04 agosto 2010

Francesco Guccini

Una delle mie pazienti più simpatiche, la piccola Maddy, mi ha regalato l’ultimo libro di Guccini.
Certamente l’ha scelto la sua mamma, che con questa scelta ha dimostrato una rara sensibilità e, sapendo che ogni tanto legge queste righe, la ringrazio con il cuore.
Francesco Guccini è un amico che ho visto anche da vicino e che periodicamente ritorna a consolarmi della solitudine.
Il 14 giugno, data dolorosamente infausta per me, Francesco ha compiuto settant’anni. Avrei voluto scrivere qualcosa, ma di luoghi comuni si sono riempiti i blog quel giorno.
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Forse non sempre l’ho seguito e avevo perso qualche sua canzone, così come ho perso qualche suo libro, ma non sempre sono stato solo, oppure non sempre ho sofferto della solitudine ovvero non sempre mi sono sentito solo.
Rivedendo, forse ristudiando tutto quello che Francesco ha scritto e cantato, comincio a capire che la solitudine è la nostra vera compagna di viaggio.
A volte un amore, una “storia normale” ci allontana per un po’ dalla solitudine, ma la domanda sorge spontanea: quante volte ci si può innamorare?
E forse è vero che quasi sempre “il peccato fu creder speciale una storia normale” come risuona in uno dei suoi capolavori: Farewell.
E alla fine io credo che Farewell fosse il nome di una donna, o forse lo sia veramente, o lo sia stato.
Ma alla fine della strada ripenso a Paolo Coelho che arriva a scrivere «Tutto l'universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.»
E forse è bene prendere la decisione di stare bene solo con i propri sogni; non costa molto, ma ci vogliono tanti anni per capirlo.

03 agosto 2010

E-Book

Per il mio compleanno ultimo, l’ultimo prima degli “anta” che consacrano definitivamente alla terza età, Valentina e Veronica, con i rispettivi “ziti” mi hanno regalato il lettore di e-book.
Lo so, per gente della mia generazione e anche per qualcuna seguente, il fruscìo delle pagine di un libro nuovo sfogliato in libreria sarà ancora per qualche anno insostituibile.
E anche lo sfogliare le pagine lisciate dall’uso di un libro di una biblioteca è un’emozione irripetibile.
Ma non gridiamo troppo allo scandalo degli e-book, in fondo i quotidiani del secolo scorso sono già quasi tutti microfilmati in quasi tutte le biblioteche.
E allora tanto vale iniziare a leggere sul lettore e-book. Dopo qualche momento di disagio l’avventura è divertente.
L’idea di disporre di qualche centinaio di libri in un unico aggeggio vagamente imparentato con un videogioco diventa entusiasmante.
E non facciamo nulla di nuovo di quello che abbiamo fatto con la musica quasi senza accorgercene; chi gira con qualche decina di ore di musica con il lettore MP3 nel taschino non è mai stato sentito rimpiangere un giradischi a 33 giri.
Per ora il guaio è che i pochi e-book facilmente recuperabili in italiano sono per lo più opere classiche, e fra queste la più parte piuttosto pallose.
Ma non disperiamo, Internet Book Shop ha già aperto una sezione dedicata all’e-book e su Book RepublicStore ci sono già dei titoli interessanti.
Fra le case editrici italiana "Il Maestrale" ha già disponibili buona parte dei libri di Salvatore Niffoi in formato digitale.
Amazon, negli USA, sostiene di vendere più libri su supporto digitale che non cartaceo.
La televisione e la ghigliottina impediscono alla gente di pensare con la propria testa. L’e-book no.

27 luglio 2010

La Barrocciaia a Livorno

Dal porto al mercato, due luoghi dove guardare la vita che fluisce a Livorno.
Dopo che il pilota è salito all’imbocco del porto la nave rallenta e manovra maestosa fra le banchine e i moli. Non ci sono navi da crociera ma solo gru e mucchi di pietrisco e sale sui moli. Carri merce neri di grasso sotto e grigi di polvere e salsedine sopra dormono sulla banchina.
Bob Dylan rauco canta nelle cuffie in un’incisione rara con Paul Simon rubata su Emule.
Scendo indolenzito e accaldato dal traghetto che mi riporta dalla Corsica.
Prima di affrontare l’autostrada è tradizione tentare la piazza del mercato.
Il mercato è lo specchio di una città, di un paese, di una comunità; il suo termometro. Trascinandomi nell’afa fra una bancarella e un’altra dove risuonano sempre più rare le grida in toscano raggiungo “La barrocciaia”.
Cosa sia è difficile dire: un po’ trattoria, un po’ osteria, un po’ ritrovo, un po’ antro. Qui si mangiano i panini più buoni d’Italia ma non chiamiamola paninoteca, per carità e per rispetto.
Forse qui si può gavazzare e bere sino a tarda notte e se Francesco Guccini fosse stato toscano lo si sarebbe potuto trovare qui.
Dove trovare un posto dove mangiare un panino di 35 centimetri con roast beef, verdure crude, salsa verde e un bicchiere di Chianti vero a 7 euro?
Ma il valore aggiunto è sedersi fuori, su due o tre tavolacci unti guarniti di sedie impagliate rigorosamente targate Ikea. I tavoli de “La barocciaia” sono rispettati dai marocchini che tentano un approccio solo con me, tradito dalla vecchia reflex Nikon, simbolo e vanto di viandante curioso e intemperante, e infatti negligentemente appoggiata sulla sedia accanto.
Insomma se volete mangiare pesce a Livorno ci sono dei gran bei posti, più o meno rispettabili, ma se ci piace prendere il polso alla città, al mondo, all’Italia che ci circonda, a quella che scompare guardando nello stesso tempo negli occhi all’Italia che sarà, non c’è osservatorio migliore di questo angolo di mercato e di mondo.

I voti: qualità 10, servizio 9, vini 9; la media è 9+, scusate se è poco.

21 luglio 2010

Elogio della gratitudine

Come ieri sera sono un po’ depresso e rischio di scrivere ancora più sciocchezze e banalità di sempre.
La mia depressione: forse non è il caso di scomodare una parola così grossa, forse è solo delusione frammista a malumore, per capire tutto questo dovrei raccontare le mie disavventure degli ultimi dieci anni, ma mi ci vorrebbe ancora un po’ di coraggio e di sincerità.
Poi alla fine non ci sono soluzioni e quindi rimandiamo a tempi migliori.
Motivi di depressione vera ce ne sarebbero.
Nonostante quello che si pensa non capita spesso ad un medico di salvare veramente una vita.
A me è successo di recente e in segno di gratitudine mi sono preso una denuncia per negligenza.
Forse è giunto il momento di gettare il camice alle ortiche e partire per la Corsica.

14 luglio 2010

Pediatria, dalle 8.30 alle 15.30

Vorrei dire un giorno qualunque invece era ieri.
Verso le 8.30 arriva un bimbo di otto anni, preveniente dal Pronto Soccorso, che avrebbe avuto un’otite esterna circa dieci giorni prima e ora la mamma vorrebbe una visita di controllo.
Non mi sembra ci sia molto pronto soccorso né qualche urgenza, ma non sottilizziamo, dice la giovane Maddalena, astro nascente della nostra Pediatria, e comincia a visitarlo.
Ma no, dice la mamma, io voglio una visita ORL! Oddìo l’ORL è una specialità chirurgica e questa mattina, guarda caso, i medici sono in sala operatoria e allora come facciamo?
Un’infermiera del PS suggerisce di tornare dopo le 16, ma come si fa? chiede la mamma - io voglio una visita di controllo prima, poco importa che a Milano ci vogliono tre mesi e a Como un mese e a Sondrio un mese e a Lecco due mesi, io la voglio oggi! E anche gratis e attraverso il Pronto Soccorso, che noi paghiamo le tasse.
Maddalena è piena di entusiasmo e umilmente si offre di vedere se la visita si potrà fare prima delle 16 e prende i numeri di telefono.
Purtroppo i medici ORL non hanno tempo, insomma è luglio, la sala operatoria è piena, vedremo dopo le sedici e comunque fino alle 17 noi ci siamo.
Ma la mamma non demorde e inizia a chiamare Maddalena a ripetizione; Maddy alle 15 non ce la fa più e mi coinvolge.
In effetti io ho da fare un po’ di ecografie, ci sono almeno due pazienti veramente gravi, devo telefonare al chirurgo pediatrico, devo firmare una pila di cartelle per la Direzione Sanitaria, inveire per l’aria condizionata che non c’è e dove c’è non funziona, e poi è caldo, e poi il telefono squilla in continuazione e domani ci sarà la visita per l’accreditamento di qualità, e due medici partiranno per le ferie la settimana ventura e una pediatra è in gravidanza e io non posso fare ferie, e la mia bicicletta è rimasta a Morbegno, e fa caldo, fa caldo e poi fa caldo.
Vabbè, mettiamoci una pezza: provo a chiamare io la mamma e spiegare che non può pretendere una visita di controllo in giornata e soprattutto una visita ORL, che noi siamo la Pediatria.
Mal me ne incoglie.
La mamma si adira e inizia ad inveire e poi è ridicolo che non si possa avere una visita ORL in giornata e come posso io non rassicurarla che la visita l’avrà per davvero alle 16 e lei come può fare?
In tutta sincerità mi verrebbe da mandarla a dar via il culo, ma non è possibile, io sono solo un pediatra, non sono né uno psicologo né un consulente famigliare, ma sopratutto non sono un medico ORL.
Faccio già molto fatica a mandare avanti il mio reparto, figuriamoci se penso anche lontanamente a rompere le palle ai colleghi ORL.
Mi faccio forza, rispondo gentilmente e pazientemente alla signora, passatemi la minuscola, e le propongo di parlare con i colleghi dell’ORL per perorare la sua causa di una visita di controllo in giornata per un bambino sano che dieci giorni prima ha avuto un’otite esterna ed è pure guarito e ora sta anche bene.
Sotto sotto spero che accetti, anche perché sono sicuro di come risponderanno in ORL, invece no! Dopo l’ennesimo fiero rifiuto la signora finalmente mette giù il telefono indignata.
Cerco di non incazzarmi, senza molto successo, ma poi penso che questa signora forse ha ancora un marito se non è scappato e che quindi c’è sempre qualcuno che sta peggio di me!

06 luglio 2010

Cap Corse

Esistono dei posti che sono un po’ sempre esistiti nei nostri sogni. Non necessariamente sono dei bei sogni. Spesso sono immagini che ci costruiamo inconsciamente mettendo insieme con pazienza fantasie di letture giovanili, luoghi della memoria ingigantiti dal ricordo, frammenti di viaggi compiuti in momenti particolari della nostra vita.
Queste immagini lievitano nella nostra fantasia fino a raggiungere un limbo sospeso fra il deja vu e il ricordo e iniziano a seguirci nei nostri viaggi reali costringendoci a confronti continui e impossibili.
Fra questi luoghi immaginari si è insinuato da tempo il paesaggio del Cap Corse, il “dito” che dalla Corsica si protende a nord verso quella Liguria sospesa per i Corsi fa amore e odio.
Sono arrivato per la prima volta a Macinaggio nel ’90. Mio padre era mancato da pochi mesi. Mia madre passava il tempo cercando disperatamente in me quello che aveva perso e che non sarei mai stato.
Io mi dibattevo nella solitudine di chi percepisce un matrimonio finito e si aggrappa disperatamente ai suoi brandelli sospeso fra la pigrizia, la disperazione e la rassegnazione.
Non amavo ancora il mare, o almeno non me lo ero ancora confessato. La cosa più difficile non è confessarsi la verità ma accettarla e assolversi liberandoci da tutti i condizionamenti patiti.
Ora so che in quel momento è iniziato il mio amore cieco per il Cap Corse, per i suoi traghetti che scorrono silenziosi scendendo dal faro della Giraglia fino a Bastia.
Incrociano sornioni poco lontano dalla costa nella foschia oppure lottano con il mare scosso dal maestrale mentre il rumore delle macchine arriva a tratti sovrastando quello del vento.
Non so se riuscirò a comprare casa in Cap Corse, ma quello sarebbe un buon posto per tornare a vivere.

12 giugno 2010

Ristorante "Il mare" a Rio Marina

Da due anni capito all’Elba in questo periodo e ormai più d’una volta sono venuto a mangiare da Laila.
Io la chiamo signora Laila, ma so che fa più effetto dire “da Laila” a Rio Marina.
Laila è sempre premurosa e mai sbrigativa, neppure al sabato sera, se si ha avuto il buon senso di prenotare.
Laila ha sempre il ristorante pieno e il valore aggiunto è che non si tratta solo di villeggianti, ma anche di gente del posto.
In effetti la prima volta ci ero arrivato su indicazione di un farmacista stagionale che faceva la stagione estiva proprio a Rio Marina.
Il locale si apre sul porto e sul traghetto che instancabile fa la spola da Piombino. L’arredamento è casual ma si mangia quasi sempre fuori.
La carta del menu è accattivante, ma io suggerisco di consultare sempre la lavagna del menu del giorno, di fianco alla porta d’ingresso.
Qualche esempio: maltagliati con polpo e fagioli, spaghetti neri con ricci di mare, gallinella all’acqua pazza, stoccafisso con olive e patate.
Non mancano dei piatti più fantasiosi come i ravioli di mare con purea di melanzane o gli gnocchi con l’astice.
Per i più tradizionalisti, o per chi è scarso di fantasia, ci sono comunque sempre risotto alla marinara, spaghetti ai frutti di mare oppure frittura mista (croccante, leggera e morbida).
Personalmente ho lasciato il cuore sui maltagliati con polpo e fagioli, ma capisco che avendo l’età giusta si potesse lasciare il cuore anche per la signora Laila.
I prezzi sono onestissimi, l’unico appunto è sulla scelta dei vini, un po’ limitata.


I voti: qualità 10, servizio 10, vini 7; la media sta comunque sul 9.

09 giugno 2010

Fuentes

Quando si sbuca dall’ultima galleria della nuova statale 36 l’attenzione dell’automobilista è attratta dalle montagne che fanno corona all’ingresso della Valchiavenna e al centro commerciale che apre l’imbocco della Valtellina.
Il centro commerciale è Fuentes. Una collega siciliana credeva che questo fosse il nome di una catena di supermercati.
Per conoscere questo nome spagnolo bisogna tornare a metà del secolo scorso e partire dalla stazione ferroviaria di Colico.
Nessuna nostalgia. I ragazzi che arrivano a Colico, o che sfrecciano sulla piana di Fuentes diretti alle stazioni sciistiche non sanno nulla dei prati che coprivano la campagna.
Sono nati dopo i primi insediamenti industriali e sono abituati alla pila dei containers di fianco e sul retro dei capannoni industriali prefabbricati che segnano il confine fra le tre provincie di Como Sondrio e Lecco.
Chi esce a piedi dalla stazione ferroviaria di Colico può imboccare la vecchia statale dello Spluga e avviarsi a piedi verso nord.
Poco dopo si trova una strada a sinistra che passa sotto la ferrovia e le indicazioni sono suggestive: Forte Montecchio, Forte di Fuentes e sentiero dei forti.
La segnaletica è appena stata rifatta dalla sezione di Colico del Club Alpino Italiano.
Mi incammino con il buon passo che consente l’ora del mattino che precede il sorgere del sole.
La strada asfaltata sale la collinetta del Montecchio per finire al cancello del forte omonimo, costruito durante la grande guerra; le sue torrette conservano ancora intatti i cannoni che fortunatamente non hanno mai sparato un colpo.
Cavalli di frisia e cartelli imperiosi segnalano il “limite invalicabile” della zona militare; passo oltre un po’ infastidito da questi retaggi burbanzosi di un esercito che fortunatamente è stato riformato.
La strada diviene sterrata e scende dolcemente dal Montecchio.
A sinistra si apre qualche scorcio sul lago, sull’ultimo tratto dell’Adda e su qualche agriturismo travestito da azienda agricola manageriale.
A destra la prospettiva dei campi di allontana verso la ferrovia e il vecchio tracciato della statale 36 segnati da file di capannoni.
Fra il Montecchio e li Monteggiolo, la piccola collina che si alza poco più a settentrione, c’è qualche vera azienda agricola e le acque quasi limpide di un canale scolmatore scorrono lente verso il lago.
Arriviamo al Monteggiolo, ai cui piedi c’è un’omonima contrada. Le case sono state ristrutturate ad uso di milanesi e tedeschi in vacanza e un cartello mi segnala che la salita porterà al forte di Fuentes.
Allora è il Monteggiolo la collina di Fuentes!
Nel 1603 il forte è stato voluto dal conte di Fuentes, governatore della zona nell’epoca di dominio tedesco di manzoniana memoria.
Non stiamo a raccontare la storia dello sfortunato forte di Fuentes, costruito per difendere il Ducato di Milano… dagli Svizzeri.
Sembra comunque che anche qui non ci siano mai state grandi operazioni militari e si sia trattato di un “buen retiro” per raccomandati, imboscati e sfaccendati che ci sono sempre stati in tutti gli eserciti.
Salendo lo sterrato che porta alle rovine del forte il panorama si amplia a destra sull’alto Lario e a destra sulla zona industriale che si stende con i suoi capannoni, stabilimenti, pile di containers fra Colico e Piantedo, alle porte della Valtellina.
Salendo vediamo il retro dei capannoni con il loro rugginoso retaggio di carrozzerie, macchinari e rottami che iniziano a soccombere alla vegetazione pioniera.
Scendo dal forte, attraverso la ferrovia e riprendo il vecchio tracciato della statale 36.
Dei fasti di un tempo sono rimasti vecchi e bassi capannoni che ospitano attività di frontiera: uno sfasciacarrozze fa da pendant a una carrozzeria.
L’ex caserma della Polizia Stradale pare è alloggio per extracomunitari e ospita nel retro un magazzino di materiali edilizi.
Lo spazio asfaltato, sproporzionato, appare ancora più desolato dall’assenza di traffico.
Là dov’era il trivio di Fuentes le strade ancora si dividono e un passaggio a livello, uno degli ultimi rimasti, attraversa ancora la ferrovia che sale a Sondrio.
Un bar, gloriosamente chiamato Bar Fuentes, ha il tetto a uno spiovente e la facciata che si arrotonda al lato settentrionale ispirata forse all’architettura razionalista, forse ai primi caselli autostradali degli anni ’50 del secolo scorso.
Qualche auto parcheggiata all’esterno documenta ancora un’attività.
L’altro locale, separato dal questo dal ponte di raccordo su cui sfreccia il traffico per la Valchiavenna, appare inesorabilmente in disarmo ad onta dell’insegna luminosa che campeggia sul tetto.
Prosegue e mi incammino per l’ultimo tratto della veccia “36” costeggiano terreni incolti che sempre accompagnano quella terra di nessuno che si stende in mezzo ai raccordi autostradali.
I cantieri di questo raccordo sono stati aperti più di quarant’anni fa e non sono ancora chiusi.
Qualche vecchio macchinario stradale è stato abbandonato al suo destino ingrato e si sta ricoprendo inesorabilmente di morchia e ruggine, anche se quest’ultima non ha dubbi su chi vincerà la battaglia finale.
Qualche centinaio di metri ancora e siamo sulla nuova statale.
A sinistra è un piccolo centro commerciale, uno dei primi sorti a segnare la porta della Valtellina. Davanti ora c’è un bar-ristorante-edicola-tabaccheria, sosta quasi obbligata per i pullmann granturismo che scendono e salgono nelle valli ma anche comodo punto di incontro per chi scende in città di primo mattino da Valtellina e Valchiavenna.
Pochi i camionisti, che avranno altri punti di sosta, come vedremo.
Attraverso le corsie della statale e mi incammino su una strada che la fiancheggia.
I grande centro commerciale di Fuentes, quello che a tutti gli effetti si è impadronito del toponimo, giganteggia oltre le barriere.
La strada che fiancheggia la statale fiancheggia anche molte attività commerciali e industriali fra cui un importante cantiere nautico a ricordare che il lago non è ancora molto distante.
Qualche centinaio di metri e arriviamo alla curva della “Veronesa”.
La mitica curva della statale “38” è ormai a qualche decina di metri dal tracciato rettificato.
Sulla curva di apre un caffè di storica memoria, con cui il tempo e le gestioni sono stati impietosi.
Il nome indica l’origine della mitica moglie di un padrone quando l’osteria era tappa quasi obbligata per chi saliva in Valtellina.
Vino, tabacco, petrolio e carburo per le lampade ad acetilene impregnavano del loro fortore questo locale.
Ora si ferma qualche motociclista e qualche sfaccendato di Piantedo o qualche extra-comunitario illuso entrano a tentare la sorte nella ricevitoria del superenalotto.
Da qui parte il lungo rettilineo della statale dello Stelvio che porta a Delebio.
Questa è la vera porta della Valtellina, almeno fino a quando il nuovo tracciato della statale non la relegherà a un destino incerto.

06 giugno 2010

Viaggiare nella terra di mezzo

Finora ho viaggiato, e molto, appena possibile, sin dalla più tenera età. Questa è l’eredità più importante che ho ricevuto.
Fino ho viaggiato descrivendo quello che vedevo, e fotografando.
Ma ho sempre fotografato solo quello che mi piaceva o quello che detestavo: c’era un vizio di forma.
Ho deciso di cambiare e di provare a viaggiare descrivendo e fotografando quello che vedo; tutto.
E’ chiaro che non può essere così. Descrivere e fotografare significa comunque filtrare ed elaborare quanto ci circonda attraverso il bagaglio cognitivo, emotivo e di esperienza.
Però facciamo una prova.
Voglio provare a viaggiare in modo nuovo. Al di sotto del paesaggio che tutti vediamo superficialmente e, se possibile, all’interno di quello che ci sfugge.
Chi viaggia in automobile viaggia da punto a punto, da Milano a Bormio o da Monza a Courmayeur.
Sa va male viaggia in autostrada, attraversando il paesaggio dall’interno di un’auto, con l’aria condizionata, con la percezione fastidiosa ci qualche odore estraneo che supera i filtri del particolato.
Va un po’ meglio sulle strade statali; si possono aprire i finestrini e qualche paese si attraversa cioè non si passa da Via Carlo Cattaneo ai campi di sci direttamente.
Ma c’è anche chi viaggia in camper, portandosi appresso un pezzo di casa e precludendosi gran parte del contatto con flora, fauna e cemento.
Ho deciso che proverò e insisterò a viaggiare a piedi e in bicicletta, come cerco sempre più spesso di fare, per conoscere ancora la terra che attaverso, che muta incessantemente e che rischierebbe di rimanere un concetto platonico e lontano dalla realtà del viaggio.
Da dove cominciare?
Ma è chiaro, dalle porte della Valtellina, il viaggio che vedo fare ogni settimana dai Milanesi che sciamano verso Madesimo, Bormio, Aprica, e sfrecciano verso la strada statale dello Stelvio dopo essere usciti dalle gallerie interminabili della nuova statale 36 che li vomita assieme alle loro auto sulla spianata di Fuentes.
Alla metà del secolo scorso la vecchia 36 andava a imboccare la Valchiavenna al trivio di Fuentes, per tutti il Trivio.
Da quell’aiuola triangolare, illuminata di notte da lampioni ad arco, fra un caffè dalle linee audacemente razionaliste e un distributore di benzina Caltex, partiva la statale 38 o dello Stelvio.

05 giugno 2010

Tangenziali

Ho appena finito due libri di Salvatore Niffoi, un autore sardo che sto scoprendo o riscoprendo. Forse è uno dei più famosi e a me era sfuggito.
Sta di fatto che ho acquistato un cofanetto con i suoi primi romanzi. Dopo i primi due credo sia opportuno prendermi una pausa. Questo sia per evitare la crisi di rigetto, sia per librarmi un po’ sopra qual modo barbaricino un po’ cupo, come tutta la Sardegna è cupa nel suo interno e nel suo intimo.
Però non sapevo cosa leggere e così ho buttato negligentemente sul comodino “Il vampiro” di Mino Milani, “Il ranch della giumenta perduta “ di Simenon e “Tangenziali” di Biondillo e Monina.
Dopo aver sfogliato svogliatamente e superficialmente le prime pagine di tutti e tre i libri sono stato catturato definitivamente da “Tangenziali”.
Si tratta della cronologia di un viaggio a piedi, durato dieci tappe e circa cento chilometri, attorno, sopra, sotto e nelle vicinanze delle tangenziali di Milano.
Scritto da due matti, due scrittori diversi, anche se Gianni Biondillo non è nuovo a simili exploit.
L’inizio è in sordina. Gli autori scrivono un capitolo ciascuno in sequenza, quindi due introduzioni, due prime tappe, due seconde e così via.
Per ora sono arrivato alla quinta.
Si possono leggere in tanti modi. Fondamentalmente Michele Monina è un “non milanese” quindi guarda tutto in modo disincantato e spesso cinico, ma qui sta la sua capacità di sdrammatizzare e di banalizzare il pathos con cui il viaggio è descritto dal “milanese” Gianni Biondillo.
E alla fine emerge Milano. Forse non la Milano più viva ma la Milano più viva e attuale, che non è più la grande Milano di Biondillo ma è la disincantata e banale periferia di Monina.
Mi viene quasi voglia di attraversare la Valtellina a piedi, dalla brughiera di Fuentes attorno al centro commerciale alla sorgente dell’Adda.
Ma qualcuno leggerebbe questo racconto?

04 giugno 2010

Capolinea?

Pochi giorni fa erano vent’anni che mio padre è scomparso.
Mi è mancato e mi manca, come tutti i padri soprattutto dopo che si sono persi.
I suoi ultimi anni, ammalato, non mi sembrava più il padre che avevo conosciuto.
Non ha visto i miei traguardi professionali più importanti, e me ne dispiace. Non ha visto il naufragio del mio matrimonio, che aveva previsto, e la deriva che ne sarebbe seguita. Ma di questo molto non mi dispiace anche se l’avrei voluto vicino in quegli anni difficili e di sostanziale solitudine.
Ha fatto a tempo a vedere il naufragio del comunismo, che assieme aspettavamo da anni.
Però non ha visto il terzo millennio le miserie, le violenze, le guerre, le cadute dei valori che ne sono seguite.
Ora a volte mi sento pronto a mia volta a partire.
Basta traguardi, basta progetti, basta fatiche. Per cosa o per chi? Per chi non ha più valori?
Forse sono arrivato al capolinea.

25 maggio 2010

Les Trois Brasseurs - Montpellier

E’ un vero birrificio, con caldaia e tino d’ammostamento di rame lucido all’ingresso, una formula che funziona bene in Germania ed è un po’ una garanzia in Italia.
Il locale è grande, fra le palme, fra una cinema multisala e un teatro.
Le birre sono quattro, una weiss, una lager, naturalmente esaurita ieri sera, un’ambrata e una bruna stout che promette bene.
Il menu, simpatico e presentato sotto forma di tabloid, dovrebbe quindi variare periodicamente.
Mi sembra blasfemo ordinare una choucroute di salsicce e crauti a pochi centinaia di metri dal Mediterraneo e ripiego su un “welsh” ovverossia fette di pane spalmate di senape, coperte da una bella fetta di prosciutto, una generosa quantità di formaggio Cheddar, tutto passato al forno e poi guarnito con un uovo fritto sopra, insomma vera cucina mediterranea.
La weiss è buona, la stout eccellente. Ricordiamo che siamo sulle rive del Mediterraneo e per “fare” birra come a Erba, senza scomodare i Tedeschi, la strada da fare è ancora tanta.
Oltre alla giovane bionda, elegante e scosciata, che accoglie i clienti, servirebbe qualche cameriere un po’ più cordiale. Il mio s’è meravigliato infatti della mancia immeritata (un euro!) offerta per rubare un menu e un sottobicchiere.

Voti: ambiente 7, birra 7, menu 6; si può fare di più…

24 maggio 2010

Montpellier - 2

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Inizio questa terza giornata in terra occitana fra palude, tradizioni e innovazione.
La città è molto pulita, ordinata, ben servita, ricca.
A contrapporsi a questa immagine idilliaca adolescenti e post-adolescenti girano sospesi fra la trasgressione e la provocazione.
Gridano nelle piazze, urtano i passanti, ruttano rumorosamente poi salgono sul tram e pagano regolarmente il biglietto o mostrano al rilevatore magnetico la tessera d’abbonamento rigorosamente regolare.
Aria di sfida, berretto girato indietro e appoggiato sulle orecchie, con pantaloni di tre taglie superiori siedono rumorosamente ai tavolini.
Passato il tempo delle brasseries anche Montpellier, come Firenze, si è abbassata alle paninoteche con il banco sulla strada per irretire i turisti del “mordi e fuggi” e per combattere la crisi che svuota i ristoranti.

23 maggio 2010

Montpellier

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16° Congresso mondiale di Ginecologia Pediatrica e dell’Adolescenza.
Per me è il primo, che dire? Sono un po’ un pesce fuor d’acqua. I pediatri sono pochi, e questo non è un grosso problema, anzi. Gli Italiani sono pochi, e questo non è un problema, anzi.
Gli ecografisti mi sembrano pochi; quasi tutti ginecologi e soprattutto donne.
Nell’insieme un bel pianeta, se non fosse che non è il mio.
Il programma è impegnativo e mi viene spontaneo paragonarlo ai tanti nostri incontri organizzati per rivolgere il riflettore verso questo o quel primario, verso questo o quel professore.
Non che non ci siano buone occasioni di incontro in Italia, ma è arduo barcamenarsi; qui sembra tutto più semplice.
E’ pur vero che l’erba del vicino appare sempre più verde.
La città è simpatica e pulita; forse un po’ povera dal punto di vista artistico, ma chi non lo sarebbe avendo come vicine di casa Nimes e Arles?
I tram coloratissimi arrivano in tutti i posti dove devono arrivare; per qualche giorno l’automobile la lascerò in garage.
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01 maggio 2010

Altro viaggio in Toscana!

Questa volta c’è da portar su a Milano quasi tutta la casa di Valentina, quindi il viaggio si farà in furgone. Avrei diritto a uno sconto sulla Hertz, comunque faccio un giro in rete per vedere i prezzi.
Misericordia! Noleggiare per due giorni un Ducato con certe compagnie costa come una serata con una duchessa, dopocena escluso ovviamente.
Ripiego sulla Hertz; il prezzo del noleggio per due giorni è quello di una lussuosa bicicletta nuova, che ha il vantaggio, rispetto a una duchessa, di essere più fedele.
Questa settimana tutti devono aver deciso di fare un trasloco. A Lecco mi annunciano che il primo furgone sarà libero dal 24 maggio; a Como non ne hanno, a Milano Linate non ne trattano, a Rho non rispondono.
Finalmente la Hertz di Sondrio, noi crediamo ancora che sia la Hertz, mi annuncia che un Ducato fiammante è disponibile per me.
Il problema è che io vorrei ritirarlo alle cinque del mattino - non è un problema! - annuncia trionfante l’impiegato: facciamo il contratto la sera prima e al mattino lei si trova le chiavi – dove? – dentro una gattaiola, ovviamente – e poi lei parte con il suo Ducato all’ora che vuole.
Vabbene; prendiamo un giorno di ferie e andiamo a Sondrio. Passato il ponte sul Davaglione – un notissimo torrente che tutti dovrebbero conoscere, diamine! – troviamo la Hertz.
Per fortuna il Ducato non è la duchessa; strisciato qua e là, qualche fanalino di meno, però funziona – mi assicura l’impiegato – è l’ultimo modello! E' anche un po' sporco; le duchesse invece forse si lavano prima del noleggio.
Bene, concordiamo il prezzo con qualche incertezza sulla reale consistenza dello sconto che mi spetterebbe come socio del Touring Club Italiano.
La mattina dopo alle cinque meno qualche minuto sono sul piazzale. Parcheggio diligentemente la vecchia Doblò e mi precipito alla gattaiola – orrore – ci sono due mazzi di chiavi!
Il primo apre un Ducato che non è quello che ho visto ieri sera; il secondo fa lampeggiare tristemente una Punto grigia, neanche metallizzata.
Armeggio con la gattaiola e compare alla finestra un signore (il guardiano? Il titolare?) che mi rimprovera per il rumore, diamine! Sono le cinque del mattino. Gli spiego umilmente che le chiavi aprono un altro furgone – e allora? – è pure più grande… prenda quello!
Apriamo il Ducato; il serbatoio è pieno; il mezzo è ancora più sporco di quello della sera prima, ma pazienza, in fondo non è una duchessa e poi posso sempre usare i guanti da fatica; facciamo buon viso e partiamo.
La lampada della freccia sinistra non funziona, tanto le frecce le usavano solo i nativi americani e non siamo in America, nessuno si offende se li chiamo Indiani o Pellerossa, ma la mia freccia non si accende.
Recupero Laura da cui ero sgattaiolato al buio per regalarle qualche ora di sonno. Recupero soprattutto cinghie, corde, carrello gommato e bagaglio per il trasloco.
Una scritta promettente sulla porta posteriore ci assicura che il nostro Ducato è stato arricchito dalla Hertz di aria condizionata, carrello, stereo, kit di cortesia – che sarà mai? – e catene da neve.
L’aria frizzante del mattino ci accompagna fino a Milano; la guida è dolce, a parte la puzza di fumo nell’abitacolo che non si riesce a eliminare.
Le catene della neve giacciono composte dietro il sedile del guidatore, il carrello non lo troviamo, ma tanto abbiamo il nostro, l’aria condizionata funziona come la freccia sinistra, cioè un cazzo, e non sappiamo sempre cosa sia il kit di cortesia.
Lo scopriamo verso Piacenza, verso le 9 e quarantacinque, quando l’impiegato della Hertz di Sondrio finalmente disattiva il fax e si degna di rispondere al telefono.
Dopo un vivace scambio di “cortesie” ci viene assicurato che c’è stato un malinteso - non succederà mia più - e che sul noleggio avremo un “piccolo” sconto.
Credo di avere la soluzione in mano: ci fermiamo alla prima Hertz, dovrebbe essere quella di Parma, e cambiamo il Ducato. Non è possibile perché il nostro non è della Hertz – ma cosa c’è scritto all’esterno? – è del signor Gianolini e non si può lasciare in giro per l’Italia impunemente come se fosse un furgone della Hertz, sembra solo che lo sia ma in realtà non lo è.
Non ci resta che rimboccare le maniche – con l’illusione dell’aria condizionata avevo preso una camicia a maniche lunghe – e proseguire il viaggio.
L’impianto stereo non è eccezionale, ma sopperisce egregiamente Laura che mi racconta per filo e per segno, più volte e in un crescendo parallelo alla temperatura nell’abitacolo, cosa succederà al malcapitato noleggiatore di Sondrio al nostro ritorno.

27 aprile 2010

I turisti - 1

La Toscana è da sempre terra d’arte; da un paio di secoli anche di vini e di cibi; da qualche decennio di turismo; da qualche anno di turismo di massa.
Domenica 25 aprile, è anche festa della Liberazione. Di mattina verso le nove a San Gimignano sbarcano i primi turisti da torpedoni che poi si allontanano dalla porta alla ricerca di un costoso parcheggio che arroventerà le lamiere fra qualche ora.
I tedeschi sfoggiano abiti molto colorati, pantaloni corti gli uomini, lunghi le donne; berretti e zainetti si alternano a borse a marsupio e improbabili cappellini a tesa larga. L’ombrello minuscolo, come l’impermeabile in nailon trasparente a tinte pastello è sempre pronto; scarpe con suole generose, da trekking, per gli uomini e con zeppa per le signore.
Gli inglesi sono più contenuti come i turisti che hanno oltrepassato l’ex cortina-di-ferro, tutti un po’ tristi nei pantaloni corti di colore smunto e scarpe sopravissute al look standardizzato del socialismo reale, ma possibilmente con suola Vibram.
Gli americani si distinguono; assomigliano ai Tedeschi, ma i pantaloni vistosi e le camicie multicolori sono tutte sovradimensionate di due taglie.
Tutti sottostanno al fascino del gelato italiano che viene leccato da coni, cialde e “parigine” inverosimili, ricoperte da cioccolato e granella di mandorle che colano e rendono appiccicose inesorabilmente sino a sera le mani dei turisti.
Subito dopo il rito del gelato dovrebbe esserci infatti quello della fontanella, ma nei nostri paesi, e le mète turistiche non fanno eccezione, le fontanelle sono diventate rarissimi, umidi, oggetti di culto.

28 marzo 2010

Il mio Lago (non ci conosciamo)

Mi piace viaggiare a piedi sui sentieri che si inerpicano dai paesi del Lago e uniscono frazioni spopolate di Comuni indifferenti.
A poche centinaia di metri dal Lago e dalla strada Regina c’è un mondo parallelo di gente che tiene ancora aperte vecchie cascine, che va nel bosco a “far legna”, che ripercorre sentieri dove dieci anni fa passavano ancora vacche. Vacche che salivano ai maggenghi, poi agli alpeggi, poi tornavano ai maggenghi, poi tornavano nelle stalle a poche decine di metri dal Lago e dalla strada Regina.
E sotto la Regina, in riva al Lago, resiste qualche pescatore.
Oggi questi uomini e queste donne continuano a vivere, ma fino a quando li incontreremo?

21 marzo 2010

Lettera a Mauro

Caro amico,
mi permetto di nuovo il “tu” in quanto, ancorchè per breve tempo, siamo stati amici.
Molto tempo è passato e non ricordo quasi nulla di quel pomeriggio trascorso in spiaggia. La vita di spiaggia non è il mio forte e infatti non ricordo neppure la località; doveva essere sulla costa occidentale; un tempo c’erano miniere e lugubri torri scheletrite si allungavano fra cielo e mare.
Ricordo una tua automobile e una tua collezione di vetri blu.
Altri dettagli personali, una figlia, forse non tua, una fidanzata, forse dell’est; ma sono ricordi un po’ evanescenti.
Da quella volta e da “quella storia” sono tornato in Sardegna una sola volta e per lavoro.
L’aereo mi riportava a Milano in un pomeriggio terso del maggio 2002: salendo da Elmas i paesi sotto di noi erano troppo vivi, troppo vicini, troppo puliti; e sapevo che non era vero.
Sfilavano quelli che erano stati miei per pochi giorni e in pochi anni: Sanluri, Furtei, Villamar, Lunamatrona, Segariu e altri di cui sono rimaste solo alcune diapositive.
Cercavo cortili, strade, sentieri che non avrei più percorso, poi l’Airbus ha preso quota e la Sardegna è rimasta là, nel ricordo; sono tornato a respirare quell’aria ma mi sono fermato in Corsica, altrettanto travagliata ma assediata dal suo passato, non dal mio.
Spero di non dover più rifare questo viaggio.

18 marzo 2010

Da Siena a Firenze; un corso d’aggiornamento.

Dopo una domenica dedicata alla fotografia, un po’ fra le colline del Chianti, un po’ fra le Crete, dopo un’altra notte ristoratrice al Ceppo, ricominciamo il corso all’Università di Firenze lunedì mattina.
Marco è in fase mista di contestazione con note di depressione velleitaria e non è semplice contenerlo; lugubre compagno di viaggio diventa un socievole compagno di studi e alla fin fine è per quello che stiamo in terra di Toscana.
Il corso, di ginecologia pediatrica e dell’adolescenza, è molto interessante anche se qualche relazione noiosa riesce a stemperare la tensione e a darci qualche salutare colpo di sonno.
I medici, ma forse sono così anche tutti gli umani, sono fenomeni comportamentali soprattutto durante le ore dei pasti.
Dopo alcune ore di corso o di congresso l’ipoglicemia scatena delle aggressività represse e si gettano senza pudore sui banchi della pausa caffè.
Eleganti dottoresse in tailleur o alternative suffragette scampate al ’68 si gettano con scatti felini su pizzette, brioches e biscotti, accalcandosi attorno a thermos di caffè troppo lungo.
E’ il momento di sbirciare gli spacchi audaci delle gonne e le scollature generose che si offrono all’inclita.
I maschi sono in genere più contenuti, ma ormai fra i medici sono una razza in estinzione.
Poi, passati i primi cinque minuti, la calca si dirada, le brioches sono finite e si possono bere un caffè e un bicchier d’acqua in santa pace.
Gli addetti, guardandosi con fare complice, iniziano a riporre quanto è rimasto, spesso poco, dopo il passaggio delle locuste.

14 marzo 2010

Ristorante Gallo Nero a Siena e altre amenità medievali

Di nuovo in Toscana! Sarà il richiamo degli avi, ma in ogni caso da domani sarò a Firenze per un corso e quindi ne abbiamo approfittato per un fine settimana preparatorio.
Questa volta ho tradito la fidata guida Slow Food per il Mangiarozzo 2009, guida alle osterie e regalo del fido scudiero Marco per l’ultimo Natale.
Anzi, proprio questa sera Marco mi raggiungerà al Ceppo e saliremo domani a Firenze.
Quindi, fidando nel buon Mangiarozzo ci siamo avventurati al Ristorante Gallo Nero.
Era la serata dedicata alla cucina medievale, ma qui pare che quasi sempre ci sia cucina di ricerca.
Il dubbio che si trattasse di una delle tante trovate per turisti o per “milanesi” è aleggiato durante tutta la serata.
L’antipasto è eccezionale e certamente frutto di un’attenta ricerca, con sapori desueti e delicati come la focaccia di pecorino, la torta di orzo e porcini, il fagottino di pollo al profumo d’arancia.
Il primo e il secondo sono un po’ più commerciali con la “tridura”, zuppa di porri con cotiche e uovo, seguita da arrosto di maialetto farcito con fegatelli.
Su tutto questo bendiddio una degustazione di rossi toscani iniziata con rosso IGT, proseguita con Rosso di Montalcino e terminata alla grande con Brunello di Montalcino.
Sui dolci preferisco non esprimermi ma non li amo e non li so giudicare. Il prezzo è molto, molto onesto.
Il valore aggiunto della serata è costituito dall’affabilità, dalla cortesia, dei sorrisi e dalla professionalità di far sentire l’ospite a suo agio; qui abbiamo conosciuto Connie, tedesca innamorata dell’italia che vi intrattiene in senese con accento tedesco…
Nell’insieme: ambiente 9, cucina 7. Una buona media attorno a 8/10. Ma il medio evo non finiva qui e il giorno successivo, cioè ieri mattina, in Piazza del Campo c’è stato il mercato medievale.
Medievale si fa per dire, comunque una bella e festosa occasione per trovare tutti i prodotti eno-gastronomici e artigianali che propone la terra toscana.
Decisamente commerciale e ad uso dei turisti tanto che in piazza, mentre mi aggiravo smarrito con la fidata fotocamera sono riuscito a trovare la mamma di un piccolo paziente di Domaso che dopo qualche legittimo dubbio sull’identità mi ha fermato per salutarmi. Insomma, il mondo è piccolo per chi viaggia.