30 luglio 2012

Alimentari, sali e tabacchi - 1


La zia, la nonna e la mamma, 1936
La zia non era sposata. Oltre ad allevare un po' di nipoti, più o meno orfani, io non lo ero, si occupava di tante cose.
Dal nonno aveva ereditato l'esattoria di un paese della costiera; poi teneva la contabilità della latteria turnaria della contrada di Masonacce e infine viveva dei proventi di una bottega di alimentari, sali e tabacchi.
Le generazioni che ci hanno seguito non sanno cosa potesse essere una bottega di alimentari poco dopo la fine della seconda guerra.
C'erano alcuni tipi di scatolette: carne, tonno, sardine, sgombri, acciughe, marmellate, pelati Cirio e fagioli.
Poi le caramelle, in alto, in grandi vasi di vetro, e cioccolati di qualità popolare per la merenda degli scolari.
Ma la parte del leone lo facevano pane, pasta, riso, farina, zucchero, crusca e caffè.
La pasta era di buona qualità, come il riso.
Il pane era di due qualità: quello del Mario, per chi voleva risparmiare, e quello del Sergio, per chi voleva trattarsi bene.
Il pane nero era per i poveri e la crusca per i conigli.
Oggi le cose cono cambiate: il pane nero è per le signore e la crusca costa molto di più della farina, infatti è riservata a matrone con l'intestino pigro, ma all'inizio degli anni '50 andava diversamente.
Farina bianca, gialla, riso e zucchero stavano in grossi sacchi dietro il bancone; frumento, mais, orzo e crusca riposavano in capaci sacchi di tela acanto alla frutta e alla verdura, in modo che i clienti potessero saggiarne la qualità direttamente con tatto e olfatto fino.
Carne e salumi si trovavano dal macellaio, il grosso e mitico Massimo, distate un centinaio di metri, verso Morbegno.
Niente latte, che si trovava nella latteria accanto. Burro e formaggi stavano in cantina.
In caso di richiesta la zia abbandonava la bottega ai clienti e scendeva con un coltellaccio a tagliare la quantità richiesta.
Ma erano richieste rare. Ciascuno aveva una stalla e produceva in proprio quello che serviva in casa e nelle case di vicini e parenti.
Le donne della contrada acquistavano quello che serviva di giorno in giorno.
Ricordo due anziane, lunghi grembiuli neri e testa coperta, che acquistavano ogni mattina mezza oncia di zucchero e una di caffè, tetragone al sistema metrico-decimale in vigore da qualche decennio.
Per i frigoriferi mancavano alcuni anni, ma le abitudini si mantenevano in buona salute.
La zia con un sorriso indecifrabile, che avrei incontrato al Louvre tanti anni dopo, pesava la merce e faceva rapidi cartocci di carta grigia.
I clienti abituali erano tutti della contrada, ma per frutta, verdura e tabacchi venivano anche dalle contrade vicine o dal centro del paese.
Che si potessero fare più di cinque-seicento metri per andare in bottega era impensabile.
La bottega era un mondo affascinante, vivace di giorno, odoroso e silenzioso di notte.
A infrangere i ritmi consueti, ripetitivi e stagionali della bottega giungevano inaspettati mendicanti, questuanti e zingari.
I mendicanti erano gente nota del paese o dei paesi vicini. Era gente che per nascita o mutilazione non poteva lavorare; quando si presentavano, con cadenza sapiente e non casuale, ricevevano invariabilmente pane, acqua e dopo contrattazione silenziosa anche un pacchetto di tabacco “di seconda”, con cui riempivano febbrilmente pipe sudice estratte da tasche dal contenuto misterioso.
I questuanti, anzi il questuante, era un frate francescano di un convento vicino a Sondrio, che arrivava un paio di volte all'anno.
Riceveva pane e qualche pacchetto di “Nazionali”, che introduceva con fare furtivo e ammiccante in un sacco di juta. Conosceva tutti e si informava di vite e morti nelle case vicine.
Il problema erano gli zingari, che mi terrorizzavano per l'aspetto e per il vestire.
La zia era intransigente e pretendeva che sigari e sigarette venissero pagati sull'unghia, poi, al momento del commiato, allungava un sacchetto con qualche pagnotta mormorando qualcosa relativa ai bambini.
La bottega ha chiuso tanti anni fa.
Nel corso dell'ultimo rinnovamento, quando arrivarono luci al neon, frigoriferi, una fiammante affettatrice e scaffali di fòrmica, mio padre salvò il bancone di noce.
Trasformato in tavolo ora è il ripiano della mia scrivania. Anche adesso, ingombro di computer, scanner e stampanti continua ad essere il confine affascinante oltre il quale c'è il mondo esterno, sempre più misterioso e incomprensibile.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Ricordo mia nonna che mi mandava a prendere 1 hg di prosciutto cotto........

Cesare ha detto...

Non trovo traccia di quello che era, secondo me, uno strumento efficacissimo di credito al consumo tipico degli alimentari di paese, ossia il famoso "libretto azzurro" dove venivano riportate, in una forma di contabilità cronologica elementare, le spese quotidiane per poi essere saldate a fine mese... o quando si poteva. Questi libretti, se ancora conseravti, potrebbero essere un interessante oggetto di indagine per qualche tesi di laurea in storia economica...

Paolo Adamoli ha detto...

Buongiorno Cesare, hai perfettamente ragione, ma mi riservavo di parlarne a breve per un discorso su "oltre gli alimentari". Credo di avere ancora qualche libretto fra i documenti di mia zia, e credo si riferiscano a clienti morosi al momento della cessazione dell'attività.