05 gennaio 2013

5 gennaio 1960



Dalla rivista "Alpes", dicembre 1999



Martedì 5 gennaio 1960, ore 5 del mattino. Il treno "341" si muove lentamente. Le vetture sussultano passando sugli scambi all’uscita dalla stazione di Sondrio. 
E’ molto freddo. Il convoglio inizia il suo viaggio verso Milano fermandosi a tutte le stazioni. 
A Sondrio sono salite poche persone; poche saliranno a Berbenno e Ardenno; qualcuna in più a Morbegno. Le carrozze sono molto vecchie, alcune hanno ancora le panche di legno e cento porte; anche il locomotore è vecchio; è uno dei primi modelli di locomotiva elettrica; costruito più di trent'anni prima.
La guerra è finita da quindici anni e l'Italia è nel pieno del miracolo economico, ma in Valtellina il miracolo non è ancora arrivato.
Le automobili sono poche. L'economia è ancora soprattutto agricola. In ogni casa si alleva qualche bestia; nei paesi più piccoli sono poche le case con l'acqua corrente e il tempo è ancora scandito dai campanacci delle mucche che vanno all'abbeverata due volte al giorno.
Le strade sono selciate. Girano ancora cavalli e muli anche se i più intraprendenti hanno applicato ruote gommate ai carri.
I programmi della radio sono solo due e le trasmissioni cominciano alle sette e mezzo del mattino. Da sei anni anche in Italia c'è la televisione. Quel martedì le trasmissioni inizieranno alle tredici e trenta con Telescuola.
Nei paesi ci si alza molto presto per mungere; il silenzio della notte è interrotto a tratti dal clangore delle conche e dei secchi delle latterie turnarie dove i casari hanno iniziato a lavorare alla stessa ora dei prestinai.
Le industrie non sono molte: la Metallurgica Martinelli a Morbegno, la Carcano a Delebio, la Snam a Talamona, la Talea a Cosio e il Cotonificio Fossati a Sondrio. Dove possono gli operai si avviano al lavoro in bicicletta; qualcuno ha già acquistato la motocicletta o lo scooter.
Il treno locale, che qui si chiama "accellerato", prosegue il suo lento viaggio verso Milano. Dopo Morbegno ad ogni stazione sale qualcuno. Gli studenti universitari sono pochi in questi anni e comunque sono tutti a casa per le vacanze natalizie.
I viaggiatori portano valige e ceste.
Sono i "corrieri". Uomini e donne, la maggior parte non sono più giovanissimi; contribuiscono al bilancio famigliare portando burro, uova e polli a Lecco e a Milano. Ognuno ha i suoi clienti affezionati: ristoranti, trattorie  e famiglie borghesi in città attendono i "corrieri" valtellinesi, che finito il loro giro tornano ai paesi alla sera con il treno.
Le vetture ferroviarie si scaldano e si riempiono di questa umanità a suo modo intraprendente e chiacchierona che appesta l'aria con il fumo delle Nazionali e delle Alfa.
Dopo Colico salgono altri viaggiatori che arrivano anche dalla Valchiavenna: ci sono impiegati e operai che vanno a Mandello, dove c'è la Moto Guzzi, altri scendono sino a Lecco, dove si stanno moltiplicando le fabbriche metallurgiche e di minuterie metalliche.
A Lecco ne salgono altri; tanti operai e impiegati che sciamano a Milano, dove i posti di lavoro nascono quasi ogni giorno.
Dopo Usmate e Carnate ormai il treno è pieno: quasi mille persone viaggiano su quel treno rumoroso. La mattina è gelida e al di là dei vetri appannati la nebbia fittissima nasconde il paesaggio della pianura brianzola che si risveglia dalla lunga notte invernale. 
Poco prima della stazione di Monza, a Villasanta, ci dei lavori in corso sulle rotaie; si sta costruendo un cavalcavia.
I treni devono rallentare e percorrere a dieci chilometri all'ora un binario provvisorio su un terrapieno, prima di entrare in stazione.
I lavori durano da mesi e quando il convoglio inizia a rallentare i pendolari che scendono a Monza ogni mattina infilano i cappotti e si accalcano verso le porte.
Questa mattina il treno non rallenta. Corre e ignora i segnali luminosi e i petardi messi sulle rotaie a segnalare il pericolo. I viaggiatori si guardano increduli. Quelli che devono scendere a Monza si affrettano verso le porte mentre il convoglio prosegue in piena velocità. Forse la nebbia fitta ha nascosto i segnali di linea; forse un colpo di sonno ha impedito ai macchinisti di sentire  gli scoppi dei petardi di segnalazione.
Il convoglio è pesante e porta alcuni minuti di ritardo ma il vecchio locomotore, ormai arrivato in pianura, riesce ancora a trainare oltre i novanta all'ora le vecchie carrozze marroni.
Sono circa le otto del mattino quando l'accellerato Sondrio - Milano piomba con fragore, a tutta velocità, sul binario provvisorio. Non può sperare di percorrerlo a quella velocità.
Con un boato agghiacciante la locomotiva esce dalle rotaie e trascina nella scarpata le prime due vetture.
La prima si schianta contro il muro di un capannone industriale; la seconda si accartoccia. Altre due si fermano in bilico sul terrapieno; altre si arrestano deragliate sulla massicciata.
La nebbia fittissima copre la scena terrificante dei vagoni squarciati e dopo un attimo di silenzio irreale iniziano le urla dei feriti imprigionati fra le lamiere.
I soccorsi sono generosi, ma difficoltosi e disorganizzati. Nella nebbia affluiscono infermieri dall'Ospedale di Monza, operai dai capannoni delle fabbriche, volontari, volonterosi e curiosi. Accorrono ambulanze grigie e autopompe amaranto dei Vigili del Fuoco, scure millecento dei Carabinieri e Alfa Romeo della Polizia verdi.
La città risuona di decine di sirene. Nei caffè di Monza, nell’odore di segatura umida e fumo, corrono notizie frammentarie; non si sa molto: chi parla di uno scontro ferroviario, chi di un quadrimotore precipitato poco dopo il decollo dall'aeroporto di Linate.
Nella tarda mattinata il sole dirada la nebbia e si presenta lo spettacolo apocalittico. 
Si contano 15 morti e 120 feriti, cinque dei quali vengono dalle nostre valli.


2 commenti:

Rara13 ha detto...

Molto triste ma molto bello, complimenti

Paolo Adamoli ha detto...

Grazie, forse un po' aulico, ma nel '99 avevo scritto così.