20 febbraio 2012

Casa Lucas a Madrid



Sanguinaccio con pomodoro e vaniglia
Dopo un paio di sonore fregature, legate alla fretta e all'accidia serale, finalmente mi sono deciso a seguire le indicazioni di TripAdvisor.
Casa Lucas sta in Calle Cava Baja, una traversa di Calle de Toledo.
Il locale è molto piccolo, non più di quattro tavoli con panche e sgabelli.
C'è un banco di mescita e un altro banco più piccolo, dove appoggiarsi se si ha troppa fretta.
La birra è alla spina e ci sono ogni giorno almeno cinque vini pregiati serviti anche al calice

I piatti non sono molti e sono scritti su una lavagna, anche se c'è una specia di carta con la traduzione in francese, tedesco, italiano e, naturalmente, inglese.
I nomi sono abbastanza di fantasia e di deve chiedere.
Antipasti e tapas sono numerosi e molto appetitosi, fra i piatti ce ne sono almeno due imperdibili: il sanguinaccio con purea di pomdoro e vaniglia nochè la tagliata di tonno con cipollotti e purea di mele.
Al banco un oste ospitale mesce birra, versa calici di vino e intrattiene gli ospiti in attesa che si liberi il posto a sedere.
Tutto quello che non è scritto o non si vede non c'è, quindi inutile chiedere caffè, dolci o sangrìa.
Il locale però è di quelli sinceri, frequentato da Madrileni e il prezzo è sempre più che giusto.

19 febbraio 2012

Memorie di Madrid

Madrid - le torri di Chamartin
Sembrano passati mesi invece sono tornato da Madrid da tre giorni.
Rimango ancora sconvolto da questa metropoli moderna, pulita e sostanzialmente razionale che mi ha sorpreso.
Sapevo che gli Spagnoli ci stanno sorpassando e non sarebbe una sorpresa dopo che per vent'anni abbiamo consegnato la livrea di premier a un guitto d'avanspettacolo. 
Ma veramente Madrid è una città moderna, tesa a rendersi vieppiù vivibile e a produrre occasioni di cultura.
Il rientro a Milano con i suoi commoventi tramway, i suoi marciapiedi patetici, i suoi luridi convogli di pendolari, è stato traumatico e desolante.
E poi qui siamo a disputare sulla mise di un'immigrata di lusso per decidere se portasse o meno le mutande alla sua comparsata al festival di Sanremo, neanche sotto fosse diversa dal volgo (cioè che ce l'avesse di taglio orizzontale? Mah... sembra poco probabile e comunque dicono non sia difficile verificare, millantando credito bancario adeguato).
In compenso qui c'è gente, come un mio “contatto” su Facebook, che vomita odio e fiele, o bile, su tutto e su tutti: sulla destra, sulla sinistra, sul Pdl e sul Pd, sull'Idv e sulla Lega, sui Radicali e su Monti, sull'America e su Israele. Finora ne sono stati esclusi sono Monarchici e Siriani.
E intanto in Spagna si lavora, si fatica, e si costruisce una metropoli europea che non sfigura più vicino a Parigi né a Londra né a Stoccarda né a Strasburgo.
Forse il nostro destino è quello che sognava il vecchio PCI: un'Italia lontana da tutto e da tutti, da oriente e da occidente, da nord e da sud.
Finita la tirata politicheggiante anche Madrid ha i suoi lati oscuri.
I Madrileni mangiano a tutte le ore del giorno e della notte; questa è la patria della “movida”. Basta entrare in un bar e ordinare una birra per essere serviti anche di un piattino con qualche bocconcino dolce o salato, secondo l'estro e l'ora.
Trovare un ristorante dove non essere spennato come un Milanese in Valtellina diventa un po' più difficile.
A noi è andata bene al terzo tentativo, complice fortunatamente la classifica di TripAdvisor (http://www.tripadvisor.it/) che ci ha indirizzato a Casa Lucas, in una traversa della Calle de Toledo.

14 febbraio 2012

Madrid, ritorno al futuro


L’ultimo mio viaggio in Spagna era stato più o meno 25 anni or sono; c’erano i miei figli piccoli.
Ricordavo una Spagna in formato un po’ ridotto, che guardava gli Italiani dal basso di un’economia minore, con le automobili ricopiate alla Fiat prima e alla Volkswagen poi.
Nulla di tutto questo.
Mi manca uno sguardo alla provincia, ma Madrid è una città del 21° secolo senza problemi di sorta.
Un grande aeroporto, servizi pubblici veloci, puliti, puntuali.
Un buon ordine pubblico; taxi disponibili e a prezzo giusto.
Buona distribuzione o redistribuzioni degli spazi.
Roma e Milano sono distanti almeno un decennio.
La gestione levantina del wi-fi è l’unica sorpresa spiacevole, ma solo per il popolo, negli hotel siamo allineati al resto d’Europa e agli USA.
Dopo Istanbul un'altra umiliazione per la grande Italia che continua a dormire sugli allori del miracolo economico di sessant’anni  fa.
Chissà che il nuovo governo ci riporti veramente in Europa.

12 febbraio 2012

Un caso di malasanità… forse


Due giorni fa è successo un episodio antipatico.
Nel nostro reparto è stato sbagliato il dosaggio di un farmaco per bocca, per due somministrazioni consecutive.
Il peccato è fortunatamente veniale; in pediatria in genere si usano farmaci maneggevoli per uso orale, a prova di errore di mamma distratta.
L’episodio rimane antipatico, anche perché alla base c’è stata la negligenza nell’uso di un programma computerizzato di controllo, una mia creatura fra l’altro, che calcola il dosaggio delle medicine più usate sulla base del peso del paziente, ed esprime il dosaggio stesso in milligrammi e in millilitri da somministrare.
Ma allora perché questo post? Perché questa esternazione?
Alcuni anni or sono, alla Scuola per Dirigenti d’Azienda dell’Università Bocconi avevo seguito e poi anche contribuito a realizzare alcuni corsi di formazione.
Il primo corso, che mi aveva entusiasmato, era quello sulla comunicazione all’interno del reparto.
E avevo imparato a comunicare sempre, in modo chiaro, senza nascondere nulla, soprattutto le cose scomode.
E’ sempre molto facile raccontare ai pazienti quello che vorrebbero sentirsi raccontare.
Ci sono pediatri, che per lo più esercitano la libera professione, che a pagamento raccontano tutto e danno spesso ragione a ogni genitore.
Vuole svezzare il bambino a due mesi: certo è giusto!
Vuole mangiare la nutella a quattro mesi: gliela faccia provare!
Vuole mettere i sandali d’inverno: fa bene!
Tanto poi c’è il Pronto Soccorso…
Il secondo corso, il più importante, verteva sulla costruzione degli incentivi.
E mi aveva colpito una proposta: per cominciare a costruire un sistema di incentivi si deve iniziare a premiare chi sa individuare i propri errori.
Individuare gli errori è il metodo più breve e semplice per non commetterne in seguito e quindi per migliorare la qualità delle cure.
Quindi c’è stato un errore nel nostro reparto, è vero, ma per prima cosa l’abbiamo individuato e riconosciuto e, in secondo luogo, ho capito che un programma di controllo deve essere a volte imposto.
Se in ogni ospedale cercassimo di individuare gli errori e di non nasconderli né minimizzarli migliorerebbe l’immagine e avremmo meno “malasanità”.  
Il post ovviamente è dedicato alla piccola Luciana e alla sua mamma.

09 febbraio 2012

8 febbraio 1985


Pediatria dell’Ospedale di Morbegno (Sondrio). Di piano ospedaliero regionale non si parla; di organizzazione provinciale neppure.
Morbegno, Chiavenna, Sondrio e Tirano; ognuno ha la sua piccola Pediatria; a Sondalo ne hanno una fattispecie.
I bambini vengono ricoverati e rimangono per giorni e giorni ad occupare i letti per giustificare l’esistenza di reparti autoreferenziali, dove si cerca di curare un po’ di tutto.
Le sezioni di Patologia Neonatale sono poche e spesso sempre piene.
Ma nonostante tutto a Morbegno decidono di partorire due gemellini alla ventottesima settimana di gravidanza.
Messi insieme non raggiungono due chili e mezzo! Almeno uno appare condannato. Sicuramente insorgeranno complicanze polmonari: di respiratore per neonati a Morbegno ce n’è uno solo e che lo sappia far funzionale non c’è nessuno.
Di guardia c’è un giovane pediatra.
Per la verità non è proprio giovane, anzi, di esperienza ne ha già un po’. Non si è fatto le ossa a Morbegno, ha preferito prima Verona, poi Genova e infine Lecco.
E’ un po’ frustrato. E’ tornato a Morbegno, dove ha una casa, sperando che la sua esperienza potesse servire.
Ma i tempi non sono ancora maturi in Valtellina. Si preferisce proseguire per la strada tracciata negli anni nascondendo dietro “l’esperienza” la chiusura verso l’innovazione e l’aggiornamento.
Ma i due gemellini decidono di nascere mentre di guardia c’è questo “giovane” pediatra.
E prende una decisione avventata: decide di trasferirli in un centro di Patologia Neonatale.
Dopo alcuni tentativi trova il posto al S. Matteo di Pavia.
Concetta, Valentina, Roberta e Chiara, il futuro!
Fra il dire e il fare, come di questi tempi, ci si mette una nevicata.
Mentre si prepara l’ambulanza il nostro chiede ai Carabinieri una servizio di scorta sino a Pavia. Non c’è ancora la superstrada, mancano due anni alla sua apertura e c’è da affrontare prima la litoranea orientale, poi la vecchia statale da Lecco a Milano.
E così una gazzella dei Carabinieri si presenta davanti al vecchio Pronto Soccorso di Morbegno con i lampeggianti accesi.
In una frastuono di sirene laceranti si avviano verso Pavia, verso una Patologia Neonatale, verso una promessa di vita da mantenere.
Il seguito sarà molto più prosaico.
Pochi mesi dopo il “giovane” pediatra verrà accusato dal suo primario di non aver risposto a una chiamata di reperibilità.
Chi  lo conosce sa che non è possibile, che non può essere vero, e infatti nessuno ci ha creduto.
Ma i tempi sono quelli e il nostro viene allontanato dall’ospedale e mandato a lavorare nei consultori e nella medicina scolastica.
Ora non è più, purtroppo, un giovane pediatra, ma è contento della strada che ha percorso e che rifarebbe passo per passo; i giovani medici che ci lavorano assieme sanno di essere  una ricchezza, una risorsa e una promessa di vita.
E ha capito una grande verità: nessuno è profeta in patria.
E’ più semplice esserlo all’Università di Milano o all’Ospedale di Catania; e qualche volta è anche più piacevole.

08 febbraio 2012

AZ 1718 Catania – Milano, il ritorno

6 febbraio – Fontanarossa è deserto. Sono tutti là, e aspettano che il fercolo di S. Agata attacchi in corsa l'acchianata di Sangiuliano.
Così ho passato i varchi in un battibaleno, scambiando amenità con le doganiere che si chiedono quanto sia strano il mio computer; e infatti è un ecografo.
E' quasi l'ultimo volo per Milano, ma non proprio l'ultimo perchè quello di Malpensa è in ritardo di un paio d'ore e non è ancora sceso planando a sud sopra Bronte e Paternò.
Il mio invece è miracolosamente in orario e nonostante i bollettini meteo simili a dispacci di guerra sonnecchia ronzando.
Mi sono riservato un finestrino in seconda fila.
Quando arrivo la prima fila è occupata totalmente da un portaborse che si prostra al telefono con un “dottore” dimenandosi in ogni direzione.
Spero con tutto il cuore che qualcuno gli faccia spegnere lo smartphone, ma non c'è niente da fare e la sviolinata prosegue dolciastra fino alla chiusura delle porte.
In prima fila arriva una giovane signora che lo fa sloggiare.
Quando vengono armati gli scivoli si rassegna e spegne l'attrezzo, poi si siede vicino a me.
Tenta un ultima telefonata alla moglie chiedendo di salutare i bambini, ma il piacere gli viene negato; si vede anche la signora detesta i portaborse.
Il sibilo rabbioso dei turbofan ci accompagna in alto nel cielo di Sicilia; l’Airbus vira verso nord sopra il castello di Calatabiano.
Il mio vicino apre la borsa e ne estrae in rapida successione un Ipad, un netbook Acer e un tablet Galaxy e poi li accende tutti insieme.
Inizia una consultazione frenetica di appunti cartacei, che poi straccia minuziosamente.
Io mi addormento dopo qualche pagina, sorridendo.
Mi sveglio che stiamo scendendo sulla pianura padana lucente e innevata sotto la luna.
Mentre sfioriamo l’abbazia di Chiaravalle scendono i carrelli, escono i flaps e il nostro febbrilmente spegne i suoi parafernali e li ripone in una capiente borsa porta-computer firmata.
Forse è la borsa del suo “dottore”, che gliel’ha lasciata per qualche ora; forse anche il Rolex d’acciaio è in prestito.
Scendiamo nella notte milanese; io mi avvio al nastro per recuperare le sonde dell’ecografo spedite in stiva, lui si tuffa nello smartphone con la voluttà di chi rivede un kebab dopo un tramonto  di ramadam.

06 febbraio 2012

AZ 1723 Milano - Catania

L'Etna mi ricompensa
3 febbraio – Primo volo del mattino da Linate per Catania. Fa parecchio freddo; nevischia ma le strade, almeno quelle fuori Milano, sono pulite; a scanso di equivoci sono partito una mezzoraccia prima.
Mi sono riservato un posto finestrino in quarta fila.
Al mio fianco lui e lei. Non sono una coppia. Lei Repubblica e lui Gazzetta dello Sport; entrambi in seconda fila Corriere della Sera.
Si alzano per farmi passare senza interrompere il chiacchiericcio.
Da mezze frasi e qualche sbirciata al fascicolo di lei intendo che sono due sindacalisti; e che ci fanno a Catania con questo freddo due sindacalisti? Parlano di ospedali, di comparto, di controllo di qualità, sempre criticando, sempre  lamentando, sempre con approssimazione, aggiungo io, a tratti contraddicendosi reciprocamente.
Si interrompono un po’ al decollo, poi riprendono.
Lui tenta la lettura, lei imperversa, maligna, esclamando “cazzo” con una frequenza sostanzialmente accettabile per la fascia socio-culturale cui appartiene.
Cerco di leggere ma è impossibile; cerco di dormire, ma gli scoppi d’indignazione della sindacalista mi fanno sobbalzare.
Lui finge di leggere o tenta di leggere, ma appena si distrae viene richiamato all’ordine.
Sopra le Eolie mi rassegno e mi dedico al panorama dal finestrino; l’Etna mi ricompensa.
Sogno l’ecografo che al massimo sibila leggermente e i bambini che al massimo piangono.

02 febbraio 2012

Il dovere e nulla di più

Come di recente a Livorno, un uomo che fa il proprio dovere fa notizia.
Un po' come trovare un treno pulito, un impiegato allo sportello gentile, un automobilista che si ferma davanti alle strisce pedonali, uno sconoscuto che saluta quando porti a spasso il cane...
In fondo ho fatto una puntura lombare, il mio lavoro, e poi sono tornato a casa a terminare il mio pranzo.
La cosa bella è che c'è stato un bel gioco di squadra, ma ho impiegato almeno 5 anni a metterla insieme.

01 febbraio 2012

Breve storia di lunghi tradimenti - 2

Breve storia, anzi unica, di lunghi tradimenti