26 agosto 2012

Neil Armstrong - 1969

La scomparsa di Neil Armstrong mi ha riportato a quella notte del 1969 trascorsa in piedi, fra la biblioteca e il televisore, ad aspettare.
Nel corso dei decenni avrei trascorso altre ore ad osservare smarrito altri eventi che avrebbero cambiato il corso della storia.
Ma quella era la prima volta, ed è rimasta indimenticabile.
Quello che mi era chiaro era che il mondo sarebbe stato un altro.
E nelle ore di attesa ripensavo il mio futuro.
Mi avviavo alla fine del liceo, un periodo abbastanza frustrante della mia vita, e non sapevo né scegliere nè, ovviamente, cosa avrei scelto.
In bilico fra ingegneria, di cui non mi sentivo all'altezza ma alla quale sembravo predestinato, e fisica, che odiavo ma che mi sembrava una via di fuga onorevole, meditavo la scelta di farmacìa, che mi appariva priva di senso, ancorchè suggerita da mio padre.
Il matrimonio di mia sorella ed io - 1969
L'antologia di Spoon River non era ancora entrata fra le mie letture altrimenti non avrei avuto dubbi sulla strada che avrei effettivamente seguito e che due anni più tardi Fabrizio De Andrè avrebbe sintetizzato e che sarebbe stato il senso della mia vita: “non al denaro, non all'amore nè al cielo”.
E sarei stato medico.
Infuriava il '68 e mi guardavo attorno smarrito.
Ne condividevo gli ideali, ma non me ne sfuggiva il senso effimero e la gioia maligna della bestemmia inespressa.
Rovesciare le istituzioni, combattere le convenzioni, dare il suo vero nome al moralismo, al buonismo, al paternalismo; sbeffeggiare l'ipocrita morale cattolica: questo era il nostro imperativo categorico, condito da incertezze, sensi di colpa ed estenuanti autocritiche assemblearistiche.
Ma poi tutto quello che è stato abbattuto con cosa è stato sostituito?
La mia àncora nel mare dell'esistenza, le basi della mia modesta cultura umanistica, devo riconoscerlo, sono state messe prima della conquista della Luna.
Nel 1969 si è sposata mia sorella, che ha iniziato un viaggio diverso, che ancora continua e che le invidio.
Nel 1969 ho preso la patente di guida, che mi ha portato viaggi, ad attraversare l'America e a condurre ogni mezzo che avesse almeno tre ruote, le motociclette non avevano mistero, dal Motoguzzi Ercole a un'autoscala dei Vigili del Fuoco durante il terremoto in Friuli, che sarebbe venuto dopo 7 anni.
Cosa ne sapevi, Neil Armstrong, che ora sei nella Luce?
Ora saprai quanto ci sia servita quella notte nell'attesa attonita di quello che non sapevamo. 
(forse continua, fatemi sapere)

18 agosto 2012

Germain insegna

Germain viene dal Cameroun.
La sciura Alda, Germain e il suo papà
E' arrivato da noi per una colica renale.
Aveva un calcolo renale e ora ne ha un altro, un po' più grande, nel rene destro.
Il rene sinistro è danneggiato da una malformazione congenita.
Quando l'abbiamo visitato abbiamo scoperto anche una bella cardiopatia congenita
Germain e il suo papà sono sereni.
Germain non piange quando gli facciamo i prelievi e il suo papà non se ne lamenta.
Stanno in ospedale tranquilli, non chiedono quando andranno a casa né quando potranno tornare nel Cameroun.
A tutte le mamme che arrivano in ospedale per punture di insetto, pianto inconsolabile, coliche gassose, tosse catarrosa e puntini rossi sul culetto, suggeriamo di fare un salto in camera 8.
Germain ha qualcosa da insegnare, e sta imparando l'italiano molto in fretta.

13 agosto 2012

Sulle rive del Danubio

Metten, il monastero
Dr. Jekill – Eccoci in Germania! Ci si mancava da quasi sei mesi; tutto sommato un posto rassicurante.

Mr. Hyde – Mah... tutta questa faticata per vedere il Danubio... E' pur vero che domani rivedremo Ulrich e conosceremo una festa della birra di cui quest'anno ricorre il duecentesimo anniversario.

Dr. Jekill – Ma non è solo quello. La Germania è rassicurante.

Mr. Hyde – Se è per l'euro preferisco la Svizzera, il franco ha una tradizione più solida, oppure la provincia americana, il dollaro ha una storia altrettanto rispettabile.

Dr. Jekill – … e la gente è più simpatica degli Svizzeri.

Mr. Hyde – Gli Americani? 'cazzo dici!?

Dr. Jekill – Sì, gli Americani della provincia, non sono i marinai dell'Enterprise, sono come a Peyton Place, solo le macchine della polizia sono più colorate e fanno più strepito che negli anni '50.

Mr. Hyde – Vabbè adesso siamo sulle sponde del Danubio. Cos'è che ti piace così tanto?

Dr. Jekill – L'aria e l'acqua.

Mr. Hyde - Spiegati meglio.

Dr. Jekill – Questa mattina, quando ho aperto la finestra, verso le 5, c'era profumo di campagna e di pane che cuoce. E l'acqua del sindaco è molto buona, cosa che, ammetterai, in Italia non si può sempre affermare...

Mr. Hyde – Beh, odore di letame ce n'era anche in Valtellina, fino a qualche anno fa, e anche profumo di biscotti.
Dr. Jekill

Dr. Jekill – Sì, ma di stabilimento Galbusera ce n'è uno solo vicino a Morbegno; odore di campagna non ce n'è più nemmeno l'ombra, ci saranno in giro cinquanta vacche in due comuni, e l'acqua del rubinetto da Colico in giù fa schifo.

Mr. Hyde – Ma qui non hanno gli spaghetti e anche la gelateria italiana è un franchising, ho ben visto ieri sera, e sì che siamo in un paesino!

Dr. Jekill – Sei il solito che non sa adattarsi alla cucina del mondo; è chiaro che il gelato italiano è “anche” un franchising, come del resto il kebab da noi...

Mr. Hyde – Beh da noi ci hanno provato anche con Pastarito e Pizzarito a Milano, roba buona per Tedeschi o per Milanesi al di sotto dei diciott'anni!

Dr. Jekill – Tranvieri e trumbée non entrerebbero mai in questi posti.

Mr. Hyde – E infatti non mi sono sognato di mangiare un gelato italiano ieri sera, ma due birre veraci, uno semmel-knodel e un bel trancio di nonsochecarne, con nonsochesalsa, nonché un'insalata mista!

Dr. Jekill – Infatti questa mattina un bel mal di testa!

Mr. Hyde – Dai, scarichiamo la bici e facciamoci una pedalata sull'alzaia, a veder passare le chiatte che scendono verso Odessa.

Dr. Jekill – Questa è vita!

10 agosto 2012

Oltretutto con il (gentil) sesso ci sapeva fare!

Mr. Hyde - Ah te fortunato che fai il pediatra! Tutto il giorno in mezzo alle mammine sorridenti e scommetto che qualcuna è disponibile...

Dr. Jekill – Ma che cretino! Certo, tu sei come un mio amico ex ferroviere, che crede che tutte le mamme siano giovani, carine, educate, simpatiche, con i bambini sani e il marito stupido che le trascura...

Mr. Hyde – E infatti così pensavo...

Dr. Jekill – Due volte stupido! Di mamme belle non ce n'é poi così tante; sì, le simpatiche sono un po' di più, ma quelle malmaritate sono veramente rare.

Mr. Hyde – Però tu hai sempre detto che la gran parte dei bambini è sana.

Dr. Jekill - Certo, fortunatamente sì, però le mamme non lo sanno e quindi credono siano sempre ammalati... Un po' come i calabroni che non potrebbero volare per la conformazione delle loro ali, ma siccome nessuno glielo dice continuano a volare e a pungere all'urbigna.

Mr. Hyde – E i mariti e i papà sono brave persone invece?

Dr. Jekill – Beh qualche pirla circola; ieri uno voleva denunciarmi perchè noi volevamo andare a mangiare, mente lui voleva che il figlio venisse dimesso alle h 13 in punto e non alle 13.30, perchè sua moglie aveva già mangiato e magari il bambino in automobile si sarebbe messo a piangere perchè nel primo pomeriggio sarebbe stato giusto che dormisse.

Mr. Hyde – E cosa hai fatto?

Dr. Jekill – Niente, avrei voluto buttarlo nel lago, ma c'era il dubbio che sapesse nuotare e sarebbe stato inutile. In fin dei conti se la signora ha sposato un bischero il problema è suo finchè la morte o il giudice non li separi.

Mr. Hyde – Vabbè, però con le infermiere vi divertite, va là!

Dr. Jekill – Ma che imbecille. Tu vedi tutti i telefilm americani dove i medici sono tutti giovani e palestrati, abbronzati, deodorati, mai sudati e guardano una lastra di sguincio poi diagnosticano con certezza una rarissima radbdomiolisi ipertrofizzante del dente deciduo dell'epistrofeo.

Mr. Hyde – E invece non è così?

Dr. Jekill – Noooo! E le infermiere sono tutte belle pettinate, sorridenti, con le gonne corte e la camicetta negligentemente slacciata, sempre profumate e mai mestruate e poi leggono nel pensiero del medico. Ecco lui indica con il dito e compaiono come per miracolo flaconi di fleboclisi bilanciate, già deflussate, in quantità calcolata, che entrano in vene perfette attraverso cateteri venosi posizionati in precedenza e direttamente da Dio.

Mr. Hyde – E invece non è così?

Dr. Jekill – Nooo, kazzo! Siamo tutti sudati, sentiamo il caldo, l'afa, l'ansia, le vene non si prendono, qualche volta diciamo parolacce. Le lastre le guadiamo di sguincio, ma se non siamo radiologi non le possiamo refertare...

Mr. Hyde – Ah è così?

Dr. Jekill – Certo che è così! Le mie infermiere sono bravissime ma non leggono ancora nel pensiero, non portano la gonna e qualche volta sono stanche.

Mr. Hyde – Ah è così?

Dr. Jekill – Certo che è così. Da me di palestrati ce n'è pochi e io sono un obeso perchè con venti settimane di ferie arretrate non posso andare neanche in bicicletta, altro che palestra.

Mr. Hyde – Però suvvìa un po di sesso in corsìa....

Dr. Jekill – E dagliela con i telefilm americani! Ma quale sesso? Sì ammetto che negli ospedali si faccia un po' più di sesso che in una banca o nel retrobottega di un pizzicagnolo, ma non fa bene né alla salute, né alla carriera, né alla reputazione dei professionisti coinvolti.

Mr. Hyde – Insomma vuoi farmi credere che la corsìa non è come nell'immaginario collettivo?

Dr. Jekill – Ma vai a fare il ferroviere come il mio amico, che oltretutto con il (gentil) sesso ci sapeva fare!

08 agosto 2012

Il Battista faceva gli zoccoli

Il Battista faceva gli zoccoli, così come mia mamma faceva la maestra, mio padre pensava case, mia zia aveva la bottega e mia sorella non studiava.
Io sognavo in modo equanime di pilotare aeroplani e di scoprire il razionale nella differenza anatomica fra i due sessi.
In seguito mi ero illuso di costruire case e di fare l'ingegnere, ma ero anche stato il primo a non crederci seriamente.
Ma torniamo al Battista.
Grande, robusto, non sposato e immune dalle smancerie e debolezze di chi aveva diviso cuore e capanna, era un laico fiero, e sedicente anticlericale, ma forse era stato il primo a non crederci seriamente.
Laico però sì e sincero, e mio maestro di vita e di pensiero, visto mio padre lontano.
Faceva zoccoli sul serio, in due/tre locali in un rustico nel nostro cortile.
Questo rustico era stato atelier ed officina del mio tecnologico nonno che all'inizio del secolo si era fatto spedire dall'America una fotocamera a soffietto con otturatore pneumatico.
Dietro, nei locali più lontani e nascosti al cortile c'era stata una stalla, prima della seconda guerra.
Ma non era una cosa seria; il nonno ci si era adeguato perchè ogni famiglia usava in guisa autarchica tenere qualche bestia e pure uno scheletro di carro stava ancora sotto una tettoia malconcia.
Ma l'anima del nonno viveva nella fotocamera a lastre, nella forgia, nel banco da lavoro, nell'armadio delle pialle, e soprattutto nel torchio del copialettere, ignaro antesignano di ciclostile e scanner.
Dopo la scomparsa del nonno nel '36, non si sa come era arrivato nel dopoguerra il Battista con le sue macchine elettriche per produrre zoccoli.
Partiva da lontano, partiva dai tronchi di faggio che venivano scaricati irregolarmente nel cortile da un Tigrotto azzurro o da un Leoncino rosso.
Erano autocarri, “camion” nel lessico famigliare, di ex carrettieri che avevano saputo precorrere i tempi e si erano adeguati al trasporto su gomma, magari militando nella resistenza o voltando sapientemente gabbana negli anni canonici.
I tronchi di faggio, stagionati all'aperto, venivano segati, sagomati, sbozzati e infine sagomati in fiammanti zoccoli, che poi venivano laccati, rifiniti e decorati dalla Meneghina, arcigna mamma del Battista.
Poi il fratello del nostro, il Meneghin, al secolo Domenico,li avrebbe portati al mercato su un camioncino Fiat 1100 al sabato mattina.
Verdognolo, il camioncino, oggi si direbbe pick-up, era sopravvissuto alla guerra fra traversìe inenearrabili con carburanti improbabili e inaffidabili dalla cui convalescenza era guarito sommariamente, ma residuandone un catarroso fumo nerastro e un consumo d'olio inconfessabile.
Il Battista, attratto fatalmente da caccia e pesca, impegnato nell'amministrazione comunale fieramente all'opposizione, lavorava giusto il minimo indispensabile per vivere e per sopravvivere ai rimproveri materni.
Non si era sposato. Famoso e leggendario protagonista della resistenza in montagna aveva sviluppato un'idiosincrasia equamente distribuita fra i dogmi del cattolicesimo e quelli non meno manichei del PCI.
Così era approdato nelle file del PSI, da cui irrideva il parroco, ricambiato con la stessa moneta , e dando vita a una saga che ricordava don Camillo e Peppone, ma con toni più ironici e bonari, che non escludevano comunque colpi bassi all'occorrenza e nelle ricorrenze elettorali.
Da questo Battista ero stato adottato come nipote e ne avevo ricevuto un'educazione sentimentale che dura a tutt'oggi.
Se ho rinnegato le battute di caccia... alle allodole e il primo vino bevuto di nascosto in qualche cascina di amici, mi è rimasta la formazione etica e laica che mi guida ancora nel mio cercare quotidiano di essere medico.

Fa e La

Fa, La. Non ho mai capito niente di musica; ho tentato di leggere qualche spartito attorno ai sedici anni, quando tutti ci siamo fatti regalare una chitarra.
Ma non c'è stato niente da fare, non era il mio pane.
Mio padre, che progettava case, amava Beethoven; ogni sera si addormentava con la radio sintonizzata su qualche stazione a onde medie tedesca o dei paesi dell'est che trasmetteva musica classica, ma sosteneva che sarebbe riuscito solo a suonare il campanello di qualche villetta.
Io sono arrivato un po' più in là.
Miami - Fl
Oltre alla laurea, che la guerra aveva negato a mio padre, sono arrivato a riconoscere due note: Fa e La, le note lamentose della sirena bitonale che in Europa annuncia ambulanze, pompieri e polizia.
In Italia il Fa strascicato, alternato due volte al La e poi ripetuto lamentoso, e ancora strascicato come vocale di matrona della Milano “bene”, connota ambulanze e pompieri.
Le Forze che dovrebbero mantenere l'ordine si limitano a un Fa e un La reiterati all'infinito, preso pari pari dalle scure berline che percorrono i boulevards periferiques di Parigi o le bianco-verdi vetture-del-popolo che corrono le grigie autostrade che dal Reno salgono senza una curva sino al Baltico.
L'Unione Europea ci ha fatto abbandonare le lamentose sirene a fischio che annunciavano i bombardieri alleati prima e poco dopo le verdi “pantere” delle volanti motorizzate Alfa Romeo del secondo dopoguerra e anche di un certo cinema verista sanguinolento come filetto di chianina.
Le sirene a fischio sono il suono delle città USA, come gli skyline sempre uguali da un oceano all'altro e anche ai piedi delle Montagne Rocciose o sulle rive del Gran Lago Salato.
L'ultima volta da Washington e Baltimore, mentre cercavo di appisolarmi sul Jumbo (erano quelli gli anni) sentivo le sirene a fischio nel sonno rem che mi accompagnava sopra Terranova e Labrador.
Ora le due affezionate note Fa e La mi svegliano in queste mattine d'agosto in cui la gente dovrebbe stare in vacanza in riva a questo Lago.
E prosegue il concerto monocorde lungo la strada Regina per tutto il giorno, per urgenze, emergenze, paure e frustrazioni da Fuentes a Brunate.
Chissà se qualche Americano, mentre tenta di appisolarsi su un Airbus 340 (sono questi gli anni) che sorvola la Scozia per avventarsi sull' Atlantico settentrionale, sente le diaboliche note Fa e La e sussulta sul suo window seat, please, nel suo sonno rem.

02 agosto 2012

La bottega


Classe 1912 - Morbegno - la zia è la seconda da sinistra in terza fila
Si ha un bel chiamarla “Alimentari, sali e tabacchi”, ma questo è un temine che va bene per le generazioni nate dopo gli anni '60 del secolo scorso.
Per noi e per chi ha conservato un po' di nostalgia del vivere in paese il termine giusto è “bottega”, con varie declinazioni.
Cambiava da paese a paese e anche nello stesso paese.
La bottega era qualcosa in meno della drogheria, tutto qui.
La drogheria, dove dominava il droghiere, in dialetto lombardo “fundeghée”, ma assente dal vernacolo valtellinese, era negozio grande e robusto, gestito da maschi.
Ci si trovava di tutto, dal salnitro per garantire la conservazione dei salami, allo zolfo da soffiare in polvere vaporosa nelle vigne, passando per il ceruleo solfato di rame, e finire con pesanti cartoni di sapone “in scaglie” e rotoli di corda.
Nella drogheria si entrava con soggezione, temperata dalla malcelata soddisfazione che si sarebbe trovato tutto e a giusto prezzo. Nel mio paese ce n'era una sola: la Cooperativa.
La Cooperativa era femmina, ma gestita con pugno inflessibile e casacca grigia prima dal Faüstin e poi dal suo terzogenito Diego.
Trent'anni dopo ritrovai gli stessi odori, la stessa penombra e la stessa paternalistica pazienza al di là del mare, in qualche “Grocery” dell'Oregon.
La bottega invece era una cosa più semplice, di contrada, e spesso gestita al femminile, come dalla mia ieratica zia o dall'umbratile “Ghina” in centro al paese.
Oltre agli alimentari, ai sali e ai tabacchi c'erano articoli diversi e stagionali: carta, quaderni, penne, matite, buste di figurine, e ancora pennini, piccole scatole di pastelli Giotto, lampadine, gomme, temperamatite, tutte cose accomunate da uno scaffale lontano dagli alimentari, con un suo odore e un conseguente suo fascino discreto.
Fuori dalla porta, al sole dall'autunno alla primavera inoltrata, stavano un distributore di sferoidali e multicolori gomme da masticare, e uno di figurine di calciatori, inconsapevoli precursori del self service.
Infine, [... come mi ricordano lettori affezionati e qualcuno anonimo ...] saggiamente ma a giudizio insindacabile della zia, nell'ultimo cassetto a destra, quello dopo la cassa e altrettanto protetto da chiave, stava il mazzo dei libretti.
Il libretto, di solido cartone azzurro carta da zucchero, aveva fogli di carta a quadretti “commerciale”, oppure a semplici righe “di quinta”.
Giorno per giorno i clienti abituali vedevano segnata la loro spesa. Il conto veniva saldato a fine mese o in date concordate comunque dopo il 27.
Era un mezzo di credito artigianale, senza interessi, che ha permesso a molte famiglie un decoro che non era così scontato anche in tempi di boom economico, soprattutto per i primi timidi immigrati dal sud.
Le cose non erano sempre così rosee e quando la zia, per meritati e maturati limiti d'età, passata ormai la settantina, decise di chiudere bottega,le rimase un piccolo mazzetto di libretti a testimoniare quelli che in termini bancari si chiamano tristemente “crediti inesigibili”.


31 luglio 2012

Alimentari, sali e tabacchi - 2


In bottega c’erano gli alimentari, ma la grande T bianca in campo nero annunciava che si trattava della gloriosa rivendita n. 4 di Sali e tabacchi, monopoli di Stato assieme al chinino.
Per il sale non c’è molto da dire, a parte il vicino panificio che giustamente ne acquistava in quantità adeguate, il resto della gente si limitava allo stretto indispensabile.
La zia usava solo sale fino anche per salare l’acqua della pasta e io mi chiedevo come mai la nonna, nell’altra casa, quella paterna, insistesse a usare il sale grosso, molto più economico.
Solo qualche decennio più tardi scoprii la storia di fame e privazioni da cui usciva mia nonna paterna, sposata a un socialista durante il ventennio funereo.
Per i tabacchi la cosa era molto più interessante.
Prima di tutto c’erano le sigarette, di tante marche di tanti pacchetti multicolori e vendute spesso sfuse.
In questi casi la zia le incartava in pezzi di carta bianca leggera e intascava i pochi spiccioli.
Ciascuno aveva le sue abitudini conosciute e spesso quindi il dialogo verteva sul tempo e le stagioni, mentre con gesti automatici la zia sceglieva il giusto pacchetto, e preparava il resto della moneta.
Poi c’erano i fumatori di pipa.
I più fumavano il tabacco “di prima” intesa come prima qualità, o “trinciato forte”, in confezioni morbide ci carta verdognola.
Per i più poveri c’era il tabacco “di seconda”, fatto con le spuntature dei toscani, in pacchetti altrettanto verdognoli ma più economici.
Qualcuno accendeva la pipa prima di uscire dalla bottega, specie nelle giornate fredde e ventose, ammorbando l’aria con un fumo acre e per me irrespirabile, ricevendone dalla mitica zia secchi rimproveri e inviti imperiosi ad andarsene.
E infine, decisamente più pittoreschi, gli estimatori del “toscano”.
Entravano e si facevano dare la scatola di legno, che ho gelosamente conservato, dove riposavano i lunghi sigari bitorzoluti.
Le dita stringevano delicatamente il sigaro alla ricerca dello scricchiolìo sommesso che suggeriva la giusta stagionatura del tabacco; il toscano veniva poi annusato con attenzione e il colore controllato alla luce giusta.
Talora gli uomini uscivano borbottando nel cortiletto non fidandosi della luce rossastra delle lampadine da venticinque candele.
Compiuta la scelta uscivano soddisfatti dopo aver pagato qualche spicciolo.
Il più misterioso era il “Maestro di musica”. Assolutamente silenzioso, non l’ho mai sentito parlare.
Vedovo, viveva distante con una figlia nubile e “pettinatrice”, altrettanto austera e che sarebbe morta giovane.
Lo vedevo passeggiare perennemente con un cappello di feltro, con le mani sempre incrociate dietro la schiena, il mezzo toscano in bocca, spento o acceso secondo le circostanze.
Come facesse a insegnare musica nel suo mutismo rimane un mistero.
Le sue sole uscite pubbliche erano durante le processioni solenni, quando camminava a fianco della banda musicale, che naturalmente suonava senza esserne diretta, sempre assorto, sempre con il cappello di feltro, sempre con le mani incrociate, togliendosi il cappello, ma non sempre il mezzo toscano, solo all’ingresso della chiesa.
Con passo silenzioso entrava nella bottega della zia, che gli porgeva la scatola dei toscani.
Sceglieva il suo sigaro con aria assorta e un po’ assente, poi pagava silenziosamente e usciva salutando con un cenno del capo.
C’era anche qualche bracciante talmente sudicio che non aveva il permesso di scegliere i toscani.
Nonostante le rimostranze la zia sceglieva per lui, impassibile, scegliendo il sigaro di consistenza e colore adeguati, poi lo porgeva evitando accuratamente il contatto fisico.
Dopo aver incassato il dovuto lasciava il negozio e riparava in cucina a lavarsi le mani contaminate dal contatto e dal tabacco.
Fra le donne della contrada c’erano note amicizie e inimicizie.
Le signore con provate inimicizie evitavano di arrivare in negozio contemporaneamente per evitare incontri imbarazzanti, ma qualche volta sbagliavano il tempo.
A quel punto spesso lo screzio era inevitabile e si concludeva con interminabili catilinarie dell’ultima rimasta, che non si decideva a uscire alla porta della bottega.
La zia ascoltava impassibile, con il solito sorriso enigmatico e non prendeva posizione neppure quando raccontava l’episodio a capotavola del desco serale.
E i bambini?
Venivano controllati a vista, ad evitare che infilassero dita e mani nei sacchi dei cereali ma poi, appena presa un po’ di confidenza, venivano mandati a fare la spesa se la lista degli acquisti lo permetteva.
E’ chiaro che le figlie e le nipoti delle vicine erano un’attrazione irresistibile per me, che capitavo sempre casualmente in bottega all’arrivo di questa o quell’altra bambina, mandata a prendere un pacchetto di sale o una scatola di spaghetti.
E con almeno una di queste finì a cena e oltre, vent’anni dopo, ma il destino ci riservò altre strade; divergenti.

30 luglio 2012

Alimentari, sali e tabacchi - 1


La zia, la nonna e la mamma, 1936
La zia non era sposata. Oltre ad allevare un po' di nipoti, più o meno orfani, io non lo ero, si occupava di tante cose.
Dal nonno aveva ereditato l'esattoria di un paese della costiera; poi teneva la contabilità della latteria turnaria della contrada di Masonacce e infine viveva dei proventi di una bottega di alimentari, sali e tabacchi.
Le generazioni che ci hanno seguito non sanno cosa potesse essere una bottega di alimentari poco dopo la fine della seconda guerra.
C'erano alcuni tipi di scatolette: carne, tonno, sardine, sgombri, acciughe, marmellate, pelati Cirio e fagioli.
Poi le caramelle, in alto, in grandi vasi di vetro, e cioccolati di qualità popolare per la merenda degli scolari.
Ma la parte del leone lo facevano pane, pasta, riso, farina, zucchero, crusca e caffè.
La pasta era di buona qualità, come il riso.
Il pane era di due qualità: quello del Mario, per chi voleva risparmiare, e quello del Sergio, per chi voleva trattarsi bene.
Il pane nero era per i poveri e la crusca per i conigli.
Oggi le cose cono cambiate: il pane nero è per le signore e la crusca costa molto di più della farina, infatti è riservata a matrone con l'intestino pigro, ma all'inizio degli anni '50 andava diversamente.
Farina bianca, gialla, riso e zucchero stavano in grossi sacchi dietro il bancone; frumento, mais, orzo e crusca riposavano in capaci sacchi di tela acanto alla frutta e alla verdura, in modo che i clienti potessero saggiarne la qualità direttamente con tatto e olfatto fino.
Carne e salumi si trovavano dal macellaio, il grosso e mitico Massimo, distate un centinaio di metri, verso Morbegno.
Niente latte, che si trovava nella latteria accanto. Burro e formaggi stavano in cantina.
In caso di richiesta la zia abbandonava la bottega ai clienti e scendeva con un coltellaccio a tagliare la quantità richiesta.
Ma erano richieste rare. Ciascuno aveva una stalla e produceva in proprio quello che serviva in casa e nelle case di vicini e parenti.
Le donne della contrada acquistavano quello che serviva di giorno in giorno.
Ricordo due anziane, lunghi grembiuli neri e testa coperta, che acquistavano ogni mattina mezza oncia di zucchero e una di caffè, tetragone al sistema metrico-decimale in vigore da qualche decennio.
Per i frigoriferi mancavano alcuni anni, ma le abitudini si mantenevano in buona salute.
La zia con un sorriso indecifrabile, che avrei incontrato al Louvre tanti anni dopo, pesava la merce e faceva rapidi cartocci di carta grigia.
I clienti abituali erano tutti della contrada, ma per frutta, verdura e tabacchi venivano anche dalle contrade vicine o dal centro del paese.
Che si potessero fare più di cinque-seicento metri per andare in bottega era impensabile.
La bottega era un mondo affascinante, vivace di giorno, odoroso e silenzioso di notte.
A infrangere i ritmi consueti, ripetitivi e stagionali della bottega giungevano inaspettati mendicanti, questuanti e zingari.
I mendicanti erano gente nota del paese o dei paesi vicini. Era gente che per nascita o mutilazione non poteva lavorare; quando si presentavano, con cadenza sapiente e non casuale, ricevevano invariabilmente pane, acqua e dopo contrattazione silenziosa anche un pacchetto di tabacco “di seconda”, con cui riempivano febbrilmente pipe sudice estratte da tasche dal contenuto misterioso.
I questuanti, anzi il questuante, era un frate francescano di un convento vicino a Sondrio, che arrivava un paio di volte all'anno.
Riceveva pane e qualche pacchetto di “Nazionali”, che introduceva con fare furtivo e ammiccante in un sacco di juta. Conosceva tutti e si informava di vite e morti nelle case vicine.
Il problema erano gli zingari, che mi terrorizzavano per l'aspetto e per il vestire.
La zia era intransigente e pretendeva che sigari e sigarette venissero pagati sull'unghia, poi, al momento del commiato, allungava un sacchetto con qualche pagnotta mormorando qualcosa relativa ai bambini.
La bottega ha chiuso tanti anni fa.
Nel corso dell'ultimo rinnovamento, quando arrivarono luci al neon, frigoriferi, una fiammante affettatrice e scaffali di fòrmica, mio padre salvò il bancone di noce.
Trasformato in tavolo ora è il ripiano della mia scrivania. Anche adesso, ingombro di computer, scanner e stampanti continua ad essere il confine affascinante oltre il quale c'è il mondo esterno, sempre più misterioso e incomprensibile.