31 dicembre 2010

Bilancio 2 e previsioni


Bilancio: parola grossa anche in una piccola azienda; figuriamoci in una grossa e, peggio ancora, a livello individuale.
Per me non ci sono mezze misure. La maggior parte dei miei 25 lettori, e non sono ahimè aumentati, mi conosce e sa che il mio bilancio nel 2010 non è stato molto positivo.
Chi poteva , chi sapeva e chi doveva ha preferito fuggire; chi non avrebbe dovuto, potuto o saputo si è sforzato di starmi vicino e il mio cuore non lo dimenticherà.
Cosa ci aspetta nel 2011?
In senso generale, c’è ben poco da attendersi. Sul piano morale non si può scivolare ancora. Più in basso di noi ci sono solo Sodoma e Gomorra.
Visto che siamo sul biblico citerò l’Ecclesiaste: “ Ho visto servi a cavallo e principi camminare a piedi come servi.”
Per me rimane qualcosa?
Sì, ho ancora tre sogni nel cassetto.  
Auguri; buon 2011!

28 dicembre 2010

Bilancio 1

Il capodanno si approssima; la sera del 31 andrò a dormire presto, anche se è tempo di bilanci, luogo comune ma doveroso.
Come sempre inizio con i ringraziamenti e in ordine sparso; e inizio con i Colleghi, i miei compagni di viaggio.
Ringrazio Marco, Stefania e Nicola, con cui ho iniziato l’anno quando era nuovo. Poi Maria Rita, con l’augurio che trovi la sua strada, all’ombra dell’Etna.
Quest’anno è tornato Giovanni Pagani, ecografista , neonatologo ma soprattutto amico fidato e fedele, qualità sempre più rare.
Pino; grazie del suo aiuto, con l’augurio che trovi la sua strada e nel 2011 scopra cosa vorrà fare da grande nel nostro reparto. Grazie a Concetta che prosegue il suo cammino con noi.
Poi i “Varesini”: Ilaria, Francesco, Michela, Alessandro e Dario, con cui continueremo la strada.
Luigi Nespoli. Gli nego per oggi il titolo doveroso di Professore, per dargli quelli di amico e maestro; l’unico rimpianto è quello di averlo incontrato solo negli ultimi due anni.
Quest'anno il Professore mi ha "prestato" la strepitosa Maddalena, brillante e silenzioso fiore all'occhiello della nostra Pediatria.
Dentro l’ospedale devo ringraziare tutti i ginecologi e gli anestesisti con i quali, in riva al lago e solo qui, a differenza di tutti gli altri ospedali, siamo sempre andati d’amore e d’accordo.
Grazie alle infermiere, tutte brave, ma soprattutto ciascuna diversa e ciascuna capace di dare il suo contributo e lasciare il segno nella nostra Pediatria.
Grazie e auguri alle ostetriche, ricordando cos’è successo a Oggiono (tri donn fan la fera d’Ugion), e considerando che sono in sette!
Grazie ai Pediatri di famiglia, a tutti quelli che ancora hanno fiducia in noi e ci inviano i loro pazienti e anche a quelli che li inviano altrove, risparmiandoci tempo, così quando ci arrivano lo stesso non dobbiamo neppure renderne conto.
Certo, quest'anno ci sono state anche persone che sarebbe stato meglio non incontrare; c'è comunque l'augurio che il Signore renda loro la serenità che sanno togliere a quanti incontrano sulla loro strada.
Per ora mi fermo qui.

27 dicembre 2010

Natale in Pediatria

Ho lavorato tutte le Feste; non sono stato in prima linea, né in trincea, ma con il badile in mano;  pronto a dare una mano ai giovani pediatri allo sbaraglio.
Ne sono uscito come sempre un po’ deluso. Ma che genitori girano?
Mamme ansiose telefonano per rigurgiti, vomiti e brufoli; per fortuna d’inverno non ci sono le ortiche, ma d’estate qualche orticata è pure arrivata in Pronto Soccorso.
Padri terrorizzati da un prelievo di sangue chiedono più volte se è proprio necessario “bucare” l’erede, poi escono dalla sala medica con gli occhi sbarrati.
Madri implorano un ricovero per alcuni giorni per “stare tranquille” e fanno pendant con altre che firmano il rifiuto della prestazione e si portano a casa bambini con la polmonite, tanto poi torneranno di notte da noi o in qualche altra Pediatria…
Ma una volta ho perso le staffe e ho chiesto: “Ma a me  cosa viene in tasca a ricoverare suo figlio? A fargli un prelievo? A perdere due ore per fare una cartella perché nessuno dei due genitori ha il buonsenso di portare il bambino urlante in camera mentre cerco di raccogliere la storia clinica?”
Qual è la nostra colpa e il nostro peccato? Fra poco ci troveremo “untori” e colpevoli di diffondere epidemie di orticaria e mal d’orecchie.
Poi ci sono i genitori dei bambini veramente ammalati, quelli con la cardiopatia congenita che li porta in cielo alla vigilia di Natale, quelli con i tumori al cervello, quelli con le malattie metaboliche che non guariscono, quelli con l’epilessia che non risponde ai farmaci.
Quelli sono la nostra consolazione; telefonano per gli auguri; chiedono scusa per il disturbo; portano il panettone alle infermiere; quelli ci fanno sentire meno inutili e ci trattengono qui.
Altrimenti saremmo andati in Africa da tanti anni, a curare le malattie vere.

22 dicembre 2010

Ti ha mai baciato nessuno, Charlie Brown?

"Sai perché voglio regalare i guanti a Peggy Jean per Natale? Quando l'ho conosciuta quest'estate al campo, ho notato che aveva belle mani... Voglio che stiano calde... ma non ho 25 dollari per comprarli.... "
"Mandale gli auguri e dille di tenere le mani in tasca "

Grazie, Roberta

Rossoamaro, di Bruno Morchio.


Questa dedica è su "Rossoamaro", il libro ricevuto da Roberta, la nostra capo-ostetrica, che ogni Natale si ricorda di me.
E' una dedica che mi gratifica e mi consola di tutto il sudiciume e il disamore che ci assediano ogni giorno senza pietà.

19 dicembre 2010

Mamma

Nove anni. Non ricordo se la notte fosse fredda come quest’anno.
Non ricordo se Orione splendesse nel cielo invernale, come mi avevi insegnato tanti anni prima. Orione era ricomparso al finestrino di un Tristar che volava in Brasile.
Orione era ricomparso, tanto tempo dopo, al finestrino di un Airbus che volava a Catania.
Ho sperato fosse un tuo segno.
Anche questa sera c’era Orione nel cielo, sbiadito da una luna crescente e trionfante a nostro dispetto.
Da tempo non vivevamo assieme e ti chiamavo, come tutti, “Nonna Maria”.
Da qualche giorno avevo spostato il tuo letto in soggiorno  e il mio nella cucina della grande e vecchia casa.
Speravo ancora che la grande casa mi sopravvivesse.
Da qualche giorno avevo capito che sarebbe stato il Natale più triste della mia vita e che non ci saresti arrivata.
E così avevo ripreso a chiamarti mamma.
Ero da solo; solo con i miei tanti, troppi giorni di ferie, come quest’anno, senza nessuno con cui trascorrerle, ma senza le tante ferite che sarebbero arrivate.
Come quest'anno c'era chi aveva scelto questi giorni per lasciarmi sempre più solo.
Ti avevo tenuto la mano fino a metà notte, poi mi ero coricato. E più avanti nella notte mi ero svegliato all'improvviso: il tuo respiro non c’era più.
Inutile chiamare, inutile cercare, inutile sperare di sconfiggere la solitudine.
Siamo rimasti così fino al mattino, poi ho chiamato chi si doveva.
Forse hai ripreso a fare la maestra; ora tu sai e conosci.              

15 dicembre 2010

Birrificio di Como; bevo la solitudine

Birrificio di Como. E’ uno dei posti che amo frequentare da solo. La birra è buona; non eccezionale, ma molto sopra le birre commerciali. Ci si mangia discretamente, a volte anche bene.
Qui posso stare da solo. I camerieri, studenti o stranieri che siano, non offrono e non danno confidenza; pochi i sorrisi ma il servizio è abbastanza veloce.
Sono sbarcato a Malpensa da Catania. Ho lasciato una pioggerella freddina per trovare un cielo di Lombardia terso e gelido.
Ho lasciato gente allegra, spensierata, sempre in ritardo, approssimativa, affettuosa e presuntuosa per trovare i Lombardi compassati, sorridenti, in discreto orario, ben organizzati e altrettanto presuntuosi.
La presunzione è la certezza di aver ragione sapendo di avere torto. La differenza è che i Lombardi  non ammetteranno mai di avere torto, i Siculi sì, ma gli uni e gli altri proseguiranno per la loro cattiva strada.
Ordino arrosticini e cus-cus con un boccale di Breva ambrata, ad alta fermentazione; come mettere insieme cucina araba e luppolo alsaziano in modo armonioso. Qualcuno imparasse...
Attorno a me tutti i tavoli sono occupati da coppie, ma coppie forzate di amici e colleghi; qualche impiegato solitario mangia insalata mista e triste leggendo il Corriere.
Bancari che diffondono nel raggio di due metri un misto di dopobarba e profumo costoso e asciutto mangiano piatti unici bevendo acqua minerale, proprio qui in birrificio.
Un tipo sulla trentina ha i capelli troppo lunghi per essere un impiegato, veste troppo casual per essere financo un fattorino di banca. Forse è un programmatore, ha comunque l’aspetto di chi vive d’informatica.
Mangia, chinandosi ad ogni boccone sulla forchetta, una milanese e mi guarda torvo perché ha già incrociato due volte il mio sguardo; tranquillo, a me piacciono le donne e la tua cotoletta è assai unta.
Un’impiegata, ma no, qualcosa di più, ma certo non ancora dirigente di qualche setificio, siede al tavolo con due colleghi maturi che cercano di compiacerla mantenendo il sorriso costante a bocca piena anche mentre affrontano un filetto alla piastra dall’apetto un po’ coriaceo.
Poca birra e volume delle voci moderato; la quasi dirigente invece inforca l’auricolare bluetooth e contemporaneamente mastica, parla a voce molto alta, gesticola, e un paio di volte si ficca la lama del coltello in bocca per leccarsela. Finita la telefonata parla del marito, passabilmente bene…
Rifiuto fermamente il caffè ed esco felice che nessuno mi abbia rivolto la parola; l’autostrada mi aspetta fino a Milano.

09 dicembre 2010

L'enorme tempo di Giuseppe Bonaviri

More about L' enorme tempo
Libro stupendo. Forse la mia affezione per la Sicilia mi porta ad essere particolarmente generoso nel giudizio.
Questo diario di giovane medico fa affiorare una Sicilia apparentemente dimenticata ma ancora viva e i cui tratti sono ancora riconoscibili nei paesi, negli uomini e nelle donne dell'entroterra siciliano.
A volte per questi romanzi di Bonaviri si è usata la definizione di neoverismo.
Da questa umanità dolente e sconsolata emerge comunque l'anima dell'Isola, di quest'isola, che si può incontrare ancora, a saperla leggere.
Il senso di impotente pessimismo che aleggia fra le pagine mi riporta alle mia prime esperienze di medico, e mi ha riportato alla stessa atmosfera, anche se vissuta fra le montagne della Valtellina, estendendo ben al di là dell'Isola il messaggio di Bonaviri.
La frase con cui si chiude il libro racchiude tutto il pessimismo isolano e il legame struggente con la sua terra: "Temo che di Mineo resterà una grande macchia in alto sul monte tra fichidindia, fogliose cave di rena, e, chissà, di fiori gialli di maggio. "

26 novembre 2010

Io e Agata



Tutto finisce e tutto comincia.

24 novembre 2010

Agata

Ieri è nata Agata: pesa circa 4 kg.

20 novembre 2010

2 agosto 1976 - 20 novembre 2010



Da poco c’era stato il terremoto in Friuli. Questo è Stefano, il mio primo paziente; mi stavo laureando; non sapevo che sarei diventato un pediatra.
Oggi il fratello di Stefano e un altro ex bambino, Luigino, sono scesi dal Friuli per venirmi a trovare.
Sono passati 34 anni; il mio entusiasmo è sempre lo stesso ed entro in ospedale sereno ed entusiasta come appena laureato.
C’è un’altra cosa che non è cambiata.

Caffè alla macchinetta, 3 mesi dopo

La vedi nel cielo quell’alta pressione?
La senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d’un fiato
che il dio dell’inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano?
Lo senti quel suono di un piano
di un Mozart stonato che prova e riprova
ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perché di cortili bagnati
di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite,
di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente?
Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato,
stagione, cortile od un prato?
Conosci l’odore di strade deserte
che portano a vecchie scoperte,
a nafta, telai, ciminiere corrose
a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per nessun dove,
a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse,
e i sedili di un ex terza classe,
l’angoscia che dà una pianura infinita?
Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia,
un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda fiorita,
non siamo né un giorno né vita.
Non siamo la polvere di un angolo tetro
né un sasso tirato in un vetro
Lo schiocco del sole in un campo di grano,
non siamo, non siamo, non siamo?
Si fa a strisce il cielo e quell’alta pressione
è un film di seconda visione,
è l’urlo di sempre che dice pian piano:
non siamo, non siamo, non siamo.

Francesco Guccini

24 ottobre 2010

Torino – Salone del Gusto – Slow Food 2010



Da qualche anno mancavo il Salone del Gusto, il più classico degli appuntamenti di Slow Food a Torino.
Cominciamo da Torino; la ricordavo più pulita, più ordinata, più savoiarda, ma forse l’ultima volta ci ero stato vicino al tempo delle Olimpiadi.
Il mercato di Porta Palazzo è sempre un buon termometro dei tempi . Vivace e pulsante inizia a mostrare banchi di macelleria con specialità rumene e turche, mentre tutt’attorno, sull’ultimo tratto di Corso Giulio Cesare, si dispiegano le macellerie arabe e i negozi magrebini.
Poche le voci che si alzano dai banchetti: Cagliari, Catania e Reggio sono un ricordo e sono rimaste al sud a difendersi con i denti dalla globalizzazione.
I tram sono efficienti e silenziosi in Corso Giulio Cesare; merito anche questo delle Olimpiadi.
Il Salone del Gusto è al Lingotto, in fondo a Via Nizza.
Quartiere dove abitava gente giunta dal sud e dove stava, e ancora sta, ma è un’altra cosa, la Scuola Radio-Elettra, dispensatrice di nozioni e illusioni per corrispondenza, dal secondo dopoguerra e per gran parte del secolo trascorso.
Il Salone del Gusto è importante, ma un po’ più commerciale.
All’ingresso animalisti e contestatori alternativi, autoridotti e fuori dall’ottica del sistema, volantineggiano silenziosamente.
Ma possibile che non si possa stare in pace? Qualunque cosa si organizzi si troverà qualcuno che contesta, combatte ed è pure convinto di resistere.
Insomma uccidere un animale è un grave delitto, mentre recidere un carciofo, che ha il solo difetto di non guaire, barrire, miagolare o bramire, no, è una cosa legittima.
Verrà il tempo che compariranno anche i vegetalisti arrapati, divoratori di carne cruda che distribuiranno volantini contro le trebbiatrici.
Insomma ci sarà un futuro in cui bere latte sarà un delitto e non ci resteranno che i derivati dal petrolio di cui nutrirci senza complessi di colpa.
Ad ogni buon conto il Salone del Gusto meritava il viaggio. L’ho visitato a volo radente per cause intercorrenti e mi sono soffermato in particolare fra gli stand della Sicilia, della Toscana e della Lombardia.
Simpatico il padiglione dedicato alle delegazioni estere dove emerge l’attività culturale di Terra Madre.
Un momento di commozione l’ho avuta davanti allo stand dedicato agli Alpini in Afghanistan.
Mi è parsa infelice la scelta di distribuire gli stands dei birrifici artigianali fra quelli regionali, mentre l’enoteca aveva, come sempre un posto d’onore e a parte.
Io mi auguro che in un futuro prossimo, come in alcune edizioni precedenti, si torni a uno spazio tutto per la birra, artigianale o industriale che possa essere.

25 agosto 2010

Caffè alla macchinetta

Vivo da più di trent’anni in ospedale. Non sempre lo stesso, anzi.
Mi sono fermato quasi 11 anni a Sondrio e sono ancora qui a chiedermi perché. Ora in questo piccolo ospedale di fronte al mio Lago ho trascorso sette anni.
Non so se sono stati i più belli, ma certo i più intensi della mia vita.
Questa mattina sono davanti al distributore delle bevande calde.
Che tristezza!
La solitudine interiore ci porta a momenti di meschinità suprema. Prendere la prima colazione davanti a un distributore elettrico è mortificante dopo più di un quarto di secolo di lavoro.
Continuo a chiedermi cosa ci faccio in questo mondo a cui non so più prendere le misure.
Evadere verso l’Africa come Giovanni? Ricominciare daccapo da un’altra parte dove fare il medico sembri almeno più utile di qui?
Gettare la spugna e aspettare la pensione che non è più tanto lontana?
Ripartire, questa volta da solo, in bicicletta cercando ispirazione lungo un vecchio fiume d’Europa?
Mah… sentiamo i venticinque lettori.

21 agosto 2010

Asia

Asia sta in camera 2; questa mattina c’è anche la sorellina che sia chiama Gaja. Come altri tre bambini ha una malattia abbastanza seria; è in via di guarigione e che sta ricoverata tranquilla, in attesa della lettera di dimissione con le indicazioni per il futuro.
Ma il Pronto Soccorso non demorde.
In rapida successione arrivano bambini con punture d’insetto, febbricola, dermatite da pannolino, farfallina rossa e coliche del lattante.
Fermo restando che il Pronto Soccorso è il posto giusto per curare la farfallite a un certo punto del pomeriggio arriva anche il bambino che ha un corpo estraneo nell’orecchio, non dà fastidio, è già due mesi che è lì, ma il destino evidentemente vuole che il venti agosto sia il giorno giusto per farselo togliere.
Asia aspetta pazientemente la sua lettera di dimissione; la mamma è sorridente.
Chi telefona per un consiglio, chi telefona per un appuntamento, chi telefona per lamentarsi.
Finalmente telefona un papà. Al mattino abbiamo visto suo figlio che ha una broncopolmonite e vorrebbe avere notizie. Ma non siamo stati esaustivi e chiari? Mi dispiace, se vuole le spiego daccapo. Non è quello il problema.
L’uomo che era con la mamma, anzi che sta con la mamma non è lui; lui è rimasto a lavorare in città, in pagamento che si sta separando.
Oddìo, spieghiamo tutto di nuovo, ma il problema è un altro: la mamma l’ha trascurato quel figlio e se l’avesse portato prima non si sarebbe ammalato e adesso lui non potrà portarselo al mare perché gli abbiamo dato un antibiotico e un suo amico medico gli ha detto che con l’antibiotico il bambino non può prendere il sole e allora lui si trova il bambino ammalato quando avrebbe dovuto portarlo al mare.
Ma scusi, dico, qui saremo pure al lago, ma il sole c’è anche qui! Se prende il sole al lago lo prenderà anche al mare; il suo amico medico non sa che antibiotico gli abbiamo dato…
E’ vero, dottore, dice a questo punto; poi mi racconta altre tre volte che la mamma trascura il figlio e finalmente mette giù la cornetta.
Asia aspetta pazientemente la sua lettera di dimissione; la mamma è sorridente.

20 agosto 2010

Sono un tipo antisociale

Sto invecchiando. E' un'amara riflessione; non è un luogo comune.
Ci sono segni inequivocabili: alcuni colleghi cominciano a darmi del “Lei”; non riesco a star dietro a tutte le innovazioni informatiche; mi cedono il posto sul tram (all’estero; in Italia l’educazione è tramontata inesorabilmente).
Poi comincio a perdere la memoria; mi infastidisce la maleducazione dei maleducati; non sopporto più le motociclette rumorose e vorrei mettere le marmitte manomesse “in quel posto” ai genitori dei quattordicenni.
Detesto le mamme permissive e i padri senza palle.
Non sopporto gli scortesi e gli arroganti al volante, che sfogano sull’accelleratore le frustrazioni e l’impotenza.
Mi offendono l’incomprensione e l’ignoranza, il dogmatismo e la sicumera. Detesto la televisione.
Amo ancora il mio lavoro come il primo giorno e inizio la settimana con entusiasmo e buon umore. Amo le donne.
Sto veramente invecchiando o sono solo un asociale?
__________________________________________________

Gravedona; mb 1014 -1020, tempo sereno, temperatura 17.7° C - 24.7° C; umidità 36 - 48%

18 agosto 2010


__________________________________________________

Gravedona; mb 1012 -1014, tempo sereno variabile, temperatura 18.4° C - 21.3° C; umidità 45 - 51%

17 agosto 2010


_________________________________________________________

Gravedona:  Mb 1012 - 1017 con tempo sereno variabile; temperatura minima 17° C, massima 20.4° C; umidità 42.5%.

16 agosto 2010

Chiara e Andrea sulla Via Claudia Augusta

Chiara e Andrea, giovani ed entusiasti, erano passati anche da casa mia, dalla vecchia casa di Morbegno, qualche anno fa.
Ogni tanto tornavano sul blog per seguire qualche mio viaggio in bicicletta o qualche avventura di navigazione sul “Lusitania”, magari pregustando un tragicomico naufragio fra Breva e Tivano o fra Pescallo e Bellagio.
Qualche settimana fa Chiara mi aveva avvisato su Facebook che sarebbero partiti per un viaggio in bicicletta lungo la Via Claudia Augusta.
Poi mi ero tolto finalmente e sempre troppo tardi da Facebook e non ci avevo più pensato.
Quale sorpresa, e quanto piacevole sorpresa è stato scoprire il loro blog di viaggio "Camminfacendo" che racconta la preparazione, l’aspettativa, gli stati d’animo prima della partenza, durante il viaggio di avvicinamento, le emozioni durante il viaggio e la soddisfazione mista alla malinconia dell’arrivo.
Mi spiace di non averli seguiti dall’inizio di questo entusiasmante viaggio dal Danubio alle rive dell’Adriatico.
Ma avrei chiuso ogni messaggio con un’esclamazione di invidia.
Oggi sono arrivati a Venezia; sono tornati a casa. Vedremo come continuerà il blog.
Per intanto complimenti conditi, naturalmente, con molta invidia.

_________________________________________________________

Gravedona - h 22.30; pressione 1016 mb stabile dopo una giornata con tempo variabile; temperatura 16 °C; umidità 45%.

15 agosto 2010

Ferragosto a Gravedona





Ore 20.30; pressione 1017 mb in aumento dopo una giornata di pioggia; temperatura 16.5 °C; umidità 51%.
Domani sarà una bella giornata.

Ferragosto 2010 in Pediatria

Medici e infermiere della Pediatria di Gravedona cosa'avranno da essere così contenti a ferragosto?



Sem tucc fieui de questa scalinada
che urmai cugnùsum
basèl per basèl

09 agosto 2010

Alberto Davanzo ha scritto "Compagni a quadrivio Zappata"

Un libro scritto nell’italiano smagliante e nitido di chi ha studiato. E di chi ha iniziato a studiare anche prima del ’68, prima della bufera che ha travolto scuola e società abbattendo miti stantii preconfezionati e catacombe di nozionismo.
Con questo italiano un po’ ricercato e un po’ desueto Alberto Davanzo dipinge e a volte addirittura scolpisce la Torino e l’Italia degli anni ’60 e quelli del successivo decennio.
La storia è credibile, è plausibile e, in fondo, sicuramente credo, un po’ autobiografica.
Sono anni che ho attraversato a mia volta, spesso condividendo, spesso criticando nuovi miti e idee, senza perdere di vista le mie radici.
Il viaggio nell’Italia di quegli anni, i luoghi e le atmosfere sono quelli in cui ho studiato e attraversato l’università, i suoi riti, i suoi ideali poi in parte traditi.
I miei viaggi interminabili in treno mi portavano a fare conoscenza con occasionali compagni, a volte anche compagne di viaggio.
I compagni, quelli che seguivano ideali che garrivano come bandiere, quelli che sono partiti per la Romania o per la lotta armata, li ho sempre e solo considerati compagni di viaggio e non mi è accaduto di rincontrarli al quadrivio di Rogoredo, dove spesso il mio treno si arenava prima di entrare a Milano Centrale.
E poi non sono mai stato un “compagno”; sono sempre stato allergico a dogmi e liturgìe che sventolassero bandiere di ogni colore.
Quello che non ho trovato nel libro, e forse non dovevo cercare, è stato il bilancio critico quest’epoca che ha abbattuto dei miti ma che non li ha più, o forse non ancora, sostituiti.
Gli anni sessanta, o meglio, i miei sessant’anni, sono occasione di bilanci, e non li trovo molto positivi.
Non parlo del mio bilancio personale, che sino ad oggi e per me è attivo, anzi ho raggiunto una posizione che non merito senza aiuti esterni, credendo solo ciecamente nei miei modesti ideali.
Ma il bilancio della nostra generazione, questo no, non è attivo.
Cosa è rimasto delle vostre e nostre lotte? Questo mondo che rifiuta i flussi migratori, che teme i diversi e si fa beffe del senso di cittadinanza, è quello che volevamo?
E avrei altre riflessioni amare.

04 agosto 2010

Francesco Guccini

Una delle mie pazienti più simpatiche, la piccola Maddy, mi ha regalato l’ultimo libro di Guccini.
Certamente l’ha scelto la sua mamma, che con questa scelta ha dimostrato una rara sensibilità e, sapendo che ogni tanto legge queste righe, la ringrazio con il cuore.
Francesco Guccini è un amico che ho visto anche da vicino e che periodicamente ritorna a consolarmi della solitudine.
Il 14 giugno, data dolorosamente infausta per me, Francesco ha compiuto settant’anni. Avrei voluto scrivere qualcosa, ma di luoghi comuni si sono riempiti i blog quel giorno.
germano010e
Forse non sempre l’ho seguito e avevo perso qualche sua canzone, così come ho perso qualche suo libro, ma non sempre sono stato solo, oppure non sempre ho sofferto della solitudine ovvero non sempre mi sono sentito solo.
Rivedendo, forse ristudiando tutto quello che Francesco ha scritto e cantato, comincio a capire che la solitudine è la nostra vera compagna di viaggio.
A volte un amore, una “storia normale” ci allontana per un po’ dalla solitudine, ma la domanda sorge spontanea: quante volte ci si può innamorare?
E forse è vero che quasi sempre “il peccato fu creder speciale una storia normale” come risuona in uno dei suoi capolavori: Farewell.
E alla fine io credo che Farewell fosse il nome di una donna, o forse lo sia veramente, o lo sia stato.
Ma alla fine della strada ripenso a Paolo Coelho che arriva a scrivere «Tutto l'universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni.»
E forse è bene prendere la decisione di stare bene solo con i propri sogni; non costa molto, ma ci vogliono tanti anni per capirlo.

03 agosto 2010

E-Book

Per il mio compleanno ultimo, l’ultimo prima degli “anta” che consacrano definitivamente alla terza età, Valentina e Veronica, con i rispettivi “ziti” mi hanno regalato il lettore di e-book.
Lo so, per gente della mia generazione e anche per qualcuna seguente, il fruscìo delle pagine di un libro nuovo sfogliato in libreria sarà ancora per qualche anno insostituibile.
E anche lo sfogliare le pagine lisciate dall’uso di un libro di una biblioteca è un’emozione irripetibile.
Ma non gridiamo troppo allo scandalo degli e-book, in fondo i quotidiani del secolo scorso sono già quasi tutti microfilmati in quasi tutte le biblioteche.
E allora tanto vale iniziare a leggere sul lettore e-book. Dopo qualche momento di disagio l’avventura è divertente.
L’idea di disporre di qualche centinaio di libri in un unico aggeggio vagamente imparentato con un videogioco diventa entusiasmante.
E non facciamo nulla di nuovo di quello che abbiamo fatto con la musica quasi senza accorgercene; chi gira con qualche decina di ore di musica con il lettore MP3 nel taschino non è mai stato sentito rimpiangere un giradischi a 33 giri.
Per ora il guaio è che i pochi e-book facilmente recuperabili in italiano sono per lo più opere classiche, e fra queste la più parte piuttosto pallose.
Ma non disperiamo, Internet Book Shop ha già aperto una sezione dedicata all’e-book e su Book RepublicStore ci sono già dei titoli interessanti.
Fra le case editrici italiana "Il Maestrale" ha già disponibili buona parte dei libri di Salvatore Niffoi in formato digitale.
Amazon, negli USA, sostiene di vendere più libri su supporto digitale che non cartaceo.
La televisione e la ghigliottina impediscono alla gente di pensare con la propria testa. L’e-book no.

27 luglio 2010

La Barrocciaia a Livorno

Dal porto al mercato, due luoghi dove guardare la vita che fluisce a Livorno.
Dopo che il pilota è salito all’imbocco del porto la nave rallenta e manovra maestosa fra le banchine e i moli. Non ci sono navi da crociera ma solo gru e mucchi di pietrisco e sale sui moli. Carri merce neri di grasso sotto e grigi di polvere e salsedine sopra dormono sulla banchina.
Bob Dylan rauco canta nelle cuffie in un’incisione rara con Paul Simon rubata su Emule.
Scendo indolenzito e accaldato dal traghetto che mi riporta dalla Corsica.
Prima di affrontare l’autostrada è tradizione tentare la piazza del mercato.
Il mercato è lo specchio di una città, di un paese, di una comunità; il suo termometro. Trascinandomi nell’afa fra una bancarella e un’altra dove risuonano sempre più rare le grida in toscano raggiungo “La barrocciaia”.
Cosa sia è difficile dire: un po’ trattoria, un po’ osteria, un po’ ritrovo, un po’ antro. Qui si mangiano i panini più buoni d’Italia ma non chiamiamola paninoteca, per carità e per rispetto.
Forse qui si può gavazzare e bere sino a tarda notte e se Francesco Guccini fosse stato toscano lo si sarebbe potuto trovare qui.
Dove trovare un posto dove mangiare un panino di 35 centimetri con roast beef, verdure crude, salsa verde e un bicchiere di Chianti vero a 7 euro?
Ma il valore aggiunto è sedersi fuori, su due o tre tavolacci unti guarniti di sedie impagliate rigorosamente targate Ikea. I tavoli de “La barocciaia” sono rispettati dai marocchini che tentano un approccio solo con me, tradito dalla vecchia reflex Nikon, simbolo e vanto di viandante curioso e intemperante, e infatti negligentemente appoggiata sulla sedia accanto.
Insomma se volete mangiare pesce a Livorno ci sono dei gran bei posti, più o meno rispettabili, ma se ci piace prendere il polso alla città, al mondo, all’Italia che ci circonda, a quella che scompare guardando nello stesso tempo negli occhi all’Italia che sarà, non c’è osservatorio migliore di questo angolo di mercato e di mondo.

I voti: qualità 10, servizio 9, vini 9; la media è 9+, scusate se è poco.

21 luglio 2010

Elogio della gratitudine

Come ieri sera sono un po’ depresso e rischio di scrivere ancora più sciocchezze e banalità di sempre.
La mia depressione: forse non è il caso di scomodare una parola così grossa, forse è solo delusione frammista a malumore, per capire tutto questo dovrei raccontare le mie disavventure degli ultimi dieci anni, ma mi ci vorrebbe ancora un po’ di coraggio e di sincerità.
Poi alla fine non ci sono soluzioni e quindi rimandiamo a tempi migliori.
Motivi di depressione vera ce ne sarebbero.
Nonostante quello che si pensa non capita spesso ad un medico di salvare veramente una vita.
A me è successo di recente e in segno di gratitudine mi sono preso una denuncia per negligenza.
Forse è giunto il momento di gettare il camice alle ortiche e partire per la Corsica.

14 luglio 2010

Pediatria, dalle 8.30 alle 15.30

Vorrei dire un giorno qualunque invece era ieri.
Verso le 8.30 arriva un bimbo di otto anni, preveniente dal Pronto Soccorso, che avrebbe avuto un’otite esterna circa dieci giorni prima e ora la mamma vorrebbe una visita di controllo.
Non mi sembra ci sia molto pronto soccorso né qualche urgenza, ma non sottilizziamo, dice la giovane Maddalena, astro nascente della nostra Pediatria, e comincia a visitarlo.
Ma no, dice la mamma, io voglio una visita ORL! Oddìo l’ORL è una specialità chirurgica e questa mattina, guarda caso, i medici sono in sala operatoria e allora come facciamo?
Un’infermiera del PS suggerisce di tornare dopo le 16, ma come si fa? chiede la mamma - io voglio una visita di controllo prima, poco importa che a Milano ci vogliono tre mesi e a Como un mese e a Sondrio un mese e a Lecco due mesi, io la voglio oggi! E anche gratis e attraverso il Pronto Soccorso, che noi paghiamo le tasse.
Maddalena è piena di entusiasmo e umilmente si offre di vedere se la visita si potrà fare prima delle 16 e prende i numeri di telefono.
Purtroppo i medici ORL non hanno tempo, insomma è luglio, la sala operatoria è piena, vedremo dopo le sedici e comunque fino alle 17 noi ci siamo.
Ma la mamma non demorde e inizia a chiamare Maddalena a ripetizione; Maddy alle 15 non ce la fa più e mi coinvolge.
In effetti io ho da fare un po’ di ecografie, ci sono almeno due pazienti veramente gravi, devo telefonare al chirurgo pediatrico, devo firmare una pila di cartelle per la Direzione Sanitaria, inveire per l’aria condizionata che non c’è e dove c’è non funziona, e poi è caldo, e poi il telefono squilla in continuazione e domani ci sarà la visita per l’accreditamento di qualità, e due medici partiranno per le ferie la settimana ventura e una pediatra è in gravidanza e io non posso fare ferie, e la mia bicicletta è rimasta a Morbegno, e fa caldo, fa caldo e poi fa caldo.
Vabbè, mettiamoci una pezza: provo a chiamare io la mamma e spiegare che non può pretendere una visita di controllo in giornata e soprattutto una visita ORL, che noi siamo la Pediatria.
Mal me ne incoglie.
La mamma si adira e inizia ad inveire e poi è ridicolo che non si possa avere una visita ORL in giornata e come posso io non rassicurarla che la visita l’avrà per davvero alle 16 e lei come può fare?
In tutta sincerità mi verrebbe da mandarla a dar via il culo, ma non è possibile, io sono solo un pediatra, non sono né uno psicologo né un consulente famigliare, ma sopratutto non sono un medico ORL.
Faccio già molto fatica a mandare avanti il mio reparto, figuriamoci se penso anche lontanamente a rompere le palle ai colleghi ORL.
Mi faccio forza, rispondo gentilmente e pazientemente alla signora, passatemi la minuscola, e le propongo di parlare con i colleghi dell’ORL per perorare la sua causa di una visita di controllo in giornata per un bambino sano che dieci giorni prima ha avuto un’otite esterna ed è pure guarito e ora sta anche bene.
Sotto sotto spero che accetti, anche perché sono sicuro di come risponderanno in ORL, invece no! Dopo l’ennesimo fiero rifiuto la signora finalmente mette giù il telefono indignata.
Cerco di non incazzarmi, senza molto successo, ma poi penso che questa signora forse ha ancora un marito se non è scappato e che quindi c’è sempre qualcuno che sta peggio di me!

06 luglio 2010

Cap Corse

Esistono dei posti che sono un po’ sempre esistiti nei nostri sogni. Non necessariamente sono dei bei sogni. Spesso sono immagini che ci costruiamo inconsciamente mettendo insieme con pazienza fantasie di letture giovanili, luoghi della memoria ingigantiti dal ricordo, frammenti di viaggi compiuti in momenti particolari della nostra vita.
Queste immagini lievitano nella nostra fantasia fino a raggiungere un limbo sospeso fra il deja vu e il ricordo e iniziano a seguirci nei nostri viaggi reali costringendoci a confronti continui e impossibili.
Fra questi luoghi immaginari si è insinuato da tempo il paesaggio del Cap Corse, il “dito” che dalla Corsica si protende a nord verso quella Liguria sospesa per i Corsi fa amore e odio.
Sono arrivato per la prima volta a Macinaggio nel ’90. Mio padre era mancato da pochi mesi. Mia madre passava il tempo cercando disperatamente in me quello che aveva perso e che non sarei mai stato.
Io mi dibattevo nella solitudine di chi percepisce un matrimonio finito e si aggrappa disperatamente ai suoi brandelli sospeso fra la pigrizia, la disperazione e la rassegnazione.
Non amavo ancora il mare, o almeno non me lo ero ancora confessato. La cosa più difficile non è confessarsi la verità ma accettarla e assolversi liberandoci da tutti i condizionamenti patiti.
Ora so che in quel momento è iniziato il mio amore cieco per il Cap Corse, per i suoi traghetti che scorrono silenziosi scendendo dal faro della Giraglia fino a Bastia.
Incrociano sornioni poco lontano dalla costa nella foschia oppure lottano con il mare scosso dal maestrale mentre il rumore delle macchine arriva a tratti sovrastando quello del vento.
Non so se riuscirò a comprare casa in Cap Corse, ma quello sarebbe un buon posto per tornare a vivere.

12 giugno 2010

Ristorante "Il mare" a Rio Marina

Da due anni capito all’Elba in questo periodo e ormai più d’una volta sono venuto a mangiare da Laila.
Io la chiamo signora Laila, ma so che fa più effetto dire “da Laila” a Rio Marina.
Laila è sempre premurosa e mai sbrigativa, neppure al sabato sera, se si ha avuto il buon senso di prenotare.
Laila ha sempre il ristorante pieno e il valore aggiunto è che non si tratta solo di villeggianti, ma anche di gente del posto.
In effetti la prima volta ci ero arrivato su indicazione di un farmacista stagionale che faceva la stagione estiva proprio a Rio Marina.
Il locale si apre sul porto e sul traghetto che instancabile fa la spola da Piombino. L’arredamento è casual ma si mangia quasi sempre fuori.
La carta del menu è accattivante, ma io suggerisco di consultare sempre la lavagna del menu del giorno, di fianco alla porta d’ingresso.
Qualche esempio: maltagliati con polpo e fagioli, spaghetti neri con ricci di mare, gallinella all’acqua pazza, stoccafisso con olive e patate.
Non mancano dei piatti più fantasiosi come i ravioli di mare con purea di melanzane o gli gnocchi con l’astice.
Per i più tradizionalisti, o per chi è scarso di fantasia, ci sono comunque sempre risotto alla marinara, spaghetti ai frutti di mare oppure frittura mista (croccante, leggera e morbida).
Personalmente ho lasciato il cuore sui maltagliati con polpo e fagioli, ma capisco che avendo l’età giusta si potesse lasciare il cuore anche per la signora Laila.
I prezzi sono onestissimi, l’unico appunto è sulla scelta dei vini, un po’ limitata.


I voti: qualità 10, servizio 10, vini 7; la media sta comunque sul 9.

09 giugno 2010

Fuentes

Quando si sbuca dall’ultima galleria della nuova statale 36 l’attenzione dell’automobilista è attratta dalle montagne che fanno corona all’ingresso della Valchiavenna e al centro commerciale che apre l’imbocco della Valtellina.
Il centro commerciale è Fuentes. Una collega siciliana credeva che questo fosse il nome di una catena di supermercati.
Per conoscere questo nome spagnolo bisogna tornare a metà del secolo scorso e partire dalla stazione ferroviaria di Colico.
Nessuna nostalgia. I ragazzi che arrivano a Colico, o che sfrecciano sulla piana di Fuentes diretti alle stazioni sciistiche non sanno nulla dei prati che coprivano la campagna.
Sono nati dopo i primi insediamenti industriali e sono abituati alla pila dei containers di fianco e sul retro dei capannoni industriali prefabbricati che segnano il confine fra le tre provincie di Como Sondrio e Lecco.
Chi esce a piedi dalla stazione ferroviaria di Colico può imboccare la vecchia statale dello Spluga e avviarsi a piedi verso nord.
Poco dopo si trova una strada a sinistra che passa sotto la ferrovia e le indicazioni sono suggestive: Forte Montecchio, Forte di Fuentes e sentiero dei forti.
La segnaletica è appena stata rifatta dalla sezione di Colico del Club Alpino Italiano.
Mi incammino con il buon passo che consente l’ora del mattino che precede il sorgere del sole.
La strada asfaltata sale la collinetta del Montecchio per finire al cancello del forte omonimo, costruito durante la grande guerra; le sue torrette conservano ancora intatti i cannoni che fortunatamente non hanno mai sparato un colpo.
Cavalli di frisia e cartelli imperiosi segnalano il “limite invalicabile” della zona militare; passo oltre un po’ infastidito da questi retaggi burbanzosi di un esercito che fortunatamente è stato riformato.
La strada diviene sterrata e scende dolcemente dal Montecchio.
A sinistra si apre qualche scorcio sul lago, sull’ultimo tratto dell’Adda e su qualche agriturismo travestito da azienda agricola manageriale.
A destra la prospettiva dei campi di allontana verso la ferrovia e il vecchio tracciato della statale 36 segnati da file di capannoni.
Fra il Montecchio e li Monteggiolo, la piccola collina che si alza poco più a settentrione, c’è qualche vera azienda agricola e le acque quasi limpide di un canale scolmatore scorrono lente verso il lago.
Arriviamo al Monteggiolo, ai cui piedi c’è un’omonima contrada. Le case sono state ristrutturate ad uso di milanesi e tedeschi in vacanza e un cartello mi segnala che la salita porterà al forte di Fuentes.
Allora è il Monteggiolo la collina di Fuentes!
Nel 1603 il forte è stato voluto dal conte di Fuentes, governatore della zona nell’epoca di dominio tedesco di manzoniana memoria.
Non stiamo a raccontare la storia dello sfortunato forte di Fuentes, costruito per difendere il Ducato di Milano… dagli Svizzeri.
Sembra comunque che anche qui non ci siano mai state grandi operazioni militari e si sia trattato di un “buen retiro” per raccomandati, imboscati e sfaccendati che ci sono sempre stati in tutti gli eserciti.
Salendo lo sterrato che porta alle rovine del forte il panorama si amplia a destra sull’alto Lario e a destra sulla zona industriale che si stende con i suoi capannoni, stabilimenti, pile di containers fra Colico e Piantedo, alle porte della Valtellina.
Salendo vediamo il retro dei capannoni con il loro rugginoso retaggio di carrozzerie, macchinari e rottami che iniziano a soccombere alla vegetazione pioniera.
Scendo dal forte, attraverso la ferrovia e riprendo il vecchio tracciato della statale 36.
Dei fasti di un tempo sono rimasti vecchi e bassi capannoni che ospitano attività di frontiera: uno sfasciacarrozze fa da pendant a una carrozzeria.
L’ex caserma della Polizia Stradale pare è alloggio per extracomunitari e ospita nel retro un magazzino di materiali edilizi.
Lo spazio asfaltato, sproporzionato, appare ancora più desolato dall’assenza di traffico.
Là dov’era il trivio di Fuentes le strade ancora si dividono e un passaggio a livello, uno degli ultimi rimasti, attraversa ancora la ferrovia che sale a Sondrio.
Un bar, gloriosamente chiamato Bar Fuentes, ha il tetto a uno spiovente e la facciata che si arrotonda al lato settentrionale ispirata forse all’architettura razionalista, forse ai primi caselli autostradali degli anni ’50 del secolo scorso.
Qualche auto parcheggiata all’esterno documenta ancora un’attività.
L’altro locale, separato dal questo dal ponte di raccordo su cui sfreccia il traffico per la Valchiavenna, appare inesorabilmente in disarmo ad onta dell’insegna luminosa che campeggia sul tetto.
Prosegue e mi incammino per l’ultimo tratto della veccia “36” costeggiano terreni incolti che sempre accompagnano quella terra di nessuno che si stende in mezzo ai raccordi autostradali.
I cantieri di questo raccordo sono stati aperti più di quarant’anni fa e non sono ancora chiusi.
Qualche vecchio macchinario stradale è stato abbandonato al suo destino ingrato e si sta ricoprendo inesorabilmente di morchia e ruggine, anche se quest’ultima non ha dubbi su chi vincerà la battaglia finale.
Qualche centinaio di metri ancora e siamo sulla nuova statale.
A sinistra è un piccolo centro commerciale, uno dei primi sorti a segnare la porta della Valtellina. Davanti ora c’è un bar-ristorante-edicola-tabaccheria, sosta quasi obbligata per i pullmann granturismo che scendono e salgono nelle valli ma anche comodo punto di incontro per chi scende in città di primo mattino da Valtellina e Valchiavenna.
Pochi i camionisti, che avranno altri punti di sosta, come vedremo.
Attraverso le corsie della statale e mi incammino su una strada che la fiancheggia.
I grande centro commerciale di Fuentes, quello che a tutti gli effetti si è impadronito del toponimo, giganteggia oltre le barriere.
La strada che fiancheggia la statale fiancheggia anche molte attività commerciali e industriali fra cui un importante cantiere nautico a ricordare che il lago non è ancora molto distante.
Qualche centinaio di metri e arriviamo alla curva della “Veronesa”.
La mitica curva della statale “38” è ormai a qualche decina di metri dal tracciato rettificato.
Sulla curva di apre un caffè di storica memoria, con cui il tempo e le gestioni sono stati impietosi.
Il nome indica l’origine della mitica moglie di un padrone quando l’osteria era tappa quasi obbligata per chi saliva in Valtellina.
Vino, tabacco, petrolio e carburo per le lampade ad acetilene impregnavano del loro fortore questo locale.
Ora si ferma qualche motociclista e qualche sfaccendato di Piantedo o qualche extra-comunitario illuso entrano a tentare la sorte nella ricevitoria del superenalotto.
Da qui parte il lungo rettilineo della statale dello Stelvio che porta a Delebio.
Questa è la vera porta della Valtellina, almeno fino a quando il nuovo tracciato della statale non la relegherà a un destino incerto.