Molti dei 15 lettori si sono lamentati che il blog non venga aggiornato.
Sarà vero ma, tornato da un viaggetto di due giorni nel Vallese, ho trovato solo un messaggio della Dottora dei Pacchi.
Non vuol dire nulla; non sono in cerca di messaggi di conferma, ci mancherebbe. Forse però non ho mai parlato di Lei.
Dopo due anni di sterile fatica, cercando di insegnare come funziona un reparto a quattro successivi assistenti, di tre dei quali è meglio dimenticare, era arrivata Lei.
La Dottora mi aveva affascinato per il curriculum: invece di enfatizzare sciocchezze, come alcuni predecessori, aveva messo solo l’essenziale.
Fu amore a prima vista.
Giunse sulle rive del lago dopo una delle poche nevicate dell’inverno lariano e ne rimase perplessa, ma accettò comunque di lavorare con me.
Ogni mattina arrivava di pessimo umore. Al mio sorriso mattutino e contagioso (ho ancora l’entusiasmo del dopo laurea, dopo 32 anni) rispondeva con un sorriso forzato che resisteva fino al primo caffè, per aprirsi poi in una risata.
Risata che assumeva riflessi cangianti a seconda di quanto passava il convento.
E’ stata l’assistente che ha dato una sterzata al reparto.
Con Lei l’organizzazione è migliorata e il suo “controgiro” è diventata la costante con cui scandire la fine di ogni mattino.
Niente pranzo come tutti i cristiani, solo uno yoghurt, però mangiato in mensa, assieme ai comuni mortali.
Ogni settimana riceveva dalla Sicilia lo “scatolo”, poi evoluto nel “pacco” di cui allo pseudonimo.
Dallo “scatolo” estraeva ogni bendiddìo che mamma e papà spedivano da Spadafora.
Bendiddìo che Lei divideva con tutti e con me in particolare.
Poi, come da accordi, da programmi e da profezìa se n’è andata lasciando nella Pediatria di Gravedona un vuoto da colmare.
Il Peppino non aveva ancora un barca, ma Lei non sarebbe stata un marinaio di prua, avrebbe voluto il timone senza mai confessarlo, ma non per ambizione, sinceramente per non affaticare il suo primario.
Grazie Giusy! Mi manca anche il tuo sorriso storto, ma sincero, ogni mattina.