sentito solo.
Rivedendo, forse ristudiando tutto quello che Francesco ha scritto e cantato, comincio a capire che la solitudine è la nostra vera compagna di viaggio.
A volte un amore, una “storia normale” ci allontana per un po’ dalla solitudine, ma la domanda sorge spontanea: quante volte ci si può innamorare?
E forse è vero che quasi sempre “il peccato fu creder speciale una storia normale” come risuona in uno dei suoi capolavori: Farewell.
E alla fine io credo che Farewell fosse il nome di una donna, o forse lo sia veramente, o lo sia stato.
Ma alla fine della strada ripenso a Paolo Coelho che arriva a scrivere «Tutto l'universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.»
E forse è bene prendere la decisione di stare bene solo con i propri sogni; non costa molto, ma ci vogliono tanti anni per capirlo.
Certamente l’ha scelto la sua mamma, che con questa scelta ha dimostrato una rara sensibilità e, sapendo che ogni tanto legge queste righe, la ringrazio con il cuore.
Francesco Guccini è un amico che ho visto anche da vicino e che periodicamente ritorna a consolarmi della solitudine.
Il 14 giugno, data dolorosamente infausta per me, Francesco ha compiuto settant’anni. Avrei voluto scrivere qualcosa, ma di luoghi comuni si sono riempiti i blog quel giorno.
Forse non sempre l’ho seguito e avevo perso qualche sua canzone, così come ho perso qualche suo libro, ma non sempre sono stato solo, oppure non sempre ho sofferto della solitudine ovvero non sempre mi sono sentito solo.
Rivedendo, forse ristudiando tutto quello che Francesco ha scritto e cantato, comincio a capire che la solitudine è la nostra vera compagna di viaggio.
A volte un amore, una “storia normale” ci allontana per un po’ dalla solitudine, ma la domanda sorge spontanea: quante volte ci si può innamorare?
E forse è vero che quasi sempre “il peccato fu creder speciale una storia normale” come risuona in uno dei suoi capolavori: Farewell.
E alla fine io credo che Farewell fosse il nome di una donna, o forse lo sia veramente, o lo sia stato.
Ma alla fine della strada ripenso a Paolo Coelho che arriva a scrivere «Tutto l'universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.»
E forse è bene prendere la decisione di stare bene solo con i propri sogni; non costa molto, ma ci vogliono tanti anni per capirlo.
03 agosto 2010
E-Book
Per il mio compleanno ultimo, l’ultimo prima degli “anta” che consacrano definitivamente alla terza età, Valentina e Veronica, con i rispettivi “ziti” mi hanno regalato il lettore di e-book.
Lo so, per gente della mia generazione e anche per qualcuna seguente, il fruscìo delle pagine di un libro nuovo sfogliato in libreria sarà ancora per qualche anno insostituibile.
E anche lo sfogliare le pagine lisciate dall’uso di un libro di una biblioteca è un’emozione irripetibile.
Ma non gridiamo troppo allo scandalo degli e-book, in fondo i quotidiani del secolo scorso sono già quasi tutti microfilmati in quasi tutte le biblioteche.
E allora tanto vale iniziare a leggere sul lettore e-book. Dopo qualche momento di disagio l’avventura è divertente.
L’idea di disporre di qualche centinaio di libri in un unico aggeggio vagamente imparentato con un videogioco diventa entusiasmante.
E non facciamo nulla di nuovo di quello che abbiamo fatto con la musica quasi senza accorgercene; chi gira con qualche decina di ore di musica con il lettore MP3 nel taschino non è mai stato sentito rimpiangere un giradischi a 33 giri.
Per ora il guaio è che i pochi e-book facilmente recuperabili in italiano sono per lo più opere classiche, e fra queste la più parte piuttosto pallose.
Ma non disperiamo, Internet Book Shop ha già aperto una sezione dedicata all’e-book e su Book RepublicStore ci sono già dei titoli interessanti.
Fra le case editrici italiana "Il Maestrale" ha già disponibili buona parte dei libri di Salvatore Niffoi in formato digitale.
Amazon, negli USA, sostiene di vendere più libri su supporto digitale che non cartaceo.
La televisione e la ghigliottina impediscono alla gente di pensare con la propria testa. L’e-book no.
Lo so, per gente della mia generazione e anche per qualcuna seguente, il fruscìo delle pagine di un libro nuovo sfogliato in libreria sarà ancora per qualche anno insostituibile.
E anche lo sfogliare le pagine lisciate dall’uso di un libro di una biblioteca è un’emozione irripetibile.
Ma non gridiamo troppo allo scandalo degli e-book, in fondo i quotidiani del secolo scorso sono già quasi tutti microfilmati in quasi tutte le biblioteche.
E allora tanto vale iniziare a leggere sul lettore e-book. Dopo qualche momento di disagio l’avventura è divertente.
L’idea di disporre di qualche centinaio di libri in un unico aggeggio vagamente imparentato con un videogioco diventa entusiasmante.
E non facciamo nulla di nuovo di quello che abbiamo fatto con la musica quasi senza accorgercene; chi gira con qualche decina di ore di musica con il lettore MP3 nel taschino non è mai stato sentito rimpiangere un giradischi a 33 giri.
Per ora il guaio è che i pochi e-book facilmente recuperabili in italiano sono per lo più opere classiche, e fra queste la più parte piuttosto pallose.
Ma non disperiamo, Internet Book Shop ha già aperto una sezione dedicata all’e-book e su Book RepublicStore ci sono già dei titoli interessanti.
Fra le case editrici italiana "Il Maestrale" ha già disponibili buona parte dei libri di Salvatore Niffoi in formato digitale.
Amazon, negli USA, sostiene di vendere più libri su supporto digitale che non cartaceo.
La televisione e la ghigliottina impediscono alla gente di pensare con la propria testa. L’e-book no.
27 luglio 2010
La Barrocciaia a Livorno
Dal porto al mercato, due luoghi dove guardare la vita che fluisce a Livorno.
Dopo che il pilota è salito all’imbocco del porto la nave rallenta e manovra maestosa fra le banchine e i moli. Non ci sono navi da crociera ma solo gru e mucchi di pietrisco e sale sui moli. Carri merce neri di grasso sotto e grigi di polvere e salsedine sopra dormono sulla banchina.
Bob Dylan rauco canta nelle cuffie in un’incisione rara con Paul Simon rubata su Emule.
Scendo indolenzito e accaldato dal traghetto che mi riporta dalla Corsica.
Prima di affrontare l’autostrada è tradizione tentare la piazza del mercato.
Il mercato è lo specchio di una città, di un paese, di una comunità; il suo termometro. Trascinandomi nell’afa fra una bancarella e un’altra dove risuonano sempre più rare le grida in toscano raggiungo “La barrocciaia”.
Cosa sia è difficile dire: un po’ trattoria, un po’ osteria, un po’ ritrovo, un po’ antro. Qui si mangiano i panini più buoni d’Italia ma non chiamiamola paninoteca, per carità e per rispetto.
Forse qui si può gavazzare e bere sino a tarda notte e se Francesco Guccini fosse stato toscano lo si sarebbe potuto trovare qui.
Dove trovare un posto dove mangiare un panino di 35 centimetri con roast beef, verdure crude, salsa verde e un bicchiere di Chianti vero a 7 euro?
Ma il valore aggiunto è sedersi fuori, su due o tre tavolacci unti guarniti di sedie impagliate rigorosamente targate Ikea. I tavoli de “La barocciaia” sono rispettati dai marocchini che tentano un approccio solo con me, tradito dalla vecchia reflex Nikon, simbolo e vanto di viandante curioso e intemperante, e infatti negligentemente appoggiata sulla sedia accanto.
Insomma se volete mangiare pesce a Livorno ci sono dei gran bei posti, più o meno rispettabili, ma se ci piace prendere il polso alla città, al mondo, all’Italia che ci circonda, a quella che scompare guardando nello stesso tempo negli occhi all’Italia che sarà, non c’è osservatorio migliore di questo angolo di mercato e di mondo.
I voti: qualità 10, servizio 9, vini 9; la media è 9+, scusate se è poco.
Dopo che il pilota è salito all’imbocco del porto la nave rallenta e manovra maestosa fra le banchine e i moli. Non ci sono navi da crociera ma solo gru e mucchi di pietrisco e sale sui moli. Carri merce neri di grasso sotto e grigi di polvere e salsedine sopra dormono sulla banchina.
Bob Dylan rauco canta nelle cuffie in un’incisione rara con Paul Simon rubata su Emule.
Scendo indolenzito e accaldato dal traghetto che mi riporta dalla Corsica.
Prima di affrontare l’autostrada è tradizione tentare la piazza del mercato.
Il mercato è lo specchio di una città, di un paese, di una comunità; il suo termometro. Trascinandomi nell’afa fra una bancarella e un’altra dove risuonano sempre più rare le grida in toscano raggiungo “La barrocciaia”.
Cosa sia è difficile dire: un po’ trattoria, un po’ osteria, un po’ ritrovo, un po’ antro. Qui si mangiano i panini più buoni d’Italia ma non chiamiamola paninoteca, per carità e per rispetto.
Forse qui si può gavazzare e bere sino a tarda notte e se Francesco Guccini fosse stato toscano lo si sarebbe potuto trovare qui.
Dove trovare un posto dove mangiare un panino di 35 centimetri con roast beef, verdure crude, salsa verde e un bicchiere di Chianti vero a 7 euro?
Ma il valore aggiunto è sedersi fuori, su due o tre tavolacci unti guarniti di sedie impagliate rigorosamente targate Ikea. I tavoli de “La barocciaia” sono rispettati dai marocchini che tentano un approccio solo con me, tradito dalla vecchia reflex Nikon, simbolo e vanto di viandante curioso e intemperante, e infatti negligentemente appoggiata sulla sedia accanto.Insomma se volete mangiare pesce a Livorno ci sono dei gran bei posti, più o meno rispettabili, ma se ci piace prendere il polso alla città, al mondo, all’Italia che ci circonda, a quella che scompare guardando nello stesso tempo negli occhi all’Italia che sarà, non c’è osservatorio migliore di questo angolo di mercato e di mondo.
I voti: qualità 10, servizio 9, vini 9; la media è 9+, scusate se è poco.
21 luglio 2010
Elogio della gratitudine
Come ieri sera sono un po’ depresso e rischio di scrivere ancora più sciocchezze e banalità di sempre.
La mia depressione: forse non è il caso di scomodare una parola così grossa, forse è solo delusione frammista a malumore, per capire tutto questo dovrei raccontare le mie disavventure degli ultimi dieci anni, ma mi ci vorrebbe ancora un po’ di coraggio e di sincerità.
Poi alla fine non ci sono soluzioni e quindi rimandiamo a tempi migliori.
Motivi di depressione vera ce ne sarebbero.
Nonostante quello che si pensa non capita spesso ad un medico di salvare veramente una vita.
A me è successo di recente e in segno di gratitudine mi sono preso una denuncia per negligenza.
Forse è giunto il momento di gettare il camice alle ortiche e partire per la Corsica.
La mia depressione: forse non è il caso di scomodare una parola così grossa, forse è solo delusione frammista a malumore, per capire tutto questo dovrei raccontare le mie disavventure degli ultimi dieci anni, ma mi ci vorrebbe ancora un po’ di coraggio e di sincerità.
Poi alla fine non ci sono soluzioni e quindi rimandiamo a tempi migliori.
Motivi di depressione vera ce ne sarebbero.
Nonostante quello che si pensa non capita spesso ad un medico di salvare veramente una vita.
A me è successo di recente e in segno di gratitudine mi sono preso una denuncia per negligenza.
Forse è giunto il momento di gettare il camice alle ortiche e partire per la Corsica.
14 luglio 2010
Pediatria, dalle 8.30 alle 15.30
Vorrei dire un giorno qualunque invece era ieri.
Verso le 8.30 arriva un bimbo di otto anni, preveniente dal Pronto Soccorso, che avrebbe avuto un’otite esterna circa dieci giorni prima e ora la mamma vorrebbe una visita di controllo.
Non mi sembra ci sia molto pronto soccorso né qualche urgenza, ma non sottilizziamo, dice la giovane Maddalena, astro nascente della nostra Pediatria, e comincia a visitarlo.
Ma no, dice la mamma, io voglio una visita ORL! Oddìo l’ORL è una specialità chirurgica e questa mattina, guarda caso, i medici sono in sala operatoria e allora come facciamo?
Un’infermiera del PS suggerisce di tornare dopo le 16, ma come si fa? chiede la mamma - io voglio una visita di controllo prima, poco importa che a Milano ci vogliono tre mesi e a Como un mese e a Sondrio un mese e a Lecco due mesi, io la voglio oggi! E anche gratis e attraverso il Pronto Soccorso, che noi paghiamo le tasse.
Maddalena è piena di entusiasmo e umilmente si offre di vedere se la visita si potrà fare prima delle 16 e prende i numeri di telefono.
Purtroppo i medici ORL non hanno tempo, insomma è luglio, la sala operatoria è piena, vedremo dopo le sedici e comunque fino alle 17 noi ci siamo.
Ma la mamma non demorde e inizia a chiamare Maddalena a ripetizione; Maddy alle 15 non ce la fa più e mi coinvolge.
In effetti io ho da fare un po’ di ecografie, ci sono almeno due pazienti veramente gravi, devo telefonare al chirurgo pediatrico, devo firmare una pila di cartelle per la Direzione Sanitaria, inveire per l’aria condizionata che non c’è e dove c’è non funziona, e poi è caldo, e poi il telefono squilla in continuazione e domani ci sarà la visita per l’accreditamento di qualità, e due medici partiranno per le ferie la settimana ventura e una pediatra è in gravidanza e io non posso fare ferie, e la mia bicicletta è rimasta a Morbegno, e fa caldo, fa caldo e poi fa caldo.
Vabbè, mettiamoci una pezza: provo a chiamare io la mamma e spiegare che non può pretendere una visita di controllo in giornata e soprattutto una visita ORL, che noi siamo la Pediatria.
Mal me ne incoglie.
La mamma si adira e inizia ad inveire e poi è ridicolo che non si possa avere una visita ORL in giornata e come posso io non rassicurarla che la visita l’avrà per davvero alle 16 e lei come può fare?
In tutta sincerità mi verrebbe da mandarla a dar via il culo, ma non è possibile, io sono solo un pediatra, non sono né uno psicologo né un consulente famigliare, ma sopratutto non sono un medico ORL.
Faccio già molto fatica a mandare avanti il mio reparto, figuriamoci se penso anche lontanamente a rompere le palle ai colleghi ORL.
Mi faccio forza, rispondo gentilmente e pazientemente alla signora, passatemi la minuscola, e le propongo di parlare con i colleghi dell’ORL per perorare la sua causa di una visita di controllo in giornata per un bambino sano che dieci giorni prima ha avuto un’otite esterna ed è pure guarito e ora sta anche bene.
Sotto sotto spero che accetti, anche perché sono sicuro di come risponderanno in ORL, invece no! Dopo l’ennesimo fiero rifiuto la signora finalmente mette giù il telefono indignata.
Cerco di non incazzarmi, senza molto successo, ma poi penso che questa signora forse ha ancora un marito se non è scappato e che quindi c’è sempre qualcuno che sta peggio di me!
Verso le 8.30 arriva un bimbo di otto anni, preveniente dal Pronto Soccorso, che avrebbe avuto un’otite esterna circa dieci giorni prima e ora la mamma vorrebbe una visita di controllo.
Non mi sembra ci sia molto pronto soccorso né qualche urgenza, ma non sottilizziamo, dice la giovane Maddalena, astro nascente della nostra Pediatria, e comincia a visitarlo.
Ma no, dice la mamma, io voglio una visita ORL! Oddìo l’ORL è una specialità chirurgica e questa mattina, guarda caso, i medici sono in sala operatoria e allora come facciamo?
Un’infermiera del PS suggerisce di tornare dopo le 16, ma come si fa? chiede la mamma - io voglio una visita di controllo prima, poco importa che a Milano ci vogliono tre mesi e a Como un mese e a Sondrio un mese e a Lecco due mesi, io la voglio oggi! E anche gratis e attraverso il Pronto Soccorso, che noi paghiamo le tasse.
Maddalena è piena di entusiasmo e umilmente si offre di vedere se la visita si potrà fare prima delle 16 e prende i numeri di telefono.
Purtroppo i medici ORL non hanno tempo, insomma è luglio, la sala operatoria è piena, vedremo dopo le sedici e comunque fino alle 17 noi ci siamo.
Ma la mamma non demorde e inizia a chiamare Maddalena a ripetizione; Maddy alle 15 non ce la fa più e mi coinvolge.
In effetti io ho da fare un po’ di ecografie, ci sono almeno due pazienti veramente gravi, devo telefonare al chirurgo pediatrico, devo firmare una pila di cartelle per la Direzione Sanitaria, inveire per l’aria condizionata che non c’è e dove c’è non funziona, e poi è caldo, e poi il telefono squilla in continuazione e domani ci sarà la visita per l’accreditamento di qualità, e due medici partiranno per le ferie la settimana ventura e una pediatra è in gravidanza e io non posso fare ferie, e la mia bicicletta è rimasta a Morbegno, e fa caldo, fa caldo e poi fa caldo.
Vabbè, mettiamoci una pezza: provo a chiamare io la mamma e spiegare che non può pretendere una visita di controllo in giornata e soprattutto una visita ORL, che noi siamo la Pediatria.
Mal me ne incoglie.
La mamma si adira e inizia ad inveire e poi è ridicolo che non si possa avere una visita ORL in giornata e come posso io non rassicurarla che la visita l’avrà per davvero alle 16 e lei come può fare?
In tutta sincerità mi verrebbe da mandarla a dar via il culo, ma non è possibile, io sono solo un pediatra, non sono né uno psicologo né un consulente famigliare, ma sopratutto non sono un medico ORL.
Faccio già molto fatica a mandare avanti il mio reparto, figuriamoci se penso anche lontanamente a rompere le palle ai colleghi ORL.
Mi faccio forza, rispondo gentilmente e pazientemente alla signora, passatemi la minuscola, e le propongo di parlare con i colleghi dell’ORL per perorare la sua causa di una visita di controllo in giornata per un bambino sano che dieci giorni prima ha avuto un’otite esterna ed è pure guarito e ora sta anche bene.
Sotto sotto spero che accetti, anche perché sono sicuro di come risponderanno in ORL, invece no! Dopo l’ennesimo fiero rifiuto la signora finalmente mette giù il telefono indignata.
Cerco di non incazzarmi, senza molto successo, ma poi penso che questa signora forse ha ancora un marito se non è scappato e che quindi c’è sempre qualcuno che sta peggio di me!
06 luglio 2010
Cap Corse
Esistono dei posti che sono un po’ sempre esistiti nei nostri sogni. Non necessariamente sono dei bei sogni. Spesso sono immagini che ci costruiamo inconsciamente mettendo insieme con pazienza fantasie di letture giovanili, luoghi della memoria ingigantiti dal ricordo, frammenti di viaggi compiuti in momenti particolari della nostra vita.
Queste immagini lievitano nella nostra fantasia fino a raggiungere un limbo sospeso fra il deja vu e il ricordo e iniziano a seguirci nei nostri viaggi reali costringendoci a confronti continui e impossibili.
Fra questi luoghi immaginari si è insinuato da tempo il paesaggio del Cap Corse, il “dito” che dalla Corsica si protende a nord verso quella Liguria sospesa per i Corsi fa amore e odio.
Sono arrivato per la prima volta a Macinaggio nel ’90. Mio padre era mancato da pochi mesi. Mia madre passava il tempo cercando disperatamente in me quello che aveva perso e che non sarei mai stato.
Io mi dibattevo nella solitudine di chi percepisce un matrimonio finito e si aggrappa disperatamente ai suoi brandelli sospeso fra la pigrizia, la disperazione e la rassegnazione.
Non amavo ancora il mare, o almeno non me lo ero ancora confessato. La cosa più difficile non è confessarsi la verità ma accettarla e assolversi liberandoci da tutti i condizionamenti patiti.
Ora so che in quel momento è iniziato il mio amore cieco per il Cap Corse, per i suoi traghetti che scorrono silenziosi scendendo dal faro della Giraglia fino a Bastia.
Incrociano sornioni poco lontano dalla costa nella foschia oppure lottano con il mare scosso dal maestrale mentre il rumore delle macchine arriva a tratti sovrastando quello del vento.
Non so se riuscirò a comprare casa in Cap Corse, ma quello sarebbe un buon posto per tornare a vivere.
Queste immagini lievitano nella nostra fantasia fino a raggiungere un limbo sospeso fra il deja vu e il ricordo e iniziano a seguirci nei nostri viaggi reali costringendoci a confronti continui e impossibili.
Fra questi luoghi immaginari si è insinuato da tempo il paesaggio del Cap Corse, il “dito” che dalla Corsica si protende a nord verso quella Liguria sospesa per i Corsi fa amore e odio.
Sono arrivato per la prima volta a Macinaggio nel ’90. Mio padre era mancato da pochi mesi. Mia madre passava il tempo cercando disperatamente in me quello che aveva perso e che non sarei mai stato.
Io mi dibattevo nella solitudine di chi percepisce un matrimonio finito e si aggrappa disperatamente ai suoi brandelli sospeso fra la pigrizia, la disperazione e la rassegnazione.Non amavo ancora il mare, o almeno non me lo ero ancora confessato. La cosa più difficile non è confessarsi la verità ma accettarla e assolversi liberandoci da tutti i condizionamenti patiti.
Ora so che in quel momento è iniziato il mio amore cieco per il Cap Corse, per i suoi traghetti che scorrono silenziosi scendendo dal faro della Giraglia fino a Bastia.
Incrociano sornioni poco lontano dalla costa nella foschia oppure lottano con il mare scosso dal maestrale mentre il rumore delle macchine arriva a tratti sovrastando quello del vento.
Non so se riuscirò a comprare casa in Cap Corse, ma quello sarebbe un buon posto per tornare a vivere.
12 giugno 2010
Ristorante "Il mare" a Rio Marina
Da due anni capito all’Elba in questo periodo e ormai più d’una volta sono venuto a mangiare da Laila.
Io la chiamo signora Laila, ma so che fa più effetto dire “da Laila” a Rio Marina.
Laila è sempre premurosa e mai sbrigativa, neppure al sabato sera, se si ha avuto il buon senso di prenotare.
Laila ha sempre il ristorante pieno e il valore aggiunto è che non si tratta solo di villeggianti, ma anche di gente del posto.
In effetti la prima volta ci ero arrivato su indicazione di un farmacista stagionale che faceva la stagione estiva proprio a Rio Marina.
Il locale si apre sul porto e sul traghetto che instancabile fa la spola da Piombino. L’arredamento è casual ma si mangia quasi sempre fuori.
La carta del menu è accattivante, ma io suggerisco di consultare sempre la lavagna del menu del giorno, di fianco alla porta d’ingresso.
Qualche esempio: maltagliati con polpo e fagioli, spaghetti neri con ricci di mare, gallinella all’acqua pazza, stoccafisso con olive e patate.
Non mancano dei piatti più fantasiosi come i ravioli di mare con purea di melanzane o gli gnocchi con l’astice.
Per i più tradizionalisti, o per chi è scarso di fantasia, ci sono comunque sempre risotto alla marinara, spaghetti ai frutti di mare oppure frittura mista (croccante, leggera e morbida).
Personalmente ho lasciato il cuore sui maltagliati con polpo e fagioli, ma capisco che avendo l’età giusta si potesse lasciare il cuore anche per la signora Laila.
I prezzi sono onestissimi, l’unico appunto è sulla scelta dei vini, un po’ limitata.
I voti: qualità 10, servizio 10, vini 7; la media sta comunque sul 9.
Io la chiamo signora Laila, ma so che fa più effetto dire “da Laila” a Rio Marina.
Laila è sempre premurosa e mai sbrigativa, neppure al sabato sera, se si ha avuto il buon senso di prenotare.
Laila ha sempre il ristorante pieno e il valore aggiunto è che non si tratta solo di villeggianti, ma anche di gente del posto.
In effetti la prima volta ci ero arrivato su indicazione di un farmacista stagionale che faceva la stagione estiva proprio a Rio Marina.Il locale si apre sul porto e sul traghetto che instancabile fa la spola da Piombino. L’arredamento è casual ma si mangia quasi sempre fuori.
La carta del menu è accattivante, ma io suggerisco di consultare sempre la lavagna del menu del giorno, di fianco alla porta d’ingresso.
Qualche esempio: maltagliati con polpo e fagioli, spaghetti neri con ricci di mare, gallinella all’acqua pazza, stoccafisso con olive e patate.
Non mancano dei piatti più fantasiosi come i ravioli di mare con purea di melanzane o gli gnocchi con l’astice.
Per i più tradizionalisti, o per chi è scarso di fantasia, ci sono comunque sempre risotto alla marinara, spaghetti ai frutti di mare oppure frittura mista (croccante, leggera e morbida).
Personalmente ho lasciato il cuore sui maltagliati con polpo e fagioli, ma capisco che avendo l’età giusta si potesse lasciare il cuore anche per la signora Laila.
I prezzi sono onestissimi, l’unico appunto è sulla scelta dei vini, un po’ limitata.
I voti: qualità 10, servizio 10, vini 7; la media sta comunque sul 9.
09 giugno 2010
Fuentes
Quando si sbuca dall’ultima galleria della nuova statale 36 l’attenzione dell’automobilista è attratta dalle montagne che fanno corona all’ingresso della Valchiavenna e al centro commerciale che apre l’imbocco della Valtellina.
Il centro commerciale è Fuentes. Una collega siciliana credeva che questo fosse il nome di una catena di supermercati.
Per conoscere questo nome spagnolo bisogna tornare a metà del secolo scorso e partire dalla stazione ferroviaria di Colico.
Nessuna nostalgia. I ragazzi che arrivano a Colico, o che sfrecciano sulla piana di Fuentes diretti alle stazioni sciistiche non sanno nulla dei prati che coprivano la campagna.
Sono nati dopo i primi insediamenti industriali e sono abituati alla pila dei containers di fianco e sul retro dei capannoni industriali prefabbricati che segnano il confine fra le tre provincie di Como Sondrio e Lecco.
Chi esce a piedi dalla stazione ferroviaria di Colico può imboccare la vecchia statale dello Spluga e avviarsi a piedi verso nord.
Poco dopo si trova una strada a sinistra che passa sotto la ferrovia e le indicazioni sono suggestive: Forte Montecchio, Forte di Fuentes e sentiero dei forti.
La segnaletica è appena stata rifatta dalla sezione di Colico del Club Alpino Italiano.
Mi incammino con il buon passo che consente l’ora del mattino che precede il sorgere del sole.
La strada asfaltata sale la collinetta del Montecchio per finire al cancello del forte omonimo, costruito durante la grande guerra; le sue torrette conservano ancora intatti i cannoni che fortunatamente non hanno mai sparato un colpo.
Cavalli di frisia e cartelli imperiosi segnalano il “limite invalicabile” della zona militare; passo oltre un po’ infastidito da questi retaggi burbanzosi di un esercito che fortunatamente è stato riformato.
La strada diviene sterrata e scende dolcemente dal Montecchio.
A sinistra si apre qualche scorcio sul lago, sull’ultimo tratto dell’Adda e su qualche agriturismo travestito da azienda agricola manageriale.
A destra la prospettiva dei campi di allontana verso la ferrovia e il vecchio tracciato della statale 36 segnati da file di capannoni.
Fra il Montecchio e li Monteggiolo, la piccola collina che si alza poco più a settentrione, c’è qualche vera azienda agricola e le acque quasi limpide di un canale scolmatore scorrono lente verso il lago.
Arriviamo al Monteggiolo, ai cui piedi c’è un’omonima contrada. Le case sono state ristrutturate ad uso di milanesi e tedeschi in vacanza e un cartello mi segnala che la salita porterà al forte di Fuentes.
Allora è il Monteggiolo la collina di Fuentes!
Nel 1603 il forte è stato voluto dal conte di Fuentes, governatore della zona nell’epoca di dominio tedesco di manzoniana memoria.
Non stiamo a raccontare la storia dello sfortunato forte di Fuentes, costruito per difendere il Ducato di Milano… dagli Svizzeri.
Sembra comunque che anche qui non ci siano mai state grandi operazioni militari e si sia trattato di un “buen retiro” per raccomandati, imboscati e sfaccendati che ci sono sempre stati in tutti gli eserciti.
Salendo lo sterrato che porta alle rovine del forte il panorama si amplia a destra sull’alto Lario e a destra sulla zona industriale che si stende con i suoi capannoni, stabilimenti, pile di containers fra Colico e Piantedo, alle porte della Valtellina.
Salendo vediamo il retro dei capannoni con il loro rugginoso retaggio di carrozzerie, macchinari e rottami che iniziano a soccombere alla vegetazione pioniera.
Scendo dal forte, attraverso la ferrovia e riprendo il vecchio tracciato della statale 36.
Dei fasti di un tempo sono rimasti vecchi e bassi capannoni che ospitano attività di frontiera: uno sfasciacarrozze fa da pendant a una carrozzeria.
L’ex caserma della Polizia Stradale pare è alloggio per extracomunitari e ospita nel retro un magazzino di materiali edilizi.
Lo spazio asfaltato, sproporzionato, appare ancora più desolato dall’assenza di traffico.
Là dov’era il trivio di Fuentes le strade ancora si dividono e un passaggio a livello, uno degli ultimi rimasti, attraversa ancora la ferrovia che sale a Sondrio.
Un bar, gloriosamente chiamato Bar Fuentes, ha il tetto a uno spiovente e la facciata che si arrotonda al lato settentrionale ispirata forse all’architettura razionalista, forse ai primi caselli autostradali degli anni ’50 del secolo scorso.
Qualche auto parcheggiata all’esterno documenta ancora un’attività.
L’altro locale, separato dal questo dal ponte di raccordo su cui sfreccia il traffico per la Valchiavenna, appare inesorabilmente in disarmo ad onta dell’insegna luminosa che campeggia sul tetto.
Prosegue e mi incammino per l’ultimo tratto della veccia “36” costeggiano terreni incolti che sempre accompagnano quella terra di nessuno che si stende in mezzo ai raccordi autostradali.
I cantieri di questo raccordo sono stati aperti più di quarant’anni fa e non sono ancora chiusi.
Qualche vecchio macchinario stradale è stato abbandonato al suo destino ingrato e si sta ricoprendo inesorabilmente di morchia e ruggine, anche se quest’ultima non ha dubbi su chi vincerà la battaglia finale.
Qualche centinaio di metri ancora e siamo sulla nuova statale.
A sinistra è un piccolo centro commerciale, uno dei primi sorti a segnare la porta della Valtellina. Davanti ora c’è un bar-ristorante-edicola-tabaccheria, sosta quasi obbligata per i pullmann granturismo che scendono e salgono nelle valli ma anche comodo punto di incontro per chi scende in città di primo mattino da Valtellina e Valchiavenna.
Pochi i camionisti, che avranno altri punti di sosta, come vedremo.
Attraverso le corsie della statale e mi incammino su una strada che la fiancheggia.
I grande centro commerciale di Fuentes, quello che a tutti gli effetti si è impadronito del toponimo, giganteggia oltre le barriere.
La strada che fiancheggia la statale fiancheggia anche molte attività commerciali e industriali fra cui un importante cantiere nautico a ricordare che il lago non è ancora molto distante.
Qualche centinaio di metri e arriviamo alla curva della “Veronesa”.
La mitica curva della statale “38” è ormai a qualche decina di metri dal tracciato rettificato.
Sulla curva di apre un caffè di storica memoria, con cui il tempo e le gestioni sono stati impietosi.
Il nome indica l’origine della mitica moglie di un padrone quando l’osteria era tappa quasi obbligata per chi saliva in Valtellina.
Vino, tabacco, petrolio e carburo per le lampade ad acetilene impregnavano del loro fortore questo locale.
Ora si ferma qualche motociclista e qualche sfaccendato di Piantedo o qualche extra-comunitario illuso entrano a tentare la sorte nella ricevitoria del superenalotto.
Da qui parte il lungo rettilineo della statale dello Stelvio che porta a Delebio.
Questa è la vera porta della Valtellina, almeno fino a quando il nuovo tracciato della statale non la relegherà a un destino incerto.
Il centro commerciale è Fuentes. Una collega siciliana credeva che questo fosse il nome di una catena di supermercati.
Per conoscere questo nome spagnolo bisogna tornare a metà del secolo scorso e partire dalla stazione ferroviaria di Colico.
Nessuna nostalgia. I ragazzi che arrivano a Colico, o che sfrecciano sulla piana di Fuentes diretti alle stazioni sciistiche non sanno nulla dei prati che coprivano la campagna.
Sono nati dopo i primi insediamenti industriali e sono abituati alla pila dei containers di fianco e sul retro dei capannoni industriali prefabbricati che segnano il confine fra le tre provincie di Como Sondrio e Lecco.
Chi esce a piedi dalla stazione ferroviaria di Colico può imboccare la vecchia statale dello Spluga e avviarsi a piedi verso nord.
Poco dopo si trova una strada a sinistra che passa sotto la ferrovia e le indicazioni sono suggestive: Forte Montecchio, Forte di Fuentes e sentiero dei forti.La segnaletica è appena stata rifatta dalla sezione di Colico del Club Alpino Italiano.
Mi incammino con il buon passo che consente l’ora del mattino che precede il sorgere del sole.
La strada asfaltata sale la collinetta del Montecchio per finire al cancello del forte omonimo, costruito durante la grande guerra; le sue torrette conservano ancora intatti i cannoni che fortunatamente non hanno mai sparato un colpo.
Cavalli di frisia e cartelli imperiosi segnalano il “limite invalicabile” della zona militare; passo oltre un po’ infastidito da questi retaggi burbanzosi di un esercito che fortunatamente è stato riformato.
La strada diviene sterrata e scende dolcemente dal Montecchio.
A sinistra si apre qualche scorcio sul lago, sull’ultimo tratto dell’Adda e su qualche agriturismo travestito da azienda agricola manageriale.
A destra la prospettiva dei campi di allontana verso la ferrovia e il vecchio tracciato della statale 36 segnati da file di capannoni.
Fra il Montecchio e li Monteggiolo, la piccola collina che si alza poco più a settentrione, c’è qualche vera azienda agricola e le acque quasi limpide di un canale scolmatore scorrono lente verso il lago.
Arriviamo al Monteggiolo, ai cui piedi c’è un’omonima contrada. Le case sono state ristrutturate ad uso di milanesi e tedeschi in vacanza e un cartello mi segnala che la salita porterà al forte di Fuentes.
Allora è il Monteggiolo la collina di Fuentes!
Nel 1603 il forte è stato voluto dal conte di Fuentes, governatore della zona nell’epoca di dominio tedesco di manzoniana memoria.
Non stiamo a raccontare la storia dello sfortunato forte di Fuentes, costruito per difendere il Ducato di Milano… dagli Svizzeri.
Sembra comunque che anche qui non ci siano mai state grandi operazioni militari e si sia trattato di un “buen retiro” per raccomandati, imboscati e sfaccendati che ci sono sempre stati in tutti gli eserciti.
Salendo lo sterrato che porta alle rovine del forte il panorama si amplia a destra sull’alto Lario e a destra sulla zona industriale che si stende con i suoi capannoni, stabilimenti, pile di containers fra Colico e Piantedo, alle porte della Valtellina.
Salendo vediamo il retro dei capannoni con il loro rugginoso retaggio di carrozzerie, macchinari e rottami che iniziano a soccombere alla vegetazione pioniera.
Scendo dal forte, attraverso la ferrovia e riprendo il vecchio tracciato della statale 36.
Dei fasti di un tempo sono rimasti vecchi e bassi capannoni che ospitano attività di frontiera: uno sfasciacarrozze fa da pendant a una carrozzeria.L’ex caserma della Polizia Stradale pare è alloggio per extracomunitari e ospita nel retro un magazzino di materiali edilizi.
Lo spazio asfaltato, sproporzionato, appare ancora più desolato dall’assenza di traffico.
Là dov’era il trivio di Fuentes le strade ancora si dividono e un passaggio a livello, uno degli ultimi rimasti, attraversa ancora la ferrovia che sale a Sondrio.
Un bar, gloriosamente chiamato Bar Fuentes, ha il tetto a uno spiovente e la facciata che si arrotonda al lato settentrionale ispirata forse all’architettura razionalista, forse ai primi caselli autostradali degli anni ’50 del secolo scorso.
Qualche auto parcheggiata all’esterno documenta ancora un’attività.
L’altro locale, separato dal questo dal ponte di raccordo su cui sfreccia il traffico per la Valchiavenna, appare inesorabilmente in disarmo ad onta dell’insegna luminosa che campeggia sul tetto.
Prosegue e mi incammino per l’ultimo tratto della veccia “36” costeggiano terreni incolti che sempre accompagnano quella terra di nessuno che si stende in mezzo ai raccordi autostradali.
I cantieri di questo raccordo sono stati aperti più di quarant’anni fa e non sono ancora chiusi.
Qualche vecchio macchinario stradale è stato abbandonato al suo destino ingrato e si sta ricoprendo inesorabilmente di morchia e ruggine, anche se quest’ultima non ha dubbi su chi vincerà la battaglia finale.
Qualche centinaio di metri ancora e siamo sulla nuova statale.
A sinistra è un piccolo centro commerciale, uno dei primi sorti a segnare la porta della Valtellina. Davanti ora c’è un bar-ristorante-edicola-tabaccheria, sosta quasi obbligata per i pullmann granturismo che scendono e salgono nelle valli ma anche comodo punto di incontro per chi scende in città di primo mattino da Valtellina e Valchiavenna.
Pochi i camionisti, che avranno altri punti di sosta, come vedremo.
Attraverso le corsie della statale e mi incammino su una strada che la fiancheggia.
I grande centro commerciale di Fuentes, quello che a tutti gli effetti si è impadronito del toponimo, giganteggia oltre le barriere.La strada che fiancheggia la statale fiancheggia anche molte attività commerciali e industriali fra cui un importante cantiere nautico a ricordare che il lago non è ancora molto distante.
Qualche centinaio di metri e arriviamo alla curva della “Veronesa”.
La mitica curva della statale “38” è ormai a qualche decina di metri dal tracciato rettificato.
Sulla curva di apre un caffè di storica memoria, con cui il tempo e le gestioni sono stati impietosi.
Il nome indica l’origine della mitica moglie di un padrone quando l’osteria era tappa quasi obbligata per chi saliva in Valtellina.
Vino, tabacco, petrolio e carburo per le lampade ad acetilene impregnavano del loro fortore questo locale.
Ora si ferma qualche motociclista e qualche sfaccendato di Piantedo o qualche extra-comunitario illuso entrano a tentare la sorte nella ricevitoria del superenalotto.
Da qui parte il lungo rettilineo della statale dello Stelvio che porta a Delebio.
Questa è la vera porta della Valtellina, almeno fino a quando il nuovo tracciato della statale non la relegherà a un destino incerto.
06 giugno 2010
Viaggiare nella terra di mezzo
Finora ho viaggiato, e molto, appena possibile, sin dalla più tenera età. Questa è l’eredità più importante che ho ricevuto.Fino ho viaggiato descrivendo quello che vedevo, e fotografando.
Ma ho sempre fotografato solo quello che mi piaceva o quello che detestavo: c’era un vizio di forma.
Ho deciso di cambiare e di provare a viaggiare descrivendo e fotografando quello che vedo; tutto.
E’ chiaro che non può essere così. Descrivere e fotografare significa comunque filtrare ed elaborare quanto ci circonda attraverso il bagaglio cognitivo, emotivo e di esperienza.
Però facciamo una prova.
Voglio provare a viaggiare in modo nuovo. Al di sotto del paesaggio che tutti vediamo superficialmente e, se possibile, all’interno di quello che ci sfugge.
Chi viaggia in automobile viaggia da punto a punto, da Milano a Bormio o da Monza a Courmayeur.
Sa va male viaggia in autostrada, attraversando il paesaggio dall’interno di un’auto, con l’aria condizionata, con la percezione fastidiosa ci qualche odore estraneo che supera i filtri del particolato.
Va un po’ meglio sulle strade statali; si possono aprire i finestrini e qualche paese si attraversa cioè non si passa da Via Carlo Cattaneo ai campi di sci direttamente.
Ma c’è anche chi viaggia in camper, portandosi appresso un pezzo di casa e precludendosi gran parte del contatto con flora, fauna e cemento.
Ho deciso che proverò e insisterò a viaggiare a piedi e in bicicletta, come cerco sempre più spesso di fare, per conoscere ancora la terra che attaverso, che muta incessantemente e che rischierebbe di rimanere un concetto platonico e lontano dalla realtà del viaggio.
Da dove cominciare?Ma è chiaro, dalle porte della Valtellina, il viaggio che vedo fare ogni settimana dai Milanesi che sciamano verso Madesimo, Bormio, Aprica, e sfrecciano verso la strada statale dello Stelvio dopo essere usciti dalle gallerie interminabili della nuova statale 36 che li vomita assieme alle loro auto sulla spianata di Fuentes.
Alla metà del secolo scorso la vecchia 36 andava a imboccare la Valchiavenna al trivio di Fuentes, per tutti il Trivio.
Da quell’aiuola triangolare, illuminata di notte da lampioni ad arco, fra un caffè dalle linee audacemente razionaliste e un distributore di benzina Caltex, partiva la statale 38 o dello Stelvio.
05 giugno 2010
Tangenziali
Ho appena finito due libri di Salvatore Niffoi, un autore sardo che sto scoprendo o riscoprendo. Forse è uno dei più famosi e a me era sfuggito.
Sta di fatto che ho acquistato un cofanetto con i suoi primi romanzi. Dopo i primi due credo sia opportuno prendermi una pausa. Questo sia per evitare la crisi di rigetto, sia per librarmi un po’ sopra qual modo barbaricino un po’ cupo, come tutta la Sardegna è cupa nel suo interno e nel suo intimo.
Però non sapevo cosa leggere e così ho buttato negligentemente sul comodino “Il vampiro” di Mino Milani, “Il ranch della giumenta perduta “ di Simenon e “Tangenziali” di Biondillo e Monina.
Dopo aver sfogliato svogliatamente e superficialmente le prime pagine di tutti e tre i libri sono stato catturato definitivamente da “Tangenziali”.
Si tratta della cronologia di un viaggio a piedi, durato dieci tappe e circa cento chilometri, attorno, sopra, sotto e nelle vicinanze delle tangenziali di Milano.
Scritto da due matti, due scrittori diversi, anche se Gianni Biondillo non è nuovo a simili exploit.
L’inizio è in sordina. Gli autori scrivono un capitolo ciascuno in sequenza, quindi due introduzioni, due prime tappe, due seconde e così via.
Per ora sono arrivato alla quinta.
Si possono leggere in tanti modi. Fondamentalmente Michele Monina è un “non milanese” quindi guarda tutto in modo disincantato e spesso cinico, ma qui sta la sua capacità di sdrammatizzare e di banalizzare il pathos con cui il viaggio è descritto dal “milanese” Gianni Biondillo.
E alla fine emerge Milano. Forse non la Milano più viva ma la Milano più viva e attuale, che non è più la grande Milano di Biondillo ma è la disincantata e banale periferia di Monina.
Mi viene quasi voglia di attraversare la Valtellina a piedi, dalla brughiera di Fuentes attorno al centro commerciale alla sorgente dell’Adda.
Ma qualcuno leggerebbe questo racconto?
Sta di fatto che ho acquistato un cofanetto con i suoi primi romanzi. Dopo i primi due credo sia opportuno prendermi una pausa. Questo sia per evitare la crisi di rigetto, sia per librarmi un po’ sopra qual modo barbaricino un po’ cupo, come tutta la Sardegna è cupa nel suo interno e nel suo intimo.
Però non sapevo cosa leggere e così ho buttato negligentemente sul comodino “Il vampiro” di Mino Milani, “Il ranch della giumenta perduta “ di Simenon e “Tangenziali” di Biondillo e Monina.Dopo aver sfogliato svogliatamente e superficialmente le prime pagine di tutti e tre i libri sono stato catturato definitivamente da “Tangenziali”.
Si tratta della cronologia di un viaggio a piedi, durato dieci tappe e circa cento chilometri, attorno, sopra, sotto e nelle vicinanze delle tangenziali di Milano.
Scritto da due matti, due scrittori diversi, anche se Gianni Biondillo non è nuovo a simili exploit.
L’inizio è in sordina. Gli autori scrivono un capitolo ciascuno in sequenza, quindi due introduzioni, due prime tappe, due seconde e così via.
Per ora sono arrivato alla quinta.
Si possono leggere in tanti modi. Fondamentalmente Michele Monina è un “non milanese” quindi guarda tutto in modo disincantato e spesso cinico, ma qui sta la sua capacità di sdrammatizzare e di banalizzare il pathos con cui il viaggio è descritto dal “milanese” Gianni Biondillo.
E alla fine emerge Milano. Forse non la Milano più viva ma la Milano più viva e attuale, che non è più la grande Milano di Biondillo ma è la disincantata e banale periferia di Monina.
Mi viene quasi voglia di attraversare la Valtellina a piedi, dalla brughiera di Fuentes attorno al centro commerciale alla sorgente dell’Adda.
Ma qualcuno leggerebbe questo racconto?
04 giugno 2010
Capolinea?
Pochi giorni fa erano vent’anni che mio padre è scomparso.
Mi è mancato e mi manca, come tutti i padri soprattutto dopo che si sono persi.
I suoi ultimi anni, ammalato, non mi sembrava più il padre che avevo conosciuto.
Non ha visto i miei traguardi professionali più importanti, e me ne dispiace. Non ha visto il naufragio del mio matrimonio, che aveva previsto, e la deriva che ne sarebbe seguita. Ma di questo molto non mi dispiace anche se l’avrei voluto vicino in quegli anni difficili e di sostanziale solitudine.
Ha fatto a tempo a vedere il naufragio del comunismo, che assieme aspettavamo da anni.
Però non ha visto il terzo millennio le miserie, le violenze, le guerre, le cadute dei valori che ne sono seguite.
Ora a volte mi sento pronto a mia volta a partire.
Basta traguardi, basta progetti, basta fatiche. Per cosa o per chi? Per chi non ha più valori?
Forse sono arrivato al capolinea.
Mi è mancato e mi manca, come tutti i padri soprattutto dopo che si sono persi.
I suoi ultimi anni, ammalato, non mi sembrava più il padre che avevo conosciuto.
Non ha visto i miei traguardi professionali più importanti, e me ne dispiace. Non ha visto il naufragio del mio matrimonio, che aveva previsto, e la deriva che ne sarebbe seguita. Ma di questo molto non mi dispiace anche se l’avrei voluto vicino in quegli anni difficili e di sostanziale solitudine.
Ha fatto a tempo a vedere il naufragio del comunismo, che assieme aspettavamo da anni.
Però non ha visto il terzo millennio le miserie, le violenze, le guerre, le cadute dei valori che ne sono seguite.
Ora a volte mi sento pronto a mia volta a partire.
Basta traguardi, basta progetti, basta fatiche. Per cosa o per chi? Per chi non ha più valori?
Forse sono arrivato al capolinea.
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