31 luglio 2012

Alimentari, sali e tabacchi - 2


In bottega c’erano gli alimentari, ma la grande T bianca in campo nero annunciava che si trattava della gloriosa rivendita n. 4 di Sali e tabacchi, monopoli di Stato assieme al chinino.
Per il sale non c’è molto da dire, a parte il vicino panificio che giustamente ne acquistava in quantità adeguate, il resto della gente si limitava allo stretto indispensabile.
La zia usava solo sale fino anche per salare l’acqua della pasta e io mi chiedevo come mai la nonna, nell’altra casa, quella paterna, insistesse a usare il sale grosso, molto più economico.
Solo qualche decennio più tardi scoprii la storia di fame e privazioni da cui usciva mia nonna paterna, sposata a un socialista durante il ventennio funereo.
Per i tabacchi la cosa era molto più interessante.
Prima di tutto c’erano le sigarette, di tante marche di tanti pacchetti multicolori e vendute spesso sfuse.
In questi casi la zia le incartava in pezzi di carta bianca leggera e intascava i pochi spiccioli.
Ciascuno aveva le sue abitudini conosciute e spesso quindi il dialogo verteva sul tempo e le stagioni, mentre con gesti automatici la zia sceglieva il giusto pacchetto, e preparava il resto della moneta.
Poi c’erano i fumatori di pipa.
I più fumavano il tabacco “di prima” intesa come prima qualità, o “trinciato forte”, in confezioni morbide ci carta verdognola.
Per i più poveri c’era il tabacco “di seconda”, fatto con le spuntature dei toscani, in pacchetti altrettanto verdognoli ma più economici.
Qualcuno accendeva la pipa prima di uscire dalla bottega, specie nelle giornate fredde e ventose, ammorbando laria con un fumo acre e per me irrespirabile, ricevendone dalla mitica zia secchi rimproveri e inviti imperiosi ad andarsene.
E infine, decisamente più pittoreschi, gli estimatori del “toscano”.
Entravano e si facevano dare la scatola di legno, che ho gelosamente conservato, dove riposavano i lunghi sigari bitorzoluti.
Le dita stringevano delicatamente il sigaro alla ricerca dello scricchiolìo sommesso che suggeriva la giusta stagionatura del tabacco; il toscano veniva poi annusato con attenzione e il colore controllato alla luce giusta.
Talora gli uomini uscivano borbottando nel cortiletto non fidandosi della luce rossastra delle lampadine da venticinque candele.
Compiuta la scelta uscivano soddisfatti dopo aver pagato qualche spicciolo.
Il più misterioso era il “Maestro di musica”. Assolutamente silenzioso, non l’ho mai sentito parlare.
Vedovo, viveva distante con una figlia nubile epettinatrice”, altrettanto austera e che sarebbe morta giovane.
Lo vedevo passeggiare perennemente con un cappello di feltro, con le mani sempre incrociate dietro la schiena, il mezzo toscano in bocca, spento o acceso secondo le circostanze.
Come facesse a insegnare musica nel suo mutismo rimane un mistero.
Le sue sole uscite pubbliche erano durante le processioni solenni, quando camminava a fianco della banda musicale, che naturalmente suonava senza esserne diretta, sempre assorto, sempre con il cappello di feltro, sempre con le mani incrociate, togliendosi il cappello, ma non sempre il mezzo toscano, solo allingresso della chiesa.
Con passo silenzioso entrava nella bottega della zia, che gli porgeva la scatola dei toscani.
Sceglieva il suo sigaro con aria assorta e un po’ assente, poi pagava silenziosamente e usciva salutando con un cenno del capo.
Cera anche qualche bracciante talmente sudicio che non aveva il permesso di scegliere i toscani.
Nonostante le rimostranze la zia sceglieva per lui, impassibile, scegliendo il sigaro di consistenza e colore adeguati, poi lo porgeva evitando accuratamente il contatto fisico.
Dopo aver incassato il dovuto lasciava il negozio e riparava in cucina a lavarsi le mani contaminate dal contatto e dal tabacco.
Fra le donne della contrada c’erano note amicizie e inimicizie.
Le signore con provate inimicizie evitavano di arrivare in negozio contemporaneamente per evitare incontri imbarazzanti, ma qualche volta sbagliavano il tempo.
A quel punto spesso lo screzio era inevitabile e si concludeva con interminabili catilinarie dell’ultima rimasta, che non si decideva a uscire alla porta della bottega.
La zia ascoltava impassibile, con il solito sorriso enigmatico e non prendeva posizione neppure quando raccontava l’episodio a capotavola del desco serale.
E i bambini?
Venivano controllati a vista, ad evitare che infilassero dita e mani nei sacchi dei cereali ma poi, appena presa un po’ di confidenza, venivano mandati a fare la spesa se la lista degli acquisti lo permetteva.
E’ chiaro che le figlie e le nipoti delle vicine erano un’attrazione irresistibile per me, che capitavo sempre casualmente in bottega all’arrivo di questa o quell’altra bambina, mandata a prendere un pacchetto di sale o una scatola di spaghetti.
E con almeno una di queste finì a cena e oltre, vent’anni dopo, ma il destino ci riservò altre strade; divergenti.

4 commenti:

tweetie25 ha detto...

Ciao papi! Son proprio interessanti questi racconti dei tempi che furono, dovresti veramente scrivere un libro.. baci e buona giornata

Romina Z. ha detto...

Io ricordo la bottega della Ghina e la latteria di San Domenico, i libretti azzurri dove fare "segnare" la spesa, la festa della Madonna, con tutti i paesani tirati a lucido per l'occasione, festa ormai dimenticata......
Aspetto la 3 puntata.
Romina

Paolo Adamoli ha detto...

Buongiorno Romina Z, ma si faccia conoscere, quantomeno su fb o per email (dr.adamoli@gmail.com). Con simpatia

Anonimo ha detto...

C'erano anche dei gatti che sonnecchiavano sul muretto....