11 giugno 2013

Scansioni della memoria - 4



E sorridevi e sapevi sorridere,
coi tuoi vent'anni portati così,
come si porta un maglione sformato
su un paio di jeans
(Francesco Guccini - Farewell)

Teresa viveva con Giovanna e Piera, ragazze di Piacenza o Cremona, in un appartamentino in centro, proprio vicino a Piazza del Duomo che già allora di giorno era chiusa al traffico.
Non era un quartiere che si frequentava abitualmente, troppo tranquillo, con negozi che non ci interessavano oppure che erano fuori dalla portata delle nostre tasche.
A volte capitavo da quelle parti  da un grossista di materiale fotografico da cui acquistavo la pellicola in bianco e nero a metri, risparmiando un bel po’ di lire.
Chissà dove sono finiti quei negativi, certo sarebbero molto simpatici, ma non dispero; un giorno o l’altro...
Teresa piaceva a Francesco, ma non sembrava fosse molto ricambiato. A pranzo mi chiedeva consigli, ma non li seguiva.
Non che io fossi un esperto, ma ero solidamente accreditato come un giovane che aveva perso da tempo la purezza virginale dell'adolescenza.
Alla fine avevo preso la drastica decisione e una sera che sapevo Teresa sola in casa avevo sottratto a Francesco le chiavi della nostra pensione.
Speravo che questo l'avrebbe costretto a chiedere notturna ospitalità alla studentessa et voilà!
Invece le cose erano andate diversamente e lo stupido studente di ingegneria si era messo sotto le nostre finestre a chiamare aiuto con il rischio di svegliare il quartiere.
Gli avevamo gettato le chiavi di casa e una caraffa di acqua gelida poi per un po' ci si era tolti il saluto.
Qualche settimana dopo Francesco era tornato alla carica chiedendoci di organizzare una cena valtellinese per le tre studentesse.
Sapientemente rifornito dalla mia zia mi ero esibito in un’interpretazione che era stata giudicata magistrale dei pizzoccheri; purtroppo il vino di Valtellina non era il Lambrusco e a metà serata ci eravamo ritrovati la Giovanna in condizioni pietose.
Giovanna era una mora splendida; dopo averla messa a letto amorevolmente, sommariamente vestita, e dopo aver ripulito diligentemente la camera me n’ero innamorato perdutamente.
....
e una notte lasciasti portarti via,
solo la nebbia e noi due in sentinella,
la città  addormentata
non era mai stata così tanto bella.

Una sera di giugno, qualche settimana più tardi, complice un esame d’anatomia vittorioso e la disponibilità estemporanea dell’automobile di mia madre, l’avevo invitata dopo cena; ovviamente sola e da solo.
Avevo attraversato la città deserta in trance, felice come può esserlo solo un giovane vincitore.
Il voto lusinghiero in anatomia mi faceva sentire quasi medico, Leandro era stato rimandato, e l'immenso orizzonte stellato della pianura si stendeva tiepido sulla bassa parmense solo per noi.
In riva al Po avevo cercato di baciarla.
Giovanna era scivolata dolcemente dalle mie braccia; mi aveva confidato di essersi appena iscritta a Comunione e Liberazione e di non essere interessata nè a me nè a nessun uomo.
Ero tornato in città  furente, facendo stridere le gomme a ogni curva e l’avevo depositata madida e pallida davanti al suo portone.
Mai più rivista se non in sogno. Ma per molti anni.
Un anno dopo avevo incrociato Piera in mensa.
Mi aveva rimproverato un po’ sarcastica – sarebbe stato bello, ma non l’avevi capito... – e avevo realizzato che ogni lasciata è persa.

La Doblò corre lungo la Versilia. Le Apuane ferite sono le stesse viste dall’aeroplano volando a Catania. Mi consolo pensando che questo è lo stesso paesaggio che hanno abbracciato gli occhi di Michelangelo.

In fondo però continuavo a essere uno studente di medicina. Non mi sentivo medico neppure a metà e neppure quando frequentavo qualche corsìa d’ospedale d’estate, vestito di un camice di cui mi sentivo usurpatore.
Ma poi cominciai a pensare a Verona.
In quella città avevano aperti i corsi paralleli dell'Università di Padova. Sarei stato più vicino a casa, avrei visto meno nebbia, il monoblocco del Policlinico di Borgo Roma sembrava invitarmi quando ci passavo dinnanzi percorrendo quell'autostrada che si chiamava "Serenissima".
E così decisi che mi sarei laureato in Veneto.
(4 - continua)

3 commenti:

Anonimo ha detto...

e in veneto comè andata?

Paolo Adamoli ha detto...

In Veneto ho cominciato la mia lenta metamorfosi in una persona seria.

la moni ha detto...

lenta metamorfosi??? va bhe !!!