12 giugno 2010

Ristorante "Il mare" a Rio Marina

Da due anni capito all’Elba in questo periodo e ormai più d’una volta sono venuto a mangiare da Laila.
Io la chiamo signora Laila, ma so che fa più effetto dire “da Laila” a Rio Marina.
Laila è sempre premurosa e mai sbrigativa, neppure al sabato sera, se si ha avuto il buon senso di prenotare.
Laila ha sempre il ristorante pieno e il valore aggiunto è che non si tratta solo di villeggianti, ma anche di gente del posto.
In effetti la prima volta ci ero arrivato su indicazione di un farmacista stagionale che faceva la stagione estiva proprio a Rio Marina.
Il locale si apre sul porto e sul traghetto che instancabile fa la spola da Piombino. L’arredamento è casual ma si mangia quasi sempre fuori.
La carta del menu è accattivante, ma io suggerisco di consultare sempre la lavagna del menu del giorno, di fianco alla porta d’ingresso.
Qualche esempio: maltagliati con polpo e fagioli, spaghetti neri con ricci di mare, gallinella all’acqua pazza, stoccafisso con olive e patate.
Non mancano dei piatti più fantasiosi come i ravioli di mare con purea di melanzane o gli gnocchi con l’astice.
Per i più tradizionalisti, o per chi è scarso di fantasia, ci sono comunque sempre risotto alla marinara, spaghetti ai frutti di mare oppure frittura mista (croccante, leggera e morbida).
Personalmente ho lasciato il cuore sui maltagliati con polpo e fagioli, ma capisco che avendo l’età giusta si potesse lasciare il cuore anche per la signora Laila.
I prezzi sono onestissimi, l’unico appunto è sulla scelta dei vini, un po’ limitata.


I voti: qualità 10, servizio 10, vini 7; la media sta comunque sul 9.

09 giugno 2010

Fuentes

Quando si sbuca dall’ultima galleria della nuova statale 36 l’attenzione dell’automobilista è attratta dalle montagne che fanno corona all’ingresso della Valchiavenna e al centro commerciale che apre l’imbocco della Valtellina.
Il centro commerciale è Fuentes. Una collega siciliana credeva che questo fosse il nome di una catena di supermercati.
Per conoscere questo nome spagnolo bisogna tornare a metà del secolo scorso e partire dalla stazione ferroviaria di Colico.
Nessuna nostalgia. I ragazzi che arrivano a Colico, o che sfrecciano sulla piana di Fuentes diretti alle stazioni sciistiche non sanno nulla dei prati che coprivano la campagna.
Sono nati dopo i primi insediamenti industriali e sono abituati alla pila dei containers di fianco e sul retro dei capannoni industriali prefabbricati che segnano il confine fra le tre provincie di Como Sondrio e Lecco.
Chi esce a piedi dalla stazione ferroviaria di Colico può imboccare la vecchia statale dello Spluga e avviarsi a piedi verso nord.
Poco dopo si trova una strada a sinistra che passa sotto la ferrovia e le indicazioni sono suggestive: Forte Montecchio, Forte di Fuentes e sentiero dei forti.
La segnaletica è appena stata rifatta dalla sezione di Colico del Club Alpino Italiano.
Mi incammino con il buon passo che consente l’ora del mattino che precede il sorgere del sole.
La strada asfaltata sale la collinetta del Montecchio per finire al cancello del forte omonimo, costruito durante la grande guerra; le sue torrette conservano ancora intatti i cannoni che fortunatamente non hanno mai sparato un colpo.
Cavalli di frisia e cartelli imperiosi segnalano il “limite invalicabile” della zona militare; passo oltre un po’ infastidito da questi retaggi burbanzosi di un esercito che fortunatamente è stato riformato.
La strada diviene sterrata e scende dolcemente dal Montecchio.
A sinistra si apre qualche scorcio sul lago, sull’ultimo tratto dell’Adda e su qualche agriturismo travestito da azienda agricola manageriale.
A destra la prospettiva dei campi di allontana verso la ferrovia e il vecchio tracciato della statale 36 segnati da file di capannoni.
Fra il Montecchio e li Monteggiolo, la piccola collina che si alza poco più a settentrione, c’è qualche vera azienda agricola e le acque quasi limpide di un canale scolmatore scorrono lente verso il lago.
Arriviamo al Monteggiolo, ai cui piedi c’è un’omonima contrada. Le case sono state ristrutturate ad uso di milanesi e tedeschi in vacanza e un cartello mi segnala che la salita porterà al forte di Fuentes.
Allora è il Monteggiolo la collina di Fuentes!
Nel 1603 il forte è stato voluto dal conte di Fuentes, governatore della zona nell’epoca di dominio tedesco di manzoniana memoria.
Non stiamo a raccontare la storia dello sfortunato forte di Fuentes, costruito per difendere il Ducato di Milano… dagli Svizzeri.
Sembra comunque che anche qui non ci siano mai state grandi operazioni militari e si sia trattato di un “buen retiro” per raccomandati, imboscati e sfaccendati che ci sono sempre stati in tutti gli eserciti.
Salendo lo sterrato che porta alle rovine del forte il panorama si amplia a destra sull’alto Lario e a destra sulla zona industriale che si stende con i suoi capannoni, stabilimenti, pile di containers fra Colico e Piantedo, alle porte della Valtellina.
Salendo vediamo il retro dei capannoni con il loro rugginoso retaggio di carrozzerie, macchinari e rottami che iniziano a soccombere alla vegetazione pioniera.
Scendo dal forte, attraverso la ferrovia e riprendo il vecchio tracciato della statale 36.
Dei fasti di un tempo sono rimasti vecchi e bassi capannoni che ospitano attività di frontiera: uno sfasciacarrozze fa da pendant a una carrozzeria.
L’ex caserma della Polizia Stradale pare è alloggio per extracomunitari e ospita nel retro un magazzino di materiali edilizi.
Lo spazio asfaltato, sproporzionato, appare ancora più desolato dall’assenza di traffico.
Là dov’era il trivio di Fuentes le strade ancora si dividono e un passaggio a livello, uno degli ultimi rimasti, attraversa ancora la ferrovia che sale a Sondrio.
Un bar, gloriosamente chiamato Bar Fuentes, ha il tetto a uno spiovente e la facciata che si arrotonda al lato settentrionale ispirata forse all’architettura razionalista, forse ai primi caselli autostradali degli anni ’50 del secolo scorso.
Qualche auto parcheggiata all’esterno documenta ancora un’attività.
L’altro locale, separato dal questo dal ponte di raccordo su cui sfreccia il traffico per la Valchiavenna, appare inesorabilmente in disarmo ad onta dell’insegna luminosa che campeggia sul tetto.
Prosegue e mi incammino per l’ultimo tratto della veccia “36” costeggiano terreni incolti che sempre accompagnano quella terra di nessuno che si stende in mezzo ai raccordi autostradali.
I cantieri di questo raccordo sono stati aperti più di quarant’anni fa e non sono ancora chiusi.
Qualche vecchio macchinario stradale è stato abbandonato al suo destino ingrato e si sta ricoprendo inesorabilmente di morchia e ruggine, anche se quest’ultima non ha dubbi su chi vincerà la battaglia finale.
Qualche centinaio di metri ancora e siamo sulla nuova statale.
A sinistra è un piccolo centro commerciale, uno dei primi sorti a segnare la porta della Valtellina. Davanti ora c’è un bar-ristorante-edicola-tabaccheria, sosta quasi obbligata per i pullmann granturismo che scendono e salgono nelle valli ma anche comodo punto di incontro per chi scende in città di primo mattino da Valtellina e Valchiavenna.
Pochi i camionisti, che avranno altri punti di sosta, come vedremo.
Attraverso le corsie della statale e mi incammino su una strada che la fiancheggia.
I grande centro commerciale di Fuentes, quello che a tutti gli effetti si è impadronito del toponimo, giganteggia oltre le barriere.
La strada che fiancheggia la statale fiancheggia anche molte attività commerciali e industriali fra cui un importante cantiere nautico a ricordare che il lago non è ancora molto distante.
Qualche centinaio di metri e arriviamo alla curva della “Veronesa”.
La mitica curva della statale “38” è ormai a qualche decina di metri dal tracciato rettificato.
Sulla curva di apre un caffè di storica memoria, con cui il tempo e le gestioni sono stati impietosi.
Il nome indica l’origine della mitica moglie di un padrone quando l’osteria era tappa quasi obbligata per chi saliva in Valtellina.
Vino, tabacco, petrolio e carburo per le lampade ad acetilene impregnavano del loro fortore questo locale.
Ora si ferma qualche motociclista e qualche sfaccendato di Piantedo o qualche extra-comunitario illuso entrano a tentare la sorte nella ricevitoria del superenalotto.
Da qui parte il lungo rettilineo della statale dello Stelvio che porta a Delebio.
Questa è la vera porta della Valtellina, almeno fino a quando il nuovo tracciato della statale non la relegherà a un destino incerto.

06 giugno 2010

Viaggiare nella terra di mezzo

Finora ho viaggiato, e molto, appena possibile, sin dalla più tenera età. Questa è l’eredità più importante che ho ricevuto.
Fino ho viaggiato descrivendo quello che vedevo, e fotografando.
Ma ho sempre fotografato solo quello che mi piaceva o quello che detestavo: c’era un vizio di forma.
Ho deciso di cambiare e di provare a viaggiare descrivendo e fotografando quello che vedo; tutto.
E’ chiaro che non può essere così. Descrivere e fotografare significa comunque filtrare ed elaborare quanto ci circonda attraverso il bagaglio cognitivo, emotivo e di esperienza.
Però facciamo una prova.
Voglio provare a viaggiare in modo nuovo. Al di sotto del paesaggio che tutti vediamo superficialmente e, se possibile, all’interno di quello che ci sfugge.
Chi viaggia in automobile viaggia da punto a punto, da Milano a Bormio o da Monza a Courmayeur.
Sa va male viaggia in autostrada, attraversando il paesaggio dall’interno di un’auto, con l’aria condizionata, con la percezione fastidiosa ci qualche odore estraneo che supera i filtri del particolato.
Va un po’ meglio sulle strade statali; si possono aprire i finestrini e qualche paese si attraversa cioè non si passa da Via Carlo Cattaneo ai campi di sci direttamente.
Ma c’è anche chi viaggia in camper, portandosi appresso un pezzo di casa e precludendosi gran parte del contatto con flora, fauna e cemento.
Ho deciso che proverò e insisterò a viaggiare a piedi e in bicicletta, come cerco sempre più spesso di fare, per conoscere ancora la terra che attaverso, che muta incessantemente e che rischierebbe di rimanere un concetto platonico e lontano dalla realtà del viaggio.
Da dove cominciare?
Ma è chiaro, dalle porte della Valtellina, il viaggio che vedo fare ogni settimana dai Milanesi che sciamano verso Madesimo, Bormio, Aprica, e sfrecciano verso la strada statale dello Stelvio dopo essere usciti dalle gallerie interminabili della nuova statale 36 che li vomita assieme alle loro auto sulla spianata di Fuentes.
Alla metà del secolo scorso la vecchia 36 andava a imboccare la Valchiavenna al trivio di Fuentes, per tutti il Trivio.
Da quell’aiuola triangolare, illuminata di notte da lampioni ad arco, fra un caffè dalle linee audacemente razionaliste e un distributore di benzina Caltex, partiva la statale 38 o dello Stelvio.

05 giugno 2010

Tangenziali

Ho appena finito due libri di Salvatore Niffoi, un autore sardo che sto scoprendo o riscoprendo. Forse è uno dei più famosi e a me era sfuggito.
Sta di fatto che ho acquistato un cofanetto con i suoi primi romanzi. Dopo i primi due credo sia opportuno prendermi una pausa. Questo sia per evitare la crisi di rigetto, sia per librarmi un po’ sopra qual modo barbaricino un po’ cupo, come tutta la Sardegna è cupa nel suo interno e nel suo intimo.
Però non sapevo cosa leggere e così ho buttato negligentemente sul comodino “Il vampiro” di Mino Milani, “Il ranch della giumenta perduta “ di Simenon e “Tangenziali” di Biondillo e Monina.
Dopo aver sfogliato svogliatamente e superficialmente le prime pagine di tutti e tre i libri sono stato catturato definitivamente da “Tangenziali”.
Si tratta della cronologia di un viaggio a piedi, durato dieci tappe e circa cento chilometri, attorno, sopra, sotto e nelle vicinanze delle tangenziali di Milano.
Scritto da due matti, due scrittori diversi, anche se Gianni Biondillo non è nuovo a simili exploit.
L’inizio è in sordina. Gli autori scrivono un capitolo ciascuno in sequenza, quindi due introduzioni, due prime tappe, due seconde e così via.
Per ora sono arrivato alla quinta.
Si possono leggere in tanti modi. Fondamentalmente Michele Monina è un “non milanese” quindi guarda tutto in modo disincantato e spesso cinico, ma qui sta la sua capacità di sdrammatizzare e di banalizzare il pathos con cui il viaggio è descritto dal “milanese” Gianni Biondillo.
E alla fine emerge Milano. Forse non la Milano più viva ma la Milano più viva e attuale, che non è più la grande Milano di Biondillo ma è la disincantata e banale periferia di Monina.
Mi viene quasi voglia di attraversare la Valtellina a piedi, dalla brughiera di Fuentes attorno al centro commerciale alla sorgente dell’Adda.
Ma qualcuno leggerebbe questo racconto?

04 giugno 2010

Capolinea?

Pochi giorni fa erano vent’anni che mio padre è scomparso.
Mi è mancato e mi manca, come tutti i padri soprattutto dopo che si sono persi.
I suoi ultimi anni, ammalato, non mi sembrava più il padre che avevo conosciuto.
Non ha visto i miei traguardi professionali più importanti, e me ne dispiace. Non ha visto il naufragio del mio matrimonio, che aveva previsto, e la deriva che ne sarebbe seguita. Ma di questo molto non mi dispiace anche se l’avrei voluto vicino in quegli anni difficili e di sostanziale solitudine.
Ha fatto a tempo a vedere il naufragio del comunismo, che assieme aspettavamo da anni.
Però non ha visto il terzo millennio le miserie, le violenze, le guerre, le cadute dei valori che ne sono seguite.
Ora a volte mi sento pronto a mia volta a partire.
Basta traguardi, basta progetti, basta fatiche. Per cosa o per chi? Per chi non ha più valori?
Forse sono arrivato al capolinea.

25 maggio 2010

Les Trois Brasseurs - Montpellier

E’ un vero birrificio, con caldaia e tino d’ammostamento di rame lucido all’ingresso, una formula che funziona bene in Germania ed è un po’ una garanzia in Italia.
Il locale è grande, fra le palme, fra una cinema multisala e un teatro.
Le birre sono quattro, una weiss, una lager, naturalmente esaurita ieri sera, un’ambrata e una bruna stout che promette bene.
Il menu, simpatico e presentato sotto forma di tabloid, dovrebbe quindi variare periodicamente.
Mi sembra blasfemo ordinare una choucroute di salsicce e crauti a pochi centinaia di metri dal Mediterraneo e ripiego su un “welsh” ovverossia fette di pane spalmate di senape, coperte da una bella fetta di prosciutto, una generosa quantità di formaggio Cheddar, tutto passato al forno e poi guarnito con un uovo fritto sopra, insomma vera cucina mediterranea.
La weiss è buona, la stout eccellente. Ricordiamo che siamo sulle rive del Mediterraneo e per “fare” birra come a Erba, senza scomodare i Tedeschi, la strada da fare è ancora tanta.
Oltre alla giovane bionda, elegante e scosciata, che accoglie i clienti, servirebbe qualche cameriere un po’ più cordiale. Il mio s’è meravigliato infatti della mancia immeritata (un euro!) offerta per rubare un menu e un sottobicchiere.

Voti: ambiente 7, birra 7, menu 6; si può fare di più…

24 maggio 2010

Montpellier - 2

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Inizio questa terza giornata in terra occitana fra palude, tradizioni e innovazione.
La città è molto pulita, ordinata, ben servita, ricca.
A contrapporsi a questa immagine idilliaca adolescenti e post-adolescenti girano sospesi fra la trasgressione e la provocazione.
Gridano nelle piazze, urtano i passanti, ruttano rumorosamente poi salgono sul tram e pagano regolarmente il biglietto o mostrano al rilevatore magnetico la tessera d’abbonamento rigorosamente regolare.
Aria di sfida, berretto girato indietro e appoggiato sulle orecchie, con pantaloni di tre taglie superiori siedono rumorosamente ai tavolini.
Passato il tempo delle brasseries anche Montpellier, come Firenze, si è abbassata alle paninoteche con il banco sulla strada per irretire i turisti del “mordi e fuggi” e per combattere la crisi che svuota i ristoranti.

23 maggio 2010

Montpellier

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16° Congresso mondiale di Ginecologia Pediatrica e dell’Adolescenza.
Per me è il primo, che dire? Sono un po’ un pesce fuor d’acqua. I pediatri sono pochi, e questo non è un grosso problema, anzi. Gli Italiani sono pochi, e questo non è un problema, anzi.
Gli ecografisti mi sembrano pochi; quasi tutti ginecologi e soprattutto donne.
Nell’insieme un bel pianeta, se non fosse che non è il mio.
Il programma è impegnativo e mi viene spontaneo paragonarlo ai tanti nostri incontri organizzati per rivolgere il riflettore verso questo o quel primario, verso questo o quel professore.
Non che non ci siano buone occasioni di incontro in Italia, ma è arduo barcamenarsi; qui sembra tutto più semplice.
E’ pur vero che l’erba del vicino appare sempre più verde.
La città è simpatica e pulita; forse un po’ povera dal punto di vista artistico, ma chi non lo sarebbe avendo come vicine di casa Nimes e Arles?
I tram coloratissimi arrivano in tutti i posti dove devono arrivare; per qualche giorno l’automobile la lascerò in garage.
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01 maggio 2010

Altro viaggio in Toscana!

Questa volta c’è da portar su a Milano quasi tutta la casa di Valentina, quindi il viaggio si farà in furgone. Avrei diritto a uno sconto sulla Hertz, comunque faccio un giro in rete per vedere i prezzi.
Misericordia! Noleggiare per due giorni un Ducato con certe compagnie costa come una serata con una duchessa, dopocena escluso ovviamente.
Ripiego sulla Hertz; il prezzo del noleggio per due giorni è quello di una lussuosa bicicletta nuova, che ha il vantaggio, rispetto a una duchessa, di essere più fedele.
Questa settimana tutti devono aver deciso di fare un trasloco. A Lecco mi annunciano che il primo furgone sarà libero dal 24 maggio; a Como non ne hanno, a Milano Linate non ne trattano, a Rho non rispondono.
Finalmente la Hertz di Sondrio, noi crediamo ancora che sia la Hertz, mi annuncia che un Ducato fiammante è disponibile per me.
Il problema è che io vorrei ritirarlo alle cinque del mattino - non è un problema! - annuncia trionfante l’impiegato: facciamo il contratto la sera prima e al mattino lei si trova le chiavi – dove? – dentro una gattaiola, ovviamente – e poi lei parte con il suo Ducato all’ora che vuole.
Vabbene; prendiamo un giorno di ferie e andiamo a Sondrio. Passato il ponte sul Davaglione – un notissimo torrente che tutti dovrebbero conoscere, diamine! – troviamo la Hertz.
Per fortuna il Ducato non è la duchessa; strisciato qua e là, qualche fanalino di meno, però funziona – mi assicura l’impiegato – è l’ultimo modello! E' anche un po' sporco; le duchesse invece forse si lavano prima del noleggio.
Bene, concordiamo il prezzo con qualche incertezza sulla reale consistenza dello sconto che mi spetterebbe come socio del Touring Club Italiano.
La mattina dopo alle cinque meno qualche minuto sono sul piazzale. Parcheggio diligentemente la vecchia Doblò e mi precipito alla gattaiola – orrore – ci sono due mazzi di chiavi!
Il primo apre un Ducato che non è quello che ho visto ieri sera; il secondo fa lampeggiare tristemente una Punto grigia, neanche metallizzata.
Armeggio con la gattaiola e compare alla finestra un signore (il guardiano? Il titolare?) che mi rimprovera per il rumore, diamine! Sono le cinque del mattino. Gli spiego umilmente che le chiavi aprono un altro furgone – e allora? – è pure più grande… prenda quello!
Apriamo il Ducato; il serbatoio è pieno; il mezzo è ancora più sporco di quello della sera prima, ma pazienza, in fondo non è una duchessa e poi posso sempre usare i guanti da fatica; facciamo buon viso e partiamo.
La lampada della freccia sinistra non funziona, tanto le frecce le usavano solo i nativi americani e non siamo in America, nessuno si offende se li chiamo Indiani o Pellerossa, ma la mia freccia non si accende.
Recupero Laura da cui ero sgattaiolato al buio per regalarle qualche ora di sonno. Recupero soprattutto cinghie, corde, carrello gommato e bagaglio per il trasloco.
Una scritta promettente sulla porta posteriore ci assicura che il nostro Ducato è stato arricchito dalla Hertz di aria condizionata, carrello, stereo, kit di cortesia – che sarà mai? – e catene da neve.
L’aria frizzante del mattino ci accompagna fino a Milano; la guida è dolce, a parte la puzza di fumo nell’abitacolo che non si riesce a eliminare.
Le catene della neve giacciono composte dietro il sedile del guidatore, il carrello non lo troviamo, ma tanto abbiamo il nostro, l’aria condizionata funziona come la freccia sinistra, cioè un cazzo, e non sappiamo sempre cosa sia il kit di cortesia.
Lo scopriamo verso Piacenza, verso le 9 e quarantacinque, quando l’impiegato della Hertz di Sondrio finalmente disattiva il fax e si degna di rispondere al telefono.
Dopo un vivace scambio di “cortesie” ci viene assicurato che c’è stato un malinteso - non succederà mia più - e che sul noleggio avremo un “piccolo” sconto.
Credo di avere la soluzione in mano: ci fermiamo alla prima Hertz, dovrebbe essere quella di Parma, e cambiamo il Ducato. Non è possibile perché il nostro non è della Hertz – ma cosa c’è scritto all’esterno? – è del signor Gianolini e non si può lasciare in giro per l’Italia impunemente come se fosse un furgone della Hertz, sembra solo che lo sia ma in realtà non lo è.
Non ci resta che rimboccare le maniche – con l’illusione dell’aria condizionata avevo preso una camicia a maniche lunghe – e proseguire il viaggio.
L’impianto stereo non è eccezionale, ma sopperisce egregiamente Laura che mi racconta per filo e per segno, più volte e in un crescendo parallelo alla temperatura nell’abitacolo, cosa succederà al malcapitato noleggiatore di Sondrio al nostro ritorno.

27 aprile 2010

I turisti - 1

La Toscana è da sempre terra d’arte; da un paio di secoli anche di vini e di cibi; da qualche decennio di turismo; da qualche anno di turismo di massa.
Domenica 25 aprile, è anche festa della Liberazione. Di mattina verso le nove a San Gimignano sbarcano i primi turisti da torpedoni che poi si allontanano dalla porta alla ricerca di un costoso parcheggio che arroventerà le lamiere fra qualche ora.
I tedeschi sfoggiano abiti molto colorati, pantaloni corti gli uomini, lunghi le donne; berretti e zainetti si alternano a borse a marsupio e improbabili cappellini a tesa larga. L’ombrello minuscolo, come l’impermeabile in nailon trasparente a tinte pastello è sempre pronto; scarpe con suole generose, da trekking, per gli uomini e con zeppa per le signore.
Gli inglesi sono più contenuti come i turisti che hanno oltrepassato l’ex cortina-di-ferro, tutti un po’ tristi nei pantaloni corti di colore smunto e scarpe sopravissute al look standardizzato del socialismo reale, ma possibilmente con suola Vibram.
Gli americani si distinguono; assomigliano ai Tedeschi, ma i pantaloni vistosi e le camicie multicolori sono tutte sovradimensionate di due taglie.
Tutti sottostanno al fascino del gelato italiano che viene leccato da coni, cialde e “parigine” inverosimili, ricoperte da cioccolato e granella di mandorle che colano e rendono appiccicose inesorabilmente sino a sera le mani dei turisti.
Subito dopo il rito del gelato dovrebbe esserci infatti quello della fontanella, ma nei nostri paesi, e le mète turistiche non fanno eccezione, le fontanelle sono diventate rarissimi, umidi, oggetti di culto.

28 marzo 2010

Il mio Lago (non ci conosciamo)

Mi piace viaggiare a piedi sui sentieri che si inerpicano dai paesi del Lago e uniscono frazioni spopolate di Comuni indifferenti.
A poche centinaia di metri dal Lago e dalla strada Regina c’è un mondo parallelo di gente che tiene ancora aperte vecchie cascine, che va nel bosco a “far legna”, che ripercorre sentieri dove dieci anni fa passavano ancora vacche. Vacche che salivano ai maggenghi, poi agli alpeggi, poi tornavano ai maggenghi, poi tornavano nelle stalle a poche decine di metri dal Lago e dalla strada Regina.
E sotto la Regina, in riva al Lago, resiste qualche pescatore.
Oggi questi uomini e queste donne continuano a vivere, ma fino a quando li incontreremo?

21 marzo 2010

Lettera a Mauro

Caro amico,
mi permetto di nuovo il “tu” in quanto, ancorchè per breve tempo, siamo stati amici.
Molto tempo è passato e non ricordo quasi nulla di quel pomeriggio trascorso in spiaggia. La vita di spiaggia non è il mio forte e infatti non ricordo neppure la località; doveva essere sulla costa occidentale; un tempo c’erano miniere e lugubri torri scheletrite si allungavano fra cielo e mare.
Ricordo una tua automobile e una tua collezione di vetri blu.
Altri dettagli personali, una figlia, forse non tua, una fidanzata, forse dell’est; ma sono ricordi un po’ evanescenti.
Da quella volta e da “quella storia” sono tornato in Sardegna una sola volta e per lavoro.
L’aereo mi riportava a Milano in un pomeriggio terso del maggio 2002: salendo da Elmas i paesi sotto di noi erano troppo vivi, troppo vicini, troppo puliti; e sapevo che non era vero.
Sfilavano quelli che erano stati miei per pochi giorni e in pochi anni: Sanluri, Furtei, Villamar, Lunamatrona, Segariu e altri di cui sono rimaste solo alcune diapositive.
Cercavo cortili, strade, sentieri che non avrei più percorso, poi l’Airbus ha preso quota e la Sardegna è rimasta là, nel ricordo; sono tornato a respirare quell’aria ma mi sono fermato in Corsica, altrettanto travagliata ma assediata dal suo passato, non dal mio.
Spero di non dover più rifare questo viaggio.

18 marzo 2010

Da Siena a Firenze; un corso d’aggiornamento.

Dopo una domenica dedicata alla fotografia, un po’ fra le colline del Chianti, un po’ fra le Crete, dopo un’altra notte ristoratrice al Ceppo, ricominciamo il corso all’Università di Firenze lunedì mattina.
Marco è in fase mista di contestazione con note di depressione velleitaria e non è semplice contenerlo; lugubre compagno di viaggio diventa un socievole compagno di studi e alla fin fine è per quello che stiamo in terra di Toscana.
Il corso, di ginecologia pediatrica e dell’adolescenza, è molto interessante anche se qualche relazione noiosa riesce a stemperare la tensione e a darci qualche salutare colpo di sonno.
I medici, ma forse sono così anche tutti gli umani, sono fenomeni comportamentali soprattutto durante le ore dei pasti.
Dopo alcune ore di corso o di congresso l’ipoglicemia scatena delle aggressività represse e si gettano senza pudore sui banchi della pausa caffè.
Eleganti dottoresse in tailleur o alternative suffragette scampate al ’68 si gettano con scatti felini su pizzette, brioches e biscotti, accalcandosi attorno a thermos di caffè troppo lungo.
E’ il momento di sbirciare gli spacchi audaci delle gonne e le scollature generose che si offrono all’inclita.
I maschi sono in genere più contenuti, ma ormai fra i medici sono una razza in estinzione.
Poi, passati i primi cinque minuti, la calca si dirada, le brioches sono finite e si possono bere un caffè e un bicchier d’acqua in santa pace.
Gli addetti, guardandosi con fare complice, iniziano a riporre quanto è rimasto, spesso poco, dopo il passaggio delle locuste.

14 marzo 2010

Ristorante Gallo Nero a Siena e altre amenità medievali

Di nuovo in Toscana! Sarà il richiamo degli avi, ma in ogni caso da domani sarò a Firenze per un corso e quindi ne abbiamo approfittato per un fine settimana preparatorio.
Questa volta ho tradito la fidata guida Slow Food per il Mangiarozzo 2009, guida alle osterie e regalo del fido scudiero Marco per l’ultimo Natale.
Anzi, proprio questa sera Marco mi raggiungerà al Ceppo e saliremo domani a Firenze.
Quindi, fidando nel buon Mangiarozzo ci siamo avventurati al Ristorante Gallo Nero.
Era la serata dedicata alla cucina medievale, ma qui pare che quasi sempre ci sia cucina di ricerca.
Il dubbio che si trattasse di una delle tante trovate per turisti o per “milanesi” è aleggiato durante tutta la serata.
L’antipasto è eccezionale e certamente frutto di un’attenta ricerca, con sapori desueti e delicati come la focaccia di pecorino, la torta di orzo e porcini, il fagottino di pollo al profumo d’arancia.
Il primo e il secondo sono un po’ più commerciali con la “tridura”, zuppa di porri con cotiche e uovo, seguita da arrosto di maialetto farcito con fegatelli.
Su tutto questo bendiddio una degustazione di rossi toscani iniziata con rosso IGT, proseguita con Rosso di Montalcino e terminata alla grande con Brunello di Montalcino.
Sui dolci preferisco non esprimermi ma non li amo e non li so giudicare. Il prezzo è molto, molto onesto.
Il valore aggiunto della serata è costituito dall’affabilità, dalla cortesia, dei sorrisi e dalla professionalità di far sentire l’ospite a suo agio; qui abbiamo conosciuto Connie, tedesca innamorata dell’italia che vi intrattiene in senese con accento tedesco…
Nell’insieme: ambiente 9, cucina 7. Una buona media attorno a 8/10. Ma il medio evo non finiva qui e il giorno successivo, cioè ieri mattina, in Piazza del Campo c’è stato il mercato medievale.
Medievale si fa per dire, comunque una bella e festosa occasione per trovare tutti i prodotti eno-gastronomici e artigianali che propone la terra toscana.
Decisamente commerciale e ad uso dei turisti tanto che in piazza, mentre mi aggiravo smarrito con la fidata fotocamera sono riuscito a trovare la mamma di un piccolo paziente di Domaso che dopo qualche legittimo dubbio sull’identità mi ha fermato per salutarmi. Insomma, il mondo è piccolo per chi viaggia.

18 febbraio 2010

Grotta di S. Caterina, da Bagoga, a Siena.

Dopo le disavventure dell’ultima volta, patite solo ed esclusivamente per causa della mia distrazione, abbiamo rifatto la pace con le trattorie di Siena.
Ma torniamo un attimo indietro; l’ultima volta a Siena c’era anche il Sciur Peppino. Nella fretta di partire avevo dimenticato la fidata guida Slow Food.
Avevo vicariato temerariamente con una guida Routard da Feltrinelli e mal me ne incolse. In tre successivi locali avevo rimediato due fregature e un battibecco.
Quindi questa volta, buttata al macero la guida Routard con la speranza che nel riciclo si salvino almeno due pioppi, sono tornato alla gialla e fidata guida Slow Food.
Così siamo finiti nella Grotta di S. Caterina a Siena, da “Bagoga”, al secolo Pierino Fagnani, che era un fantino del Palio.
La cena è simpatica e di ottimo livello. Il collo ripieno e il “tonno” dei colli senesi sono un antipasto superbo. La qualità scende un po’ con la ribollita, un po’ troppo classica, come di chi è troppo sicuro di sé, ma la bandiera viene tenuta alta dai tortelli di patate in salsa rosa. Onesti secondi di carne, come ci si attende dovunque in Toscana e dolci da manuale.
Dovendo guidare al ritorno nessuno ha esagerato sui vini, eccellenti e a prezzi onesti, a patto di non chiedere la luna, che c’è pure quella, come il Brunello, e viene fatta giustamente pagare.
Bagoga sta in cucina; a metà della cena fa capolino in sala e saluta; dopo il secondo fa un altro giro e passa a salutare tavolo per tavolo, evitando con sapiente tatto le coppiette in trattativa per il dopocena.
Ce lo ritroviamo sulla porta che saluta cordialmente e a testa alta perché il conto è stato onestissimo in rapporto alla qualità e all’atmosfera.

Voto: Cucina 8, ambiente 9, vini 9. Media 9/10 circa.

16 febbraio 2010

Toscana, come sempre a carnevale

Complice un corso dell’Università di Firenze, iniziato ieri e che proseguirà sino a domani, da qualche giorno sono in Toscana.
All’inizio è stata Siena, dopo un sonno ristoratore al Ceppo. Ma non è il caso di dire dove si trova.
Non so come definirla, forse locanda con alloggio sui colli a pochi chilometri da Siena; mi sembra che a parlarne e a farla conoscere meglio possa rovinarsi la sua atmosfera fuori dal tempo.
Le sue ore sono quelle del secolo scorso; apre presto al mattino e chiude presto alla sera.
A guardia di un bivio, dalle prime ore del mattino è tappa e sosta per caffè, panini robusti, brioches calde e tabacco per postini, autisti, soldati, fattorini, cacciatori e perditempo.
Le segretarie e le impiegate che ti guarderanno impassibili e lo sguardo ostentatamente fisso per tutto il giorno per le strade di Siena qui incrociano gli occhi con gli altri avventori e con gli ospiti occasionali.
Dalla prima volta mi sono sentito a casa e la prima notte in Toscana la passo qui.
La domenica il tempo è grigio; vaghiamo inquieti fra Duccio e Lorenzetti; poi ci avviamo verso Firenze attraversando il Chianti.
Ci si ferma allo spoglio monastero di S. Lucchese e poi alla volta di S. Gimignano alla ricerca del Giudizio Universale di Taddeo di Bartolo.
Ma è inutile; c’è la sfilata di carnevale ed è l’unico giorno dell’anno che il duomo chiude inesorabilmente i battenti.
Nelle strade a raggiera che salgono al centro del borgo i carri hanno iniziato a diffondere musica riprodotta e amplificata da impianti nutriti con gruppi elettrogeni a rimorchio dei trattori. Aspettarsi invano le bande musicali dei paesi è come distillare nostalgia nell’indifferenza.
Ci attardiamo per i vicoli in attesa che carri di cartapesta sciamino rumorosamente verso il centro, con il loro corteo di genitori in maschera e nonni ringalluzziti che trascinano bambini tristi, capricciosi e stralunati in costumi improbabili.
All’uscita dal paese è rimasto un caldarrostaio che mi sconta due sacchetti di caldarroste profumate in attesa che ritorni la folla dal centro.

08 gennaio 2010

Trattoria Ruffino a Domaso

E’ la seconda volta che torno a parlare di questo locale e un motivo ci sarà. E’ stato uno dei primi ristoranti che ho conosciuto dopo il mio ritorno sul lago.
Sono passati sei anni e il Ruffino è sempre un punto di riferimento.
Dentro la trattoria e sotto il pergolato d’estate il tempo si è fermato agli anni ’50 del secolo scorso.
All’ingresso c’è il camino sempre acceso che accoglie sulla griglia lavarelli, qualche agone spinoso e tanti missoltini da magiare con la polenta abbrustolita.
Il profumo delle griglie arriva sino al vicolo su cui si apre il portone, ma è il riso con filetti di pesce persico a farla da padrone.
Per questo piatto, condito con il burro come si usava qualche decennio fa senza badare a colesterolo e trigliceridi, sono in molti a traversare il lago e ad arrivare anche da qualche provincia vicina.
Per completare l’ambientazione sul tardi arriva a cenare l’equipaggio dell’ultimo aliscafo della sera dopo aver ormeggiato per la notte il battello all’imbarcadero.
Che dire? Quando voglio respirare l’atmosfera del lago mi concedo una pausa nella saletta interna di questo locale tipico, dove il cellulare non ha più campo. E con giusta ragione.
La padrona, che occhieggia fra il banco di mescita e la cucine è dolce, simpatica e cordiale; la ragazza serve con un sorriso enigmatico.
Se il signor Serano decidesse di curare un po’ di più l’offerta dei vini il locale entrerebbe di diritto nella guida Slow Food.

Voto: Cucina 8, ambiente 9, vini 6. Media 7.5/10 circa.

05 gennaio 2010

Birrificio Doppio Malto - Erba

Pur essendo a pochi passi sostanzialmente da Lecco, trovare il birrificio è stata un po’ un’avventura.
Cominciamo a dire che si trova sulla strada “Vallassina”, ma la chiamano Via Milano; logico che il fido TomTom mi abbia portato per ben due volte verso la stazione ferroviaria di Erba.
Dopo aver sopperito con il buonsenso, cioè aver percorso Via Milano in senso inverso e ben oltre dove avrebbe cambiato nome, sono approdato al mitico birrificio verso le 14 di alcuni giorni or sono per scoprire che durante le festività natalizie il locale sarebbe stato aperto solo alla sera.

I due tentativi di contattare il locale telefonicamente cercando di superare la barriera di un disco risponditore sono stati premiati. Una voce amica, ancorchè maschile, mi ha richiamato dopo qualche minuto per offrire aiuto, orari e cortesia.
Con questa carta di presentazione siamo tornati la sera successiva.
L'ambiente è giovane, un po’ decentrato, e molto accattivante. Le caldaie di rame, dietro un grande vetrata, tolgono ogni dubbio sulla vocazione del locale.
All’ingresso, gremito di giovani, si è accolti con grande cordialità; un valore aggiunto è la possibilità di far entrare anche gli amici a quattro zampe. C’è qualcosa che ricorda i locali degli “States”, ma qui è tutto molto più luminoso.
Al piano superiore i giovani lasciano il posto anche a famigliole e coppie mature. Al tavolo servono giovani, quasi tutti studenti universitari, molto cordiali, sorridenti, addirittura premurosi.
Menu molto variato; pizze oneste; carni buone anche se non eccelse forse per contenere i prezzi entro una fascia accessibile a tutti.
Anche dalla carta del menu si capisce che gli States non sono molto lontani e infatti occhieggia qualche piatto di cucina Cajun.
La scelta e la qualità delle birre sono entusiasmanti. “I nomi delle birre sono per la maggior parte ispirati ai materiali presenti nel birrificio e nel locale di mescita: il rovere, il mogano, l’ottone, la pietra…”(Guida alle birre d’Italia 2009-2010, Slow Food Editore).

Mi sono limitato ad assaggiarne due per ora: la Old Jack e la Mahogany.
La prima è una English & Scottish Strong Ale nera come il caffè. Le schiuma è fine e persistente, l’aroma di malto e, appunto, di caffè. Al palato il malto tostato cede al caffè, prosegue con note di luppolo per chiudersi su un amaro armonioso.
La Mahogany è la miglior Indian Pale Ale che io abbia assaggiato sin’ora. Schiuma abbondante, beige su un colore di mogano chiaro, come il nome infatti suggerisce. L’aroma è di luppolo e fruttato. In bocca il dolce da' suggestione netta di pompelmo che segue con altri agrumi per chiudersi su un amaro dove persiste ancora il pompelmo e si mescola a sapori di luppolo nobile.

Voti: per le birre 9.5, l'ambiente 9, la cucina 7; media circa 8.5/10; ci sarà da tornare e probabilmente il punteggio sarà più alto.

03 gennaio 2010

Birrificio di Como

Quarta visita in questo locale simpatico ma un po’ asettico.
L’ambientazione in una vecchia filanda, o forse setificio, è molto riuscita e suggestiva.
Luci e riflessi delle caldaie di rame sono sapienti.

Il menu è abbastanza curato con servizio inappuntabile e abbastanza rapido. Le offerte sono molto varie spaziando da carne alla “pioda” di ottima qualità sino all’indulgenza in qualche tentazione di fast food quali le alette di pollo. Il target è comunque giovane e ci si deve adeguare.
Al tavolo servono giovani, in buona parte sudamericani, veloci, garbati e sempre educati. Qualche ragazza è particolarmente sorridente e la cosa non guasta.
Le birre sono buone.
A me piace una scurissima extra-stout, la All Black: schiuma pannosa ma poco persistente; aroma poco speziato con note decise di banana; prosegue con sentore di malto e chiude con luppolo amaro, ma anche una puntina d’acido.
I prezzi sono onesti e vale la pena di portarsi via qualche bottiglia, anche se la birra perde il carattere che presenta alla spina.

Voti: 7 alla birra, 8 al resto; media 7.5/10.