22 febbraio 2013

Ultimi consigli per gli acquisti



Alla vigilia delle elezioni mi permetto una riflessione e mi permetto addirittura di proporla.
Alle Regionali voterò Umberto Ambrosoli, non è un mistero, e non ho nessun dubbio. Faccio il medico da oltre trent’anni e Ambrosoli è l’unico che ha promeso di facilitare questi miei ultimi anni di lavoro.
Ritarderò di un giorno la mia partenza per una breve vacanza in Germania per un atto dovuto.
Lavorare nella Sanità della Lombardia e diventare primario senza essere lottizzato è stata la mia più grande soddisfazione, quindi do il mio appoggio a un uomo che ha deciso di mettere finalmente fine alla vergogna delle spartizioni.
Di Berlusconi, Maroni e Formigoni non vale la pena di parlare; se vincessero questi cialtroni credo che mi trasferirei definitivamente dalla Lombardia; ho un’età che mi permetterebbe di facilitarmi la pensione, a Dio piacendo.
Grillo non mi fa alcuna paura; non sono mai stato lottizzato, sono incensurato, e alla fine potrebbe solo rompermi le scatole con la sua incompetenza e i timpani con i suoi slogan. Non credo che gli interessi la Sanità, o sappia cos’è, e comunque non potrebbe mai fare peggio di ora.
La puzza del voto di protesta, come vent’anni fa la Lega non mi infastidisce più di tanto; negli ospedali di cattivi odori ce n’è sempre stati tanti.
Per quanto riguarda la Lega ho avuto almeno la soddisfazione di vederli cadere nel fango, esattamente come avevo scritto nel 1990.

17 febbraio 2013

Domenica

Dr. Jekill disse, citando Massimo Bubola:

Se questo amore è un treno
tu portami laggiù
dove l'inverno è breve
e il cielo è sempre blu

Se questo amore è un treno
vorrei viaggiasse sempre
lasciando indietro il tempo
la guerra ed il silenzio.

Passeremo foreste che non hanno un'età
e cascate lucenti come dei luna-park
lungo quelle frontiere noi potremo ascoltare
l'ombra azzurra del vento l'ombra verde del mare.

Passeremo l'inferno bevendo champagne
busseremo ai cancelli dell'eternità
e lontano al tramonto ci potremo fermare
ai confini del mondo per poterlo cantare.

Mr. Hyde rispose:

Fortuna che domani è lunedì!


 

11 febbraio 2013

Chi voteremo? - 2

Si fa presto a dire cavallo! Fra i politici, così come fra i professori universitari, ci sono dei cavalli di razza.
Con la scomparsa del mondo contadino e della sua cultura è sempre più difficile distinguere i cavalli di razza.
Forse non tutti sanno che dalla monta di un asino stallone su una giumenta può nascere un mulo.
L'incrocio non è difficile datosi che l'asino possiede una nerchia più ragguardevole del cavallo, anche se, come succede fra gli umani, non ci sia un rapporto diretto fra le dimensioni e la capacità di usarla in modo soddisfacente per le signore.
Il mulo, comunque è una gran bella bestia, più robusto e agile del padre e più forte della madre; purtroppo quando apre bocca raglia rivelando inesorabilmente la sua natura di bastardo.
Esiste anche l'esperimento inverso di far montare giovani asine da cavalli stalloni.
Non è mai semplice ma quando la cosa funziona nascono delle bestie che prendono il nome di bardotti.
Sono bestie meno aggraziate dei muli, hanno una scarsa criniera e gli manca il ciuffo, ma quando aprono bocca nitriscono come il padre e traggono facilmente in inganno chi non vive in campagna.

10 febbraio 2013

Chi voteremo?

Asini o muli? Questo è il problema
Il problema si pone con grande facilità: quante sono le persone che pensano con la propria testa, senza prendere il prestito le idee degli altri?
La risposta è variabile e opinabile. Qualcuno ritiene che si tratti del 5%, qualcuno pensa il 10%, quasi nessuno azzarda che oltre il 15% dell'umanità sia in grado di pensare razionalmente con la propria testa.
I conti sono facili da fare: nessuno è in grado di governare né con il 5, né con il 10, né con il 15%.
La maggioranza si ottiene solo superando il 50%, lo sappiamo.
Fino a vent'anni or sono i politici cercavano il consenso delle persone ragionevoli.
La novità, inaugurata da un politico scaltro come Bossi, e fatta propria da Berlusconi negli anni immediatamente successivi, è stata quella di cercare il consenso delle persone “malpensanti” e degli sprovveduti.
Slogan populisti e demagogici si sono moltiplicati per un ventennio facendo leva sui pensieri meno presentabili e sugli istinti meno nobili.
Roma ladrona, la lega ce l'ha duro, ragazze smutandate per cena sono solo esempi di queste facezie, che comunque hanno pagato molto bene sul piano elettorale.
Intanto, per proteggere il padre padrone i reati contro il patrimonio sono sempre a piede libero e ogni rapinatore, basta che confessi e patteggi, è libero di circolare e investire bambini sulle strisce pedonali.
Vogliamo proseguire su questa strada? Benissimo, avanti Savoia, si diceva un tempo.

19 gennaio 2013

Mi prende in giro?

  • Buongiorno dottore, mi scusi se la disturbo a quest'ora, dirà che sono una rompiballe...
  • No, Signora non lo dico.
  • Perchè non lo dice?
  • Perchè ho avuto un'educazione borghese e il mio papà mi avrebbe rimproverato.
  • Però lo pensa...
  • Cos'è un processo alle intenzioni? Qual'è il problema?
  • Lei dirà che è una scemenza...
  • Mi dica!
  • Il mio bambino ha un foruncolino.
  • Sul pisellino?
  • No, ma mi prende in giro?
  • No, mi veniva una rima baciata, se fosse stato un flemmone...
  • Mi prende in giro?
  • No, signora, mi dica dov'è il foruncolino e il colore.
  • E' sul collo; è rosso e un po' giallo...
  • E' rosso? E' giallo?
  • Un po' rosso, ma anche giallo!
  • E' arancione?
  • California dreaming
    Mi prende in giro?
  • No, insomma, mi dica qual'è il problema.
  • Ero preoccupata.
  • Beh, non credo ci sia molto da fare...
  • Ecco, adesso sono più tranquilla.
  • Bene
  • Allora adesso può tornare a mangiare!
  • Ma cose la fa pensare che stessi pranzando?
  • Insomma alle 13.14 di domenica di solito...
  • Ma allora, se era così sicura perchè mi ha chiamato?
  • Perchè ero sicuro di trovarla, in ospedale è così difficile...
  • Infatti, in ospedale non mangio, di solito.
  • Mi prende in giro?
  • Io? Ma che dice? Signora cosa fa suo marito?
  • Il commercialista!
  • Quindi ha studiato più o meno come me?
  • Più o meno.
  • Se lo chiamassi alle 13.14 della domenica perchè ho trovato in tasca uno scontrino sbagliato cosa direbbe?
  • Mi prende in giro?
  • Io, no, però credo che mi esploderebbe il cellulare nelle mani...
  • Ma mio marito non ha avuto un'educazione borghese...
  • Mi prende in giro?

12 gennaio 2013

Ah, capisco.... ovvero un sabato in Pediatria

- Dottore posso parlarle un momento?
- Si, certo, sono qui anche per questo, è il mio lavoro, ci mancherebbe...
- E' per il bambino, mi hanno detto che forse ha l'epilessia, ma il tracciato non arriva.
- Guardi, sembra sia caduto all'improvviso, l'importante è che non si sia fatto male.
- Sì, ma chi me lo dice?
- Abbiamo fatto un Tac, l'ha visto il neurochirurgo e ha fatto anche una risonanza, non ci sono lesioni legate alla caduta.
- Sì, ma quando saprò qualcosa di definitivo?
- Senta, Signor Minipimero, il piccolo ha fatto in 24 ore una tac, una risonanza, un elettroencefalogramma e due valutazioni neurochirurgiche; qualche volta, in qualche altro ospedale ci vuole più tempo!
- Sì, ma l'elettroencefalogramma non è ancora refertato.
- Vabbè, ma la cosa importante è che non abbia riportato danni e poi lei vuole andare a casa subito; se vuole attendere il referto dovrebbe aspettare due giorni, oggi è sabato...
- No ma lui ha una visita la prossima settimana per la medicina dello sport.
- Ah sì? E che sport pratica?
- La moto!
- Ah, capisco... ma non è presto a 9 anni?
- No, Valentino Rossi ha cominciato così.
- Ah, capisco... Ma allora qual'è il problema?
- Se ha l'elettroencefalogramma piatto (sic!) magari non lo fanno idoneo!
- Ah, capisco... Ma sa, se fosse stata una crisi convulsiva sarebbe meglio aspettare... il referto... la visita della neurologa...
- Ma lì c'ha 'l casco, mica come a scuola.
- Ah, capisco...
[…]
- Buongiorno Signora; è arrivata con l'ambulanza del 118?
- Eh sì, mio marito era a lavorare...
- Ah, capisco...
- La bambina aveva la febbre e i brividi di freddo.
- Bene; e cos'ha fatto? Gli ha dato [famoso nome commerciale del paracetamolo] in supposte?
- Sì! Ma non passava e la bambina aveva i brividi di freddo!
- E' la prima figlia?
- Sì!
- E cos'ha fatto?
- Ho usato il phon...
- Ah, capisco... L'asciugacapelli?
- Sì, perchè aveva tanto freddo alle mani.
- Ma questa è un'ustione di primo grado, Sciura!
- Eh sì, ma aveva i brividi...
- Bene la ricoveriamo.
- Ma perchè, è grave?
- Signora, scusi, ha ustionato le braccia alla bambina con un asciugacapelli, ha chiamato un'ambulanza del 118 con un rianimatore, un'infermiera e un defibrillatore perchè non c'era suo marito; che cosa sarebbe grave?
- Ma la bambina aveva i brividi!
- Ah, capisco...

06 gennaio 2013

Scrivevamo alla marinara? No, all’italiana.

Dalla rivista "Alpes", gennaio 2000

Questo incidente ferroviario è avvenuto nel 1960; lo ricordo bene; ero un bambino. Fra i viaggiatori di quel treno c’erano due o tre persone che conoscevo, che incontravo per la strada e che mi salutavano.
L’evento per la prima volta entrava nella mia vita. Non come ora, che la televisione, se glielo permettiamo, ci porta in ogni casa ogni giorno la guerra, la violenza, il sesso e la morte.
A casa mia la televisione non era ancora arrivata. Si leggeva il Corriere e si ascoltava Radiosera, in silenzio perché il papà voleva ascoltare e a noi ragazzi veniva da ridere proprio in quei pochi minuti.
Allora le immagini te le creavi nella mente e vedevi il locomotore marrone accartocciato, le vetture rovesciate, i morti pallidi e immobili; immaginavi il suono delle sirene ed erano le sirene dei pompieri di Morbegno moltiplicate tante volte.
Poi il giorno dopo arrivavano le immagini vere sul Corriere della Sera, ma sfumate, scure, sfocate, censurate. Le fotografie dei cadaveri erano riservate a morti lontani e irriconoscibili: allora si moriva in Algeria e in Congo Belga.
Le cronache dell’incidente, rilette a distanza di quarant’anni sono quasi pittoresche e molto interessanti sul piano sociologico, ma povere di notizie e prive di particolari tecnici precisi.
Ho avuto sotto mano alcuni numeri de “Il Cittadino”, quotidiano cattolico di Monza.
Nella retorica del tempo vengono menzionate tutte le autorità che si sono precipitate sul luogo del disastro; quelle dimenticate il primo giorno vengono ricordate fortunatamente il giorno dopo; è il caso, ad esempio, del Corpo dei Vigili Urbani, che il 7 gennaio era stato dimenticato, ed è comparso il giorno 8 in terza pagina.
I funerali vengono descritti con dovizia di particolari, e le fotografie si soffermano ancora una volta sulle Autorità presenti.
Oggi si cercherebbe sin dal primo minuto un responsabile oppure, per guadagnare tempo e tiratura, almeno un capro espiatorio da trovare anche con scelta randomizzata, e tanto peggio per lui, la sua reputazione, la sua famiglia, i suoi affetti.
Che dietro questa catastrofe ci fosse errore umano, negligenza o imperizia, balza agli occhi smaliziati di chi legge oggi. Allora invece no.
Il primo macchinista, che ancora si chiamava “Maestro”, come ai tempi della trazione a vapore, morì nell’incidente. L’assistente rimase ferito lievemente.
Pare che gli accordi prima della partenza fossero che il Maestro avrebbe condotto il treno sino a Lecco, mentre l’assistente avrebbe preso i comandi dalla città lariana fino a Milano.
Cosa avvenne nella cabina di guida del locomotore 626.215? Forse non lo sapremo mai. L’assistente macchinista sostenne che alla guida del treno c’era il Maestro. Il vecchio macchinista però venne trovato schiacciato fra i rottami nella parte destra della cabina, che rimase distrutta nell’incidente. Ma sulle locomotive del tipo 626 a destra non ci sono né i comandi del freno, né quelli del reostato. Vicino ai comandi, venne trovato l’assistente.
Il capotreno e alcuni viaggiatori hanno testimoniato che i petardi regolamentari esplosero e l’inchiesta dimostrò che i segnali erano attivi, ma nessuno ricorda la scarica d’aria compressa che annuncia l’attivazione del freno.
Forse il vecchio macchinista si era appisolato, passando dal sonno alla morte e l’assistente si perse nella nebbia mentre tentava di recuperare il ritardo.
Alla fine di numerosi processi, l’ultimo dei quali nel 1967 tutti vennero assolti, in secondo o terzo grado, perchè eravamo già in Italia, anche nel 1960.

05 gennaio 2013

5 gennaio 1960



Dalla rivista "Alpes", dicembre 1999



Martedì 5 gennaio 1960, ore 5 del mattino. Il treno "341" si muove lentamente. Le vetture sussultano passando sugli scambi all’uscita dalla stazione di Sondrio. 
E’ molto freddo. Il convoglio inizia il suo viaggio verso Milano fermandosi a tutte le stazioni. 
A Sondrio sono salite poche persone; poche saliranno a Berbenno e Ardenno; qualcuna in più a Morbegno. Le carrozze sono molto vecchie, alcune hanno ancora le panche di legno e cento porte; anche il locomotore è vecchio; è uno dei primi modelli di locomotiva elettrica; costruito più di trent'anni prima.
La guerra è finita da quindici anni e l'Italia è nel pieno del miracolo economico, ma in Valtellina il miracolo non è ancora arrivato.
Le automobili sono poche. L'economia è ancora soprattutto agricola. In ogni casa si alleva qualche bestia; nei paesi più piccoli sono poche le case con l'acqua corrente e il tempo è ancora scandito dai campanacci delle mucche che vanno all'abbeverata due volte al giorno.
Le strade sono selciate. Girano ancora cavalli e muli anche se i più intraprendenti hanno applicato ruote gommate ai carri.
I programmi della radio sono solo due e le trasmissioni cominciano alle sette e mezzo del mattino. Da sei anni anche in Italia c'è la televisione. Quel martedì le trasmissioni inizieranno alle tredici e trenta con Telescuola.
Nei paesi ci si alza molto presto per mungere; il silenzio della notte è interrotto a tratti dal clangore delle conche e dei secchi delle latterie turnarie dove i casari hanno iniziato a lavorare alla stessa ora dei prestinai.
Le industrie non sono molte: la Metallurgica Martinelli a Morbegno, la Carcano a Delebio, la Snam a Talamona, la Talea a Cosio e il Cotonificio Fossati a Sondrio. Dove possono gli operai si avviano al lavoro in bicicletta; qualcuno ha già acquistato la motocicletta o lo scooter.
Il treno locale, che qui si chiama "accellerato", prosegue il suo lento viaggio verso Milano. Dopo Morbegno ad ogni stazione sale qualcuno. Gli studenti universitari sono pochi in questi anni e comunque sono tutti a casa per le vacanze natalizie.
I viaggiatori portano valige e ceste.
Sono i "corrieri". Uomini e donne, la maggior parte non sono più giovanissimi; contribuiscono al bilancio famigliare portando burro, uova e polli a Lecco e a Milano. Ognuno ha i suoi clienti affezionati: ristoranti, trattorie  e famiglie borghesi in città attendono i "corrieri" valtellinesi, che finito il loro giro tornano ai paesi alla sera con il treno.
Le vetture ferroviarie si scaldano e si riempiono di questa umanità a suo modo intraprendente e chiacchierona che appesta l'aria con il fumo delle Nazionali e delle Alfa.
Dopo Colico salgono altri viaggiatori che arrivano anche dalla Valchiavenna: ci sono impiegati e operai che vanno a Mandello, dove c'è la Moto Guzzi, altri scendono sino a Lecco, dove si stanno moltiplicando le fabbriche metallurgiche e di minuterie metalliche.
A Lecco ne salgono altri; tanti operai e impiegati che sciamano a Milano, dove i posti di lavoro nascono quasi ogni giorno.
Dopo Usmate e Carnate ormai il treno è pieno: quasi mille persone viaggiano su quel treno rumoroso. La mattina è gelida e al di là dei vetri appannati la nebbia fittissima nasconde il paesaggio della pianura brianzola che si risveglia dalla lunga notte invernale. 
Poco prima della stazione di Monza, a Villasanta, ci dei lavori in corso sulle rotaie; si sta costruendo un cavalcavia.
I treni devono rallentare e percorrere a dieci chilometri all'ora un binario provvisorio su un terrapieno, prima di entrare in stazione.
I lavori durano da mesi e quando il convoglio inizia a rallentare i pendolari che scendono a Monza ogni mattina infilano i cappotti e si accalcano verso le porte.
Questa mattina il treno non rallenta. Corre e ignora i segnali luminosi e i petardi messi sulle rotaie a segnalare il pericolo. I viaggiatori si guardano increduli. Quelli che devono scendere a Monza si affrettano verso le porte mentre il convoglio prosegue in piena velocità. Forse la nebbia fitta ha nascosto i segnali di linea; forse un colpo di sonno ha impedito ai macchinisti di sentire  gli scoppi dei petardi di segnalazione.
Il convoglio è pesante e porta alcuni minuti di ritardo ma il vecchio locomotore, ormai arrivato in pianura, riesce ancora a trainare oltre i novanta all'ora le vecchie carrozze marroni.
Sono circa le otto del mattino quando l'accellerato Sondrio - Milano piomba con fragore, a tutta velocità, sul binario provvisorio. Non può sperare di percorrerlo a quella velocità.
Con un boato agghiacciante la locomotiva esce dalle rotaie e trascina nella scarpata le prime due vetture.
La prima si schianta contro il muro di un capannone industriale; la seconda si accartoccia. Altre due si fermano in bilico sul terrapieno; altre si arrestano deragliate sulla massicciata.
La nebbia fittissima copre la scena terrificante dei vagoni squarciati e dopo un attimo di silenzio irreale iniziano le urla dei feriti imprigionati fra le lamiere.
I soccorsi sono generosi, ma difficoltosi e disorganizzati. Nella nebbia affluiscono infermieri dall'Ospedale di Monza, operai dai capannoni delle fabbriche, volontari, volonterosi e curiosi. Accorrono ambulanze grigie e autopompe amaranto dei Vigili del Fuoco, scure millecento dei Carabinieri e Alfa Romeo della Polizia verdi.
La città risuona di decine di sirene. Nei caffè di Monza, nell’odore di segatura umida e fumo, corrono notizie frammentarie; non si sa molto: chi parla di uno scontro ferroviario, chi di un quadrimotore precipitato poco dopo il decollo dall'aeroporto di Linate.
Nella tarda mattinata il sole dirada la nebbia e si presenta lo spettacolo apocalittico. 
Si contano 15 morti e 120 feriti, cinque dei quali vengono dalle nostre valli.


04 gennaio 2013

Dieci e non più dieci


Il 5 gennaio 1960 ci fu uno dei più gravi incidenti ferroviari a Monza.
Domani trascriverò pari pari il primo di due articoli scritti nel 1999 e apparsi sulla rivista Alpes di Sondrio, allora diretta dal mio amico Aldo Genoni.
Ho ritrovato questi articoli qualche mese fa e ho deciso di ripubblicarli sul blog così come sono stati scritti, forse con l'enfasi di dieci anni di meno.
Ricordo bene quell'inizio del 1960. 
Avevo nove anni ed era il primo giro di decennio.  
La stessa emozione, ma con molta ironia in più, l'avrei provata quarant'anni dopo, al giro di secolo e di millennio  e aspettando invano il "Millennium bug" in ospedale.
Ma già mi aspettavo grandi cose dal decennio che iniziava e infatti l'uomo sbarcò sulla Luna nove anni dopo.
Ma era il 1960, un anno dopo il 1959. Mentre in Inghilterra girava la Mini Minor a  Regoledo giravano ancora carri e cavalli. 
D'estate chi si avventurava su per la Valsassina si fermava a Ballabio con il cofano fumante aperto aspettando che la sua Fiat 600 smaltisse i bollori come liceale in amore.
Trascorrevo domeniche spensierate invernali sulla neve ed  estive trascinato da un rifugio all'altro.   
Ma era il 1960, un anno dopo il 1959 e il decennio iniziò proprio male.

25 dicembre 2012

Buon Natale 2012

Santo Natale, una delle ultime cose rimaste Sante, per tradizione e forse per necessità.
Noi tutti, anche chi è laico, abbiamo bisogno di un giorno di pace, anche se non tutti i giorni sappiamo essere uomini di buona volontà.
Non faccio eccezione.
In questo giorno di pace il mio pensiero va ai bambini che in tanti anni ho cercato di accompagnare nell'ultimo viaggio verso la Luce, e alle loro famiglie.
Non è mai stato facile, ma ha dato un senso ai miei giorni.
Poi il pensiero va agli amici, ai colleghi, Pino, Cristiana, Denise, Giusy, Maria Rita, Concetta, e ai giovani pediatri in formazione, Stefania, Marco, Maddalena, Valentina, Roberta, e tutti gli altri specializzandi, alle infermiere, alle ostetriche, ma sono così tanti che non posso nominarli tutti insieme, eppure condividono la mia visione della vita e della scienza inesatta accanto alla quale camminiamo o abbiamo camminato per qualche tempo.
Sono tanti e a tutti penso con gratitudine, ma il cuore è ora per Raffaele, fratello più che amico, che nell'anno passato insieme mi ha arricchito con la sua amicizia.
E come non ricordare Lorenzo Pavone, un maestro della Pediatria Italiana, e le nostre cene sulle pendici dell'Etna...
E tutti gli amici siciliani e la loro ospitalità...
Poi last but not least c'è un augurio per amici e amiche, per chi mi stima, per chi mi vive vicino, ma anche per chi mi ha frainteso; e anche per chi non conosce (o non capisce) la solitudine del dubbio quotidiano.
Buon Natale!

23 dicembre 2012

Storia di uno smartphone e del bambino che gli insegnò a nuotare

Dopo sette giorni trascorsi fra mercatini e terme, fra Foresta Nera e Alsazia, fra pioggia scrosciante e pioggerella insistente, finalmente si torna in Italia.
Dopo una decina di chilometri decido per una pizza. Non è una pizzeria eccezionale, ma si beve una bella birra rossa artigianale che fanno sul Lago e ha il nome di un battello glorioso: il Plinio.
Birra robusta, fresca, con un retro persistente di liquirizia.
Due tavoli discosto stanno due coppie e un bambino di diciotto mesi, così a spanne. Il bimbo vorrebbe giocare o almeno parlare. Niente da fare; se lo sono portato in pizzeria senza un gioco, senza un quaderno, senza nulla; ma il frutto del concepimento pretende un suo spazio.
Piange, stride, si dimena, lancia strilli al limite dell'ultrasonoro; forse basterebbe parlarci un po' assieme, magari facendo la vocina leziosa, o con i verbi all'infinito come si fa con i neri, anche se sono ingegneri.
I genitori, chiacchierano imperterriti con l'altra coppia, altrettanto giovane ma a suo tempo più attenta al controllo delle nascite.
La mamma, spazientita, offre al piccolo un cellulare sperando che si quieti.
Ma a diciotto mesi, peraltro portati bene, uno smartphone Samsung quadribanda non suscita grande interesse.
La mamma insiste e il piccolo prima si mette il telefono in testa, poi se lo getta alle spalle, e infine lo butta.
La mamma paziente lo raccoglie, riprende a chiacchierare, poi con un lampo di genio attiva una suoneria new age e offre il nuovo gioco al piccolo.
Il bimbo non è privo di fantasia e con mossa fulminea infila lo smartphone nella caraffa di rosso della casa, un po' troppo tannico anche per il Samsung, che ammutolisce all'istante.
Il seguito è divertente come una danza della pioggia senza zagaglie.
Son certo che domani la signora si prenderà un nuovo telefono di ultima generazione, potrebbe provare con un Iphone 5.
Speriamo che nelle notti a venire faccia progressi anche in campo anticoncezionale e rinunci a concepire un secondo infelice.

22 dicembre 2012

Viaggio in Germania – 3

Il coperchio di ferro brunito dal calore e dagli anni si apre cigolando. La caldera mostra il suo contenuto di pietre roventi.
Un grosso ramaiolo, con scricchiolii sinistri, spinto da un braccio meccanico rovente, si solleva lentamente e sfrigola litri d’acqua sulle pietre.
Per due volte assistiamo attoniti al rituale infernale, poi sempre cigolando tutto si richiude e torna la penombra.
Non siamo alla porta di servizio dell’inferno, ma solo alla penultima sauna delle terme di Baden Baden e ci stiamo crogiolando a 85 gradi contando il tempo che ci separa, dopo almeno dieci canonici minuti, dall'ebbrezza di buttarci nudi sotto l’acqua di una doccia gelida.
Il percorso è cominciato due piani sotto.
E’ cominciato con le terme tiepide e accattivanti che dispensano benessere e sollievo su cinque vasche, tre al coperto e due all’aperto, fumiganti di vapori nell’inverno decembrino del Baden Wurtemberg.
Coppie giovani e mature, singles d’ambo i sessi in cerca di consolazione galleggiano beati oppure si torcono in smorfie tragicomiche sotto i getti d’acqua termale, o ancora gemono nel bagno turco sognando docce tiepide.
Poi si sale al piano superiore. Si devono gettare costumi e accappatoi per officiare, nudi, il mistero della sauna.
Qui di gente ce n’è molta di meno. L’esposizione degli attributi con le varianti glabre, pelose o fifty fifty richiede una scanzonata elasticità mentale.
Superato il disagio dell’introibo tutto appare abbastanza semplice e si veleggia da una sauna all’acqua di rose attorno ai sessanta gradi a soste ragionate nelle vere saune a 85 e 90 gradi per finire nell’inferno dei 95 gradi centigradi.
Fra una stazione e l’altra sarebbe d’uopo un doccia scozzese, o almeno tiepida, e qualche minuto nelle vasche dell’acqua fredda, ma a qualcuno difetta il coraggio.
Per chi ha superato in qualche modo la sequenza delle saune rimane l’ultima prova.
Si esce all’aperto e si attraversa, preferibilmente nudi, un boschetto di tigli e betulle,salendo verso le due ultime stazioni.
E qui siamo arrivati alla temibile caldera che ogni mezz’ora si apre per mostrare le sue pietre roventi a chi l'ha meritato.
Guardo l’orologio sulla parete. Son passati quindici minuti. Mi butto con sollievo sotto la doccia gelida.
Sono solo sessanta secondi. Quando le mani gelate del getto iniziano a dolere la doccia termina con altrettanto sollievo.
Con passo deciso mi avvio verso l’ultima stazione: sauna con fuoco di pino finlandese a 95 gradi per almeno dieci minuti.
All’interno alcuni temerari stanno gemendo e sognando l’ultima doccia gelida.
Poi pausa di qualche minuto nella Jacuzzi a 38 gradi e si ricomincia.

21 dicembre 2012

Viaggio in Germania - 2

Natale a Speyer
Lunghe file di autocarri procedono nella pioggia lungo l'autostrada che a tratti costeggia il Reno.
Lunghe file di scintillanti station-wagon, berlinotte e suv li sorpassano.
Dappertutto c'è gente che lavora, che pulisce, che aspira canalette e che costruisce.
All'orizzonte centri commerciali e torri scintillanti. La Germania, niente da eccepire, dà un senso di benessere immanente.
I treni corrono lucidi, puliti e in orario, per strada non ci sono cartacce e i padroni raccolgono la cacca dei cani anche la sera tardi, quando nessuno li osserva.
La ricetta è come la nostra: lavorano (come noi), pagano le tasse (meno di noi), tollerano gli extra-comunitari (non appendono crocefissi nelle aule, ma li costringono a rispettare la loro cultura), si divertono al sabato sera (come noi, però si ammazzano di meno).
Due cose sono diverse: la prima è che raccogliendo la spazzatura ci campa (bene) solo il netturbino, e non anche l'amministratore del comune che l'ha assunto o il suo protettore del momento.
La seconda è che la cosa pubblica è rispettata, quindi il treno non è sporco e il giardino pubblico non viene calpestato.
Da noi si impreca per le tasse di raccolta dei rifiuti poi si getta per terra qualsiasi mozzicone; un po' come il gatto (coglione) che si diverte a mordersi la coda e poi si arrabbia.